Vaticano, chi trama contro il Papa

di Ignazio Ingrao, PANORAMA di giovedì 25 marzo 2010

Benedetto XVI vuole ripulire la Chiesa, rivoluzionare la Curia e rinnovarne i vertici. Senza sconti né silenzi, a cominciare dagli scandali di pedofilia. Ma la sua “rivoluzione dolce” non piace a molti. E così i nemici aumentano

 Sognava di ritirarsi in pensione a scrivere libri, il cardinale Joseph Ratzinger. Erano i primi mesi del 2005. E aveva affidato alle meditazioni per la Via crucis della Settimana santa il suo testamento spirituale: «Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui!». Oggi, a cinque anni dall’elezione al soglio di Pietro, quelle parole di Ratzinger suonano come una lucida profezia: il caso di Dino Boffo, gli affari di Angelo Balducci all’ombra del Cupolone, gli abusi di preti in Germania e Irlanda, solo per citare gli ultimi scandali. E il protagonista della Via crucis è diventato Benedetto XVI, il cireneo costretto a portare una croce al limite delle proprie forze, per il bene della Chiesa.

«C’è una campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e contro il Papa» denuncia il cardinale Camillo Ruini. Ma dimentica che questa campagna nasce dall’interno della curia, da quei gruppi di potere che a tutti i costi cercano di opporsi alla «rivoluzione gentile», intrapresa da Benedetto XVI per ripulire il volto della Chiesa. Il dossier su padre Peter Hullermann (il famigerato Abate H. trasferito in una parrocchia di Monaco nonostante le accuse di pedofilia, nel periodo in cui Ratzinger era arcivescovo) era noto in Vaticano già prima che la Sueddeuttsche Zeitung lo pubblicasse. Perciò sono in molti a chiedersi se la segnalazione del caso al quotidiano tedesco non sia arrivata dall’interno dei sacri palazzi. Il Papa viene spesso descritto come un uomo solo, chiuso nel suo studio a scrivere libri e suonare il pianoforte. Ma non è così. Ratzinger ha ben chiare le priorità del suo pontificato e con l’aiuto del cardinale Tarcisio Bertone (elogiato infatti per. il suo «servizio alla Santa sede» ancora il 17 marzo) passo dopo passo sta rivoluzionando la curia e lo stile della Chiesa. Non è un caso, forse, che gli attacchi a Ratzinger e ai suoi collaboratori, sul caso Boffo e sulla pedofilia in Germania, siano arrivati alla vigilia di una tornata di nomine cruciali ai vertici della curia, prima fra tutte la sostituzione del potentissimo cardinale Giovanni Battista Re a capo della Congregazione per i vescovi. Sulla scrivania del Pontefice ci sono inoltre molti dossier che suscitano le reazioni violente dei suoi avversari, dentro e fuori le mura. Panorama è andato a scoprire quali sono i più scottanti.

Nuove norme contro i preti orchi – «I panni sporchi si lavano in casa» hanno cercato, invano, di sostenere i vescovi dell’Irlanda e della Germania, di fronte all’esplosione degli scandali sui preti pedofili. L’obiettivo era coinvolgere il meno possibile la Santa sede nelle vicende locali. Ma Ratzinger non è di questo parere. Perciò ha chiamato a rapporto in Vaticano l’intera Conferenza episcopale irlandese e il presidente dei vescovi tedeschi, Robert Zollisch. Nel frattempo ha incaricato i suoi collaboratori di riprendere in mano il motu proprio del 2001 Sacramentum sanctitatis tutela sulle norme per sanzionare i delitti più gravi ( «delicta graviora»), tra i quali gli abusi sessuali dei sacerdoti sui minorenni. Oltre alla lettera ai vescovi irlandesi, potrebbe vedere la luce anche un nuovo regolamento, a uso delle conferenze episcopali nazionali, per una corretta interpretazione delle norme. In particolare, potrebbero essere allungati i termini della prescrizione canonica per il reato di pedofilia (oggi fissati a dieci anni) e potrebbe essere istituito l’impegno per i vescovi diocesani di investire l’autorità giudiziaria civile, quando vengano a conoscenza di abusi sui minori. Raccomandata anche la massima trasparenza nella gestione dei casi. A sorpresa i vescovi italiani si preparano a fare quadrato contro questi orientamenti. Il presidente della Cei, Angelo Bagnasco, nei giorni scorsi ha espresso solidarietà al Papa per gli attacchi seguiti allo scandalo degli abusi dei sacerdoti a Monaco e Ratisbona. Bagnasco ribadirà pubblicamente l’affetto e la stima dei vescovi italiani al Pontefice, in apertura del consiglio episcopale permanente, il 22 marzo. Ma, con il cardinale Ruini in testa, molti presuli del nostro Paese fanno resistenza all’operazione trasparenza lanciata da Benedetto XVI, come rileva il promotore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede, monsignor Charles Scicluna. In particolare i vescovi italiani chiedono massima riservatezza nella gestione dei casi, bocciano la creazione di un numero di telefono e di una email cui denunciare i casi di pedofilia dei sacerdoti (come ha fatto la diocesi di Bolzano) e respingono l’ipotesi di denuncia obbligatoria all’autorità giudiziaria da parte dei vescovi.

Molestie sessuali nella diocesi di Roma – Ruini ha fatto della riservatezza una costante nella gestione dei casi di pedofilia emersi nel corso dei suoi 17 anni alla guida della diocesi di Roma. E alcune vicende imbarazzanti stanno emergendo ora che il successore, cardinale Agostino Vallini, ha preso in mano la guida della diocesi e il rapporto personale con i sacerdoti della capitale. Come il caso del preside dell’Istituto pontificio Sant’Apollinare, accusato di molestie dal suo giovane segretario e «promosso» a ricoprire un incarico in Vicariato. Il timore è che dopo la Germania le accuse di pedofilia ai sacerdoti possano estendersi all’Italia. Sarebbe una nuova croce per il Papa. Alcuni casi clamorosi e discussi sono già noti alle cronache: don Pierino Gelmini a Terni, don Ruggero Conti a Roma, don Giorgio Cadi a Bolzano, don Mauro Stefanoni a Como, l’Istituto Valsalice a Torino (li ripercorre Luigi Irdi nel recente volume Il peccato nascosto, Nutrimenti). Ma molti altri sono passati quasi inosservati: solo nei primi tre anni di pontificato di Ratzinger (2005-2008) i sacerdoti e i religiosi italiani arrestati, denunciati o condannati per molestie sessuali sono stati 35 (fonte: annuario rivista Il Regno). E questi sono solo i casi resi pubblici dall’autorità giudiziaria. Molti altri restano coperti dal segreto.

Problema nomine ai vertici della curia – Un altro dossier sulla scrivania del Papa riguarda le modalità di scelta dei circa 5 mila vescovi del mondo. Benedetto XVI punta a rivedere il metodo di selezione della classe dirigente della Chiesa mondiale. Per questo Ratzinger si prepara a sostituire, per raggiunti limiti di età; il cardinale Re, al vertice della Congregazione per i vescovi, con l’arcivescovo di Sydney, George Pell. Un passaggio di testimone che non sarà indolore, visti i rapporti che legano il cardinale Re con il resto della curia, a cominciare da Ruini. Allo stesso modo il Papa vuole prendere in mano il tema della formazione dei sacerdoti nei seminari e il noviziato dei religiosi. “Occorre una riforma della vita sacerdotale» suggerisce don Massimo Camisasca, consultare delle Congregazioni per il clero e per i religiosi (autore di un libro dal titolo provocatorio: Padre – Ci saranno ancora sacerdoti nel futuro della Chiesa?, San Paolo). Il Papa ha preso sul serio questo invito e si prepara a sostituire anche i vertici dei due dicasteri. Nel frattempo ha inviato una visita apostolica alla Congregazione dei legionari di Cristo, il cui fondatore, il defunto padre Marcel Maciel, è stato accusato di abusi sessuali e di avere avuto sei figli. Il dossier sull’ispezione condotta nelle case, nelle scuole e nelle università dei legionari è sul tavolo del Papa da qualche giorno e già si parla di possibile commissariamento della congregazione in vista di una vera e propria rifondazione.

