L’assurda guerra su Pacelli

di Gian Maria Vian

in “Il Sole 24 Ore” del 29 marzo 2009

Sarà in libreria questa settimana il volume curato da Gian Maria Vian, direttore dell’«Osservatore romano», In difesa di Pio XII. Le ragioni della storia (Marsilio, Venezia, pagg. 168, €13,00). Il libro ospita contributi di Paolo Mieli, Saul Israel, Andrea Riccardi, Rino Fisichella, Gianfranco Ravasi, Tarcisio Bertone e Benedetto XVI. Pubblichiamo di seguito uno stralcio dell’introduzione.

Un papa lontano, Pio XII, dai tratti così sbiaditi da non essere più riconoscibili o, in alternativa, dai contorni sin troppo carichi, ma perché deformati da una rappresentazione polemica talmente aspra e persistente da oscurare la realtà storica. È questa l’immagine che oggi prevale di Eugenio Pacelli, eletto sulla sede di Pietro alla vigilia dell’ultima guerra mondiale. Destino singolare per il primo romano pontefice che, sul cammino aperto dal predecessore, divenne popolare e davvero visibile in tutto il mondo. Grazie all’incipiente e tumultuosa modernità, anche della comunicazione, che il papa di Roma volle e seppe utilizzare: dai ripetuti viaggi – che lo portarono in Europa e America come diplomatico e segretario di Stato – al nuovo genere dei radiomessaggi, dalle grandi manifestazioni pubbliche alle copertine dei rotocalchi, dal cinema a un mezzo appena agli albori e destinato a grandi fortune come la televisione. Destino ancor più singolare se si pensa poi all’autorevolezza generalmente riconosciutagli in vita e ai giudizi positivi quasi unanimi che nel 1958, mezzo secolo fa, ne accompagnarono la scomparsa. Come è stato allora possibile un simile rovesciamento d’immagine, verificatosi per di più nel giro di pochi anni, più o meno a partire dal 1963?

I motivi sono principalmente due. Il primo risiede nelle difficili scelte politiche compiute da Pio XII sin dall’esordio del pontificato, poi durante la tragedia bellica, e infine al tempo della guerra fredda. La linea assunta negli anni del conflitto dal papa e dalla Santa Sede, avversa ai totalitarismi ma tradizionalmente neutrale, nei fatti fu invece favorevole all’alleanza antihitleriana e si caratterizzò per uno sforzo umanitario senza precedenti, che salvò moltissime vite umane. Questa linea fu comunque anticomunista, e per questo, già durante la guerra, il papa cominciò a essere additato dalla propaganda sovietica come complice del nazismo e dei suoi orrori. La seconda ragione fu l’avvento del successore, Angelo Giuseppe Roncalli. Questi, descritto già molto tempo prima del conclave come candidato (e, una volta eletto, come papa) «di transizione», in ragione soprattutto dell’età avanzata, prestissimo venne salutato come «il papa buono», e senza sfumature sempre più contrapposto al predecessore: per il carattere e lo stile radicalmente diversi, ma anche per la decisione inattesa e clamorosa di convocare un concilio. Gli elementi principali che spiegano il cambiamento dell’immagine di papa Pacelli sono dunque la scelta anticomunista di Pio XII e la contrapposizione con Giovanni XXIII. (…)

L’interminabile guerra sul silenzio di papa Pacelli ha finito per oscurare l’obiettiva rilevanza di un pontificato importante, anzi decisivo nel passaggio dall’ultima tragedia bellica mondiale, attraverso il gelo della guerra fredda e le difficoltà della ricostruzione, a un’epoca nuova, in qualche modo avvertita nell’annuncio della morte del pontefice che diede il cardinale Montini alla sua diocesi il 10 ottobre 1958: «Scompare con Lui un’età, si compie una storia. L’orologio del mondo batte un’ora compiuta».

Un’età, comprendente gli anni spaventosi e dolorosi della guerra insieme a quelli duri del dopoguerra, che si volle dimenticare nei suoi tratti reali. Insieme al papa che l’aveva affrontata, inerme. E presto si è dimenticato anche il suo governo, attento ed efficace, di un cattolicesimo che si faceva sempre più mondiale, il suo insegnamento imponente e innovatore in moltissimi ambiti che ha preparato di fatto il concilio Vaticano II e che da questo in parte è stato ripreso, l’avvicinamento alla modernità e la sua comprensione.

Vedi anche:

“non serve rispolverare l’antico adagio secondo il quale la propaganda comunista del dopoguerra sarebbe all’origine delle polemiche, mostrando così di ignorare i dubbi, le inquietudini, i silenzi e soprattutto i veri e propri dilemmi sorti nell’animo stesso di Pacelli, così come nel cuore di quella cattolicità palpitante, espressa non solo da Mounier, da Sturzo, dalla Stein, ma anche da tanti cattolici semplici che – senza attendere certo il Vicario o i comunisti – nutrivano una diversa coscienza del rapporto tra chiesa e storia…”
L’assurda guerra su Pacelliultima modifica: 2009-03-29T22:06:46+00:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento