Hawking Dio, il Big Bang e l’universo

Fonte: www.avvenire.it (12.10.08)

Il massimo indagatore dei buchi neri spiega: «Il cosmo è regolato da leggi scientifiche; potremmo considerarle opera di Dio, ma questo è un dibattito che spetta alla teologia». Il grande scienziato ospite in Vaticano

di Denis Sergent

Nella sedia a rotelle, il corpo accartocciato ma gli occhi vivacissimi, è come te lo immagini dopo averlo visto in fotografia. Nonostante l’aiuto di un sintetizzatore vocale, per rimediare in parte alla malattia degenerativa che lo paralizza, ha grande difficoltà a comunicare.
  Colpito da sclerosi laterale amiotrofica fin dall’età di 21 anni, pareva dovesse vivere non più di due anni e mezzo. Oggi, nel grande ufficio della celebre università di Cambridge, Stephen William Hawking cerca di mettere a proprio agio i suoi visitatori. Sulla parete un grande poster di Marylin Monroe, fotografie che lo ritraggono nelle serie televisive dei Simpson e di
Star Trek e, soprattutto, una grande lavagna nera ricoperta di equazioni e di curve davanti alla quale, ogni settimana, dopo una colazione conviviale, vengono interrogati i suoi studenti, da tre a cinque, scelti con cura. Sulle mensole un carico di volumi eruditi sulla gravitazione, sui supercodici e sui segnali extraterrestri, una tazza da tè, un corno d’animale africano, un ET di plastica e una targa d’auto americana coniata con le iniziali SWH. Ai piedi della scrivania, una specie di conchiglia diffonde una nube di goccioline d’acqua e un dolce profumo. In questo porto di pace Hawking trascorre la maggior parte della giornata lavorativa, in compagnia della fedele assistente Judy e di un’infermiera. Ci troviamo nel dipartimento di Matematica applicata e di Fisica teorica, dove Hawking, oggi sessantaseienne, è titolare della cattedra di Matematica che fu di Isaac Newton due secoli fa. Figlio di un ricercatore di medicina e di una diplomata in filosofia ed economia, Stephen «non era brillante secondo i criteri usuali». Si applicava poco, ma dimostrava una fantasia straordinaria e ben presto, grazie al cannocchiale astronomico regalatogli dal padre, restò incantato dalle stelle. Gracile, dalla grafia terrificante, emotivo e talvolta balbuziente, tanto le sue idee correvano più della parola, bramoso di capire il funzionamento di un trattore come quello di un computer, gli piaceva giocare a Monopoli, fabbricare fuochi d’artificio e ballare. Liceale al college di Saint-Albans a nord di Londra, a 17 anni viene ammesso a Oxford per studiare fisica, «la materia che m’interessa di più in quanto disciplina il comportamento dell’universo», racconta. Si trasferisce poi a Cambridge, per seguire i corsi di professori famosi sulla relatività, la fisica quantistica e la cosmologia.
  Ha vent’anni e comincia il dottorato sulla relatività generale.
  E’ l’epoca in cui i ‘teorici’ ribollono di idee e in cui fanno furore le scoperte degli ‘osservatori’: pulsar, quasar e altri raggi fossili dalle profondità del cielo.
  Presto i dibattiti cominciano ad affrontare la formazione dell’universo e sulle rive del fiume Cam si fronteggiano due scuole. Quella di Fred Hoyle, il quale ritiene che l’universo sia in uno stato stazionario e non abbia né inizio né fine.
  E quella degli astrofisici, per i quali l’universo è nato da un’esplosione originale, il Big Bang.
  Appena arrivato, il giovane Stephen si trova immerso in discussioni una più appassionante dell’altra. E arriva a lavorare sui ‘buchi neri’, stelle in fin di vita che, avendo esaurito il carburante (idrogeno ed elio), crollano su se stesse. A quel punto, con la sua straordinaria forza di gravità, il buco nero inghiotte tutta la materia che gli gravita intorno, compresa la luce. Incalzato dalla malattia, Hawking lavora senza posa e dimostra che la teoria della relatività generale di Einstein implica che spazio e tempo abbiano un inizio, il Big Bang, e una fine, i buchi neri. Nel 2004, tuttavia, rivedendo la sua teoria e perdendo la scommessa con un collega fisico, scopre che i buchi neri non sarebbero poi così neri ed emetterebbero particelle e raggi: il raggio di Hawking.
 
Una dimostrazione che ha una certa importanza per consolidare la sua teoria sull’universo e dimostrare che la dinamica del cosmo, delle galassie e del loro corteo di stelle e di pianeti rientra assolutamente nell’ambito della fisica e non della metafisica. Per Stephen Hawking infatti «l’universo è governato da leggi scientifiche.
  Certo, si potrebbero considerare opera di Dio, ma sarebbe un dibattito teologico…».
  Nell’attesa che gli scienziati sbroglino questa matassa, supponendo che un giorno ci riescano, Stephen Hawking vive più attivamente che può. A 65 anni, continuando a occuparsi dei suoi studenti, ha effettuato un volo in assenza di gravità a Cape Canaveral: «Essere inchiodato a una sedia a rotelle non mi disturba – afferma – perché la mia mente resta libera di vagabondare nell’universo, però è meraviglioso sentirsi liberato dalla gravità». Per il 2009 prepara un viaggio nello spazio che dovrebbe essergli offerto dal miliardario britannico Richard Branson, proprietario della Virgin. Un desiderio a cui tiene molto: «Penso che la specie umana non abbia alcun futuro, se non andiamo nello spazio. Abbiamo bisogno di allargare il nostro orizzonte oltre il pianeta Terra, se vogliamo un futuro. Prima o poi, un disastro come la collisione con un asteroide o una guerra nucleare potrebbe farci scomparire tutti. Nel sistema solare non esiste un pianeta come la Terra. Perciò dobbiamo trovare un’altra stella. Ci vorranno tempo e sforzi, ma più la tecnologia farà progressi, più sarà facile.
  Incoraggio la gente a interessarsi allo spazio.
  La mia condizione fisica non mi ha mai frenato. Si vive una volta sola». Ma quando gli chiediamo cosa vorrebbe che restasse di lui, non ha esitazioni. «Spero che sia ricordato il mio lavoro sui buchi neri e sull’origine dell’universo. Ma, soprattutto, mi piacerebbe che i miei figli e i miei nipotini si ricordassero di me come padre e nonno».

Hawking Dio, il Big Bang e l’universoultima modifica: 2008-10-13T11:11:26+00:00da borgosotto
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