Più trasparenza su appalti e finanza

Un capitolo decisivo nella contrastata opera di pulizia della Chiesa, intrapresa da questo pontificato, riguarda gli appalti e la finanza. Anzitutto lo Ior, il Governatorato della Città del Vaticano e la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli «De propaganda fide» ) cui fanno capo un terzo delle diocesi del mondo e i fondi per le missioni. Un’azione che rischia di essere compromessa dallo scandalo di Balducci, gentiluomo di Sua Santità e consultare di Propaganda fide, legato ai vecchi sistemi di gestione degli appalti in Vaticano. Ma tra le vittime della guerra dei dossier nei sacri palazzi non c’è solo il Papa. Anche il cappellano di Montecitorio e presidente della Pontificia accademia della vita, Rino Fisichella, ha pagato il coraggio di avere partecipato nel maggio del 2007 alla trasmissione Annozero di Michele Santoro, chiedendo più impegno alla Chiesa nella lotta contro la pedofilia. Un anno dopo, alla vigilia della sua possibile nomina come segretario della Congregazione per la dottrina della fede, è stata aperta un’indagine interna alla curia sul suo conto, che si è conclusa con l’archiviazione. Ma tanto è bastato per far rinviare una sua possibile promozione. A fine novembre 2010, il Papa indirà un concistoro per la nomina di circa 20 nuovi cardinali. L’occasione per portare una ventata di novità ai vertici della Chiesa. Ma anche per nuovi pericolosi veleni nei Sacri Palazzi.

 

Pag 93 Ravasi: chi è senza peccato… di Ignazio Ingrao

Le divisioni in Vaticano? Fisiologiche. Sugli abusi la Chiesa fa mea culpa, ma perché la politica non fa lo stesso sugli scandali che la toccano? Mons. Ravasi all’attacco

 Un gesto coraggioso che farà discutere: monsignor Gianfranco Ravasi apre le porte della curia romana ad atei e agnostici. Il presidente del Pontificio consiglio della cultura annuncia a Panorama la creazione di una sorta di fondazione (Il cortile dei Gentili), collegata al suo dicastero, dove credenti, atei e agnostici potranno dialogare senza steccati. Il lancio sarà a Parigi tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Quindi Madrid, Londra, Berlino. Ma, mentre fa la spola tra il Vaticano e il resto del mondo, Ravasi (67 anni) porta sempre nel cuore Milano, «la mia Itaca, dove sogno di ritornare come Ulisse nel primo canto dell’Odissea». Il Papa lo ha chiamato a Roma da poco più di due anni, però l’ex prefetto della Biblioteca Ambrosiana non ha mai interrotto i rapporti con la città dove per oltre 20 anni è stato uno dei protagonisti del mondo culturale. E lo è tuttora: nei giorni scorsi era in Duomo a parlare dell’Apocalisse dinanzi a migliaia di persone e l’indomani a Brera, per ricevere la laurea honoris causa e il titolo di accademico onorario. Ma è tornato preoccupato per il futuro della sua città, nonostante l’Expo 2015 e i grandi progetti: «Milano si è impoverita, sembra incapace di sviluppare le sue potenzialità». Un grido di allarme che estende al resto dell’Italia: – «Abbiamo perso il senso della dignità della politica. Scandali e inchieste ci svelano un’Italia gretta e meschina, ripiegata su se stessa e sui propri interessi di parte». Al terzo piano dell’elegante palazzo dove è stata trasferita la sede del Pontificio consiglio della cultura, a un passo dal Vaticano, arrivano anche i clamori degli scandali sulla pedofilia nella Chiesa. E Ravasi è altrettanto severo: «Dobbiamo chiedere perdono per gli abusi compiuti in seno alla comunità cristiana e dobbiamo essere inflessibili».

È preoccupato per il futuro dell’Italia e della sua città?

Torno abbastanza spesso e mi chiedo se si sta facendo abbastanza. Anche l’Expo 2015 può rischiare di ridursi a un grande evento rituale ed economico, ma privo di una dimensione autenticamente culturale. Non basta mettere in cartellone delle mostre, ci vogliono nuovo slancio e maggiore creatività.

Lo stesso vale per il resto del Paese?

Certamente. Le elezioni dovrebbero rappresentare il momento più alto del confronto sulle idee, fra tutte le diverse componenti del Paese. Invece, nel caos delle liste elettorali, mi chiedo: la politica dove è andata a finire? Finiamo per confondere la politica con la modesta gestione del potere. In nome di un malinteso realismo abbiamo perso il coraggio dell’utopia, delle grandi idee capaci di indicare la strada. Abbiamo festeggiato la morte delle ideologie e abbiamo perso le idee riducendoci al piccolo cabotaggio. Così oggi si svela di fronte a noi lo spaccato di un’Italia gretta e meschina che ha come orizzonte solo il piccolo interesse di parte. È un problema estetico prima che etico: si pensi alla dignità e alla consapevolezza del proprio ruolo che esprimevano politici, imprenditori e intellettuali nel dopoguerra. Oggi invece la politica nel senso nobile del termine sembra essere sparita.

