I difficili argini della speranza nel mondo globalizzato

INTERMINABILE LISTA DEI MALI IN QUESTA PASQUA 
di GIULIO ALBANESE 

 Se dovessimo provare a stilare una lista dei mali che affliggono l’umanità in questa Pasqua, non sapremmo da dove cominciare. Si contano infatti a milioni le vittime dei conflitti che insanguinano le periferie del mondo. Dalla Colombia alla Palestina, dal Darfur alla Somalia, dall’Iraq al Tibet, passando per l’Afghanistan pare che il sacrosanto diritto alla vita sia ostaggio dell’odio e d’ogni altra forma di prevaricazione. Mattanze feroci che vedono gente d’ogni colore immolata sull’altare dell’egoismo dai satrapi del nostro tempo. Morti dunque per l’indipendenza del loro paese, per la libertà o più semplicemente falciati dall’inedia, stenti o pandemie. Sta di fatto che in un contesto ‘globalizzato’ che penalizza fortemente il sud del mondo, caratterizzato da inaudite ingiustizie e sopraffazioni, è difficile, senza l’ausilio della fede, riuscire ad individuare gli argini della speranza. D’altronde l’acuirsi delle tensioni viene ulteriormente esasperato, un po’ a tutte le latitudini, dalla concentrazione di denaro nelle mani di pochi, una strategia fomentata dal potere ottuso di questa o quella oligarchia.
  Risuonano quanto mai attuali, stigmatizzando il paradosso, le parole di Martin Luther King secondo cui ‘abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli’. Di fronte a questo scenario l’antidoto al pessimismo è rappresentato innanzitutto e soprattutto da una schiera innumerevole di uomini e di donne ­laici e consacrati – che nessuno potrà mai davvero contare i quali hanno perduto la vita terrena perché non credevano nella vendetta o nella violenza. È vero che molti degli eroi di cui stiamo parlando – e la cui memoria diventa intelligibile solo e unicamente alla luce del mistero pasquale – sono morti per caso, sì nel bel mezzo d’un convoglio attaccato dai ribelli o di un’orda di profughi dimenticata dal consesso delle nazioni. Qualcuno li ha definiti ‘martiri missionari’, altri più cautamente ‘missionari uccisi’, ma il loro sacrificio li rende comunque, parafrasando Giovanni Paolo II nella Tertio Millennio Adveniente, ‘Militi ignoti della grande causa di Dio’ (37). In effetti, tanto per citare
un esempio, quando il 1° agosto del 1996 monsignor Pierre Lucien Claverie saltò col suo autista sulla bomba collocata dagli estremisti islamici ad Algeri, aveva già chiaro in mente il rischio che correva nell’esercitare il ministero episcopale in una terra drammaticamente preda del peggior terrorismo. Pochi giorni prima di cadere vittima, il presule aveva scritto: ‘La morte può arrivare da qualsiasi parte. Non cerco il martirio. Ma sarebbe la mia vita degna se fosse conservata in frigo? È degna se conformata con la mia capacità di donarla’.
  Lo stesso spirito, è bene rammentarlo, animò il servizio pastorale di monsignor Faraj Rahho, arcivescovo di Mosul, ucciso dopo essere stato sequestrato il 29 febbraio scorso da un commando armato nei pressi della martoriata città nordirachena. Non v’è dubbio allora che la vera Resurrezione passa inevitabilmente attraverso il Venerdì Santo, quello dei tanti popoli che sopravvivono nei bassifondi della Storia. Domani, poi, Lunedì dell’Angelo, per una rara coincidenza liturgica, è anche l’anniversario dell’assassinio nel 1980 di monsignor Oscar A. Romero, arcivescovo di San Salvador. Ricorre pertanto la Giornata, di preghiera e digiuno per i missionari caduti sul campo, un’iniziativa promossa dal Movimento giovanile missionario delle Pontificie Opere Missionarie italiane.
  È certamente il modo migliore per attraversare le acque del Mar Rosso, passando dalla schiavitù del peccato e della morte alla vita annunciata dall’Angelo alle donne di fronte al sepolcro vuoto.

FONTE: www.avvenire.it (23.03.08, p.2)

I difficili argini della speranza nel mondo globalizzatoultima modifica: 2008-03-23T12:10:00+00:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo