Romero, l’arcivescovo campesino

di Lorenzo Fazzini, Avvenire 27.11.09

A 30 anni dalla morte una biografia ricorda il presule martire del Salvador. “Fu un omicidio di Stato”, ammette ora il governo. 

«Solleverai ogni giorni l’ostia bianca e insieme a Cristo crocefisso offrirai te stesso per le tue pecorelle in sacrificio quotidiano, perché non ci può essere redenzione senza spine e senza croce insanguinata». Così scriveva nel suo diario, usando la seconda persona, un giovane seminarista che stava per essere ordinato prete a Roma. Era il 4 aprile 1942, il suo nome Oscar Arnulfo Romero. Da vescovo Romero portava il cilicio e si schierava con i campesinos oppressi dallo Stato. Si sentiva «cattolico romano» (il suo motto episcopale era sentir con la Iglesia), aveva grandi simpatie per l’Opus Dei e venne candidato al Nobel per la pace per il suo impegno di riconciliazione in una nazione piagata dalla guerra civile.

Amava Agostino, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce; la sua biblioteca straripava di documenti sociali della Chiesa. E mentre rifiutava teoricamente la teologia della liberazione, il suo impegno fu sempre liberare il povero dalla violenza del l’oppressore. Fu un difensore dei diritti dell’uomo perché era dalla parte di Dio. «La Chiesa, che difende i diritti di Dio, la legge di Dio, la dignità umana» doveva schierarsi, secondo Romero, a fianco degli ultimi, che nella sua terra erano i contadini privi di terra, ostaggio dei latifondisti.  Pastore veramente cattolico, di monsignor Oscar Arnulfo Romero, martire della fede e della giustizia nel Salvador degli anni Settanta­Ottanta, si è tornato a parlare nei giorni scorsi quando il governo di quello Stato ha ammesso, per la prima volta, la responsabilità nell’omicidio del presule, avvenuto il 24 marzo 1980 per mano di un sicario. Romero aveva appena alzato l’ostia consacrata nella cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza quando una pallottola lo centrò al cuore. Una testimonianza immortalata anche cinematograficamente da Salvador di Oliver Stone (1986). Alla vigilia del 30° anniversario della morte – da qualche tempo il 24 marzo la Chiesa italiana celebra i martiri missionari – di Romero parlare ora una nuova, puntuale biografia, Oscar A. Romero. Martire come il suo popolo (Gribaudi, pp. 208, euro 13), di Giuseppe Massone, già autore di saggi su Tonino Bello e Primo Mazzolari. Nato nel 1917, consacrato vescovo nel 1970, critico con le posizioni cattoliche più «progressiste», Romero fu vescovo in una società immersa in una guerra civile politicizzata. E se dalla destra era soprannominato «Marxnulfo» in quanto accusato di simpatizzare con l’autore del «Manifesto, al tempo stesso ­ sostiene Massone – considerava «inammissibile il marxismo come ideologia materialista e atea». «L’opzione preferenziale per i poveri è il vero antidoto al marxismo», scriveva il presule, che dissentiva «dai mezzi ed esiti violenti» dei seguaci del barbuto di Treviri nell’allora società latinoamericana. A segnare un punto decisivo per il ministero del presule salvadoregno fu l’assassinio di don Rutilio Grande (siamo nel 1977), un gesuita impegnato nell’evangelizzazione dei contadini. Vegliando la salma dell’amico prete, Romero vide in quella morte «non un cambiamento sostanziale nelle mie idee ma una intensificazione della mia fedeltà ai poveri e alla difesa dei diritti della Chiesa». Di Romero Massone rievoca alcuni particolari poco conosciuti, come la passione per i mezzi di comunicazione sociale: nella sua diocesi di origine di San Miguel fu a capo della rivista diocesana El Chaparrastique; nel 1971 assunse l’incarico di dirigere il settimanale cattolico di San Salvador, Orientación; quindi, da arcivescovo della capitale (carica che rivestì dal ’77), usava la radio «Ysax» per far diffondere le proprie parole dal pulpito. E proprio l’ultima omelia di domenica 23 marzo 1980 gli costò la vita: aveva invitato i soldati all’obiezione di coscienza di fronte alle direttive di uccidere contadini e sacerdoti, padri gesuiti e sindacalisti, perché accusati di essere «comunisti» a causa della richiesta di equità economica e sociale. Massone rende giustizia della piena appartenenza di Romero alla Chiesa e del sostegno della Santa Sede alla sua azione. Paolo VI lo stimava e lo incoraggiava; «Romero è nostro» disse Giovanni Paolo II quando si recò – a sorpresa – sulla sua tomba nel 1983, dopo averlo appoggiato poco prima della sua uccisione. La memoria del presule (di cui è in corso il processo di beatificazione) fu rievocata da Wojtyla al Colosseo nel Giubileo del 2000.

Romero, l’arcivescovo campesinoultima modifica: 2009-11-27T22:03:45+00:00da borgosotto
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Un pensiero su “Romero, l’arcivescovo campesino

  1. ANZITUTTO STONE NEL SUO FILM COLLOCA L’UCCISIONE DI ROMERO IN CATTEDRALE MENTRE DISTRIBUISCE LA COMUNIONE, IL CHE E’ FALSO.
    POI ROMERO VIENE UCCISO NON CON IN MANO L’OSTIA CONSACRATA MA DURANTE L’OFFERTORIO.
    QUISQUIGLIE SI POTREBBE DIRE, MA CHI RECENSICCE DI ROMERO SA QUELLO CHE DICE?

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