C’è un decadimento del tessuto morale del Paese?

In parte sì. Però non è vero che c’è più immoralità ai nostri giorni rispetto al passato. Quando sono nato, due grandi immorali governavano la storia, Adolf Hitler e Stalin. Oggi però, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, abbiamo perso il grande Maligno e ci sono rimasti tutti i piccoli mascalzoni. Il problema non è l’immoralità, ma l’amoralità, che è come una mucillagine che ti invischia e dalla quale non è facile difendersi.

Anche la Chiesa deve fare fronte ai suoi scandali, a cominciare dalla pedofilia.

Purtroppo è vero. D’altronde la Chiesa è incarnata nella storia, è composta di uomini e di donne che hanno le loro fragilità, i loro limiti. Per questo Giovanni Paolo II chiese perdono, in occasione del Giubileo del 2000, per i peccati compiuti dai figli della Chiesa. Oggi, di fronte al dramma degli abusi sui minorenni, la Chiesa fa qualcosa di analogo: la linea di assoluto rigore voluta da Benedetto XVI è un modo per chiedere perdono e cercare di riparare, mettendosi a fianco delle vittime, senza nascondere colpe e responsabilità. Però non dobbiamo neanche fare l’errore di pensare che ormai tutto l’orizzonte della comunità cristiana sia oscurato da questi fatti. La realtà della Chiesa è molto più ampia e più ricca di testimonianze positive. Purtroppo sulla stampa emergono solo le eccezioni negative e questo rischia di scoraggiare chi fa il bene.

Dopo il caso Boffo la Chiesa si sente sotto attacco da parte della stampa?

Non si tratta solo del caso Boffo: stiamo assistendo a una radicale trasformazione dell’atteggiamento dei mass media e dell’opinione pubblica nei confronti della Chiesa in generale. Un tempo si guardava alla comunità cristiana come a una realtà mistica e disincarnata, al di sopra della storia. Ora invece viene principalmente rappresentata come una realtà contingente, totalmente immersa nella società, con le sue mancanze e le sue contraddizioni. In questo modo, però, spesso la stampa prende un singolo aspetto della realtà ecclesiale, magari un’eccezione rispetto al panorama complessivo, quale la pedofilia, e lo presenta come se esprimesse tutta la realtà della Chiesa.

Pesano anche le divisioni interne alla curia vaticana e alla Chiesa italiana?

Sono convinto che la molteplicità delle posizioni, delle sensibilità, degli atteggiamenti sia una ricchezza e non una zavorra per la Chiesa. Mi sento naturalmente portato al dialogo e non allo scontro. La diversità non mi ha mai scandalizzato: per questo almeno metà dei miei amici sono non credenti. Ho passato una vita sulla frontiera, ad ascoltare le ragioni degli altri, a cercare di comprendere le loro motivazioni. Perciò penso che anche nella comunità cristiana non si debba avere paura delle diversità.

Si appresta anche a lanciare una fondazione per il dialogo con gli atei e gli agnostici. Di che cosa si tratta?

Raccogliendo l’invito lanciato da Benedetto XVI ci proponiamo di creare una rete di personalità atee, agnostiche e cattoliche che accertino di entrare in dialogo in seno a un’istituzione collegata al Pontificio consiglio della cultura, inizialmente sorto come Segretariato per i non credenti. Sarà uno spazio di confronto tra atei e credenti, anche sul fronte della spiritualità, mostrando la dignità del pensare teologico e riferendoci anche all’esperienza della cattedra dei non credenti voluta a Milano dal cardinale Carlo Maria Martini. Svilupperemo inoltre i temi del rapporto fra religione, etica, arte, società, natura, antropologia, pace. Una delle prime ad aderire con entusiasmo è stata la scrittrice francese Julia Kristeva. In Italia vorrei coinvolgere Umberto Eco, Salvatore Natoli, Remo Bodei, Salvatore Veca, Massimo Cacciari, Giacomo Marramao, Erri De Luca, Sebastiano Maffettone, Adriano Sofri, Barbara Spinelli, Ernesto Galli della Loggia, Marcello Veneziani e così via. In Francia, Spagna, Germania e Gran Bretagna faremo altrettanto. I vescovi scozzesi mi hanno persino segnalato una «fondazione dei pagani», non folcloristica come certi altri movimenti atei.

WWW.CHIESA.ESPRESSONLINE.IT di giovedì 18 marzo 2010

Come pilotare la Chiesa nella tempesta. Una lezione di Sandro Magister

L’ha impartita Benedetto XVI in un’udienza generale ai fedeli, contro chi invoca un nuovo inizio del cristianesimo, senza gerarchia né dogmi. Il segreto del buon governo, ha detto, “è soprattutto pensare e pregare”

 

Pochi l’hanno notato, ma in un momento della bufera che ha investito la Chiesa cattolica sull’onda dello scandalo dato ai “piccoli” da alcuni suoi sacerdoti, Joseph Ratzinger ha fronteggiato la sfida in un modo tutto suo. Con una audace lezione di teologia della storia, non priva di rimandi alla propria biografia di teologo e di papa. La lezione l’ha rivolta ai pellegrini che gremivano l’aula delle udienze generali, la mattina di mercoledì 10 marzo. Più volte il papa ha alzato gli occhi dal testo scritto e ha improvvisato. La trascrizione integrale è riprodotta più sotto e va riletta da cima a fondo. Ma alcuni suoi tratti vanno rimarcati da subito. Al centro della lezione si staglia san Bonaventura da Bagnoregio, dottore della Chiesa, uno dei primi successori di san Francesco alla testa dell’ordine da lui fondato. E questo è il primo dei tratti autobiografici. Perché è proprio sulla teologia della storia di san Bonaventura che il giovane Joseph Ratzinger pubblicò nel 1959 la sua tesi per la libera docenza in teologia, di recente ristampata. La novità di quella sua tesi giovanile fu d’aver messo a confronto per la prima volta la teologia della storia di san Bonaventura con quella influentissima di Gioacchino da Fiore. L’influsso di Gioacchino da Fiore sul pensiero di quel secolo e dei secoli seguenti, sia cristiano che ateo, è stato grandioso, fino ai giorni nostri. Ad esso il teologo Henri De Lubac ha dedicato trent’anni fa un memorabile saggio in due tomi dal titolo: “La posterità spirituale di Gioacchino da Fiore”. Quando oggi, come reazione allo scandalo di taluni preti, ancora una volta si invoca una purificazione epocale e radicale della Chiesa, un nuovo Concilio che sia “nuovo inizio e rottura”, un cristianesimo spirituale fatto di nudo Vangelo senza più gerarchie né precetti né dogmi, che cos’altro si invoca se non l’età dello Spirito annunciata da Gioacchino da Fiore? Nella sua lezione del 10 marzo scorso, Benedetto XVI ha descritto e attualizzato con rara chiarezza la contrapposizione tra Gioacchino e Bonaventura. Ha mostrato come l’utopia di Gioacchino ha trovato nel Concilio Vaticano II un terreno fertile per riprodursi di nuovo, vittoriosamente contrastata, però, dai “timonieri saggi della barca di Pietro”, dai papi che seppero difendere la novità del Concilio e nello stesso tempo la continuità della Chiesa. Dallo spiritualismo all’anarchia il passo è breve, ha ammonito Benedetto XVI. Era così nel secolo di san Bonaventura ed è così oggi. Per essere governata la Chiesa necessita di strutture gerarchiche, ma a queste deve essere dato un fondamento teologico evidente. È ciò che fece san Bonaventura nel governare l’ordine francescano. Per lui “governare non era semplicemente un fare, ma era soprattutto pensare e pregare. Alla base del suo governo troviamo sempre la preghiera e il pensiero; tutte le sue decisioni risultano dalla riflessione, dal pensiero illuminato dalla preghiera”. Lo stesso – ha detto il papa – deve avvenire oggi nel governo della Chiesa universale: “governare, cioè, non solo mediante comandi e strutture, ma guidando e illuminando le anime, orientando a Cristo”. È questo il secondo, decisivo, tratto autobiografico della lezione del 10 marzo. In essa Benedetto XVI ha detto come lui intende governare la Chiesa. L’ha detto con la mite umiltà che gli è propria, ponendosi all’ombra di un santo. Come per san Bonaventura gli scritti teologici e mistici erano “l’anima del governo”, così è per l’attuale papa. L’anima del suo governare sono le omelie liturgiche, l’insegnamento ai fedeli e al mondo, il libro su Gesù, insomma, il “pensiero illuminato dalla preghiera”. È lì che la struttura gerarchica della Chiesa romana e i suoi atti di governo trovano fondamento e nutrimento. È lì che la Chiesa di papa Benedetto attinge la guarigione dei peccati dei suoi figli e la risposta agli attacchi – non innocenti – che le arrivano da fuori e da dentro.

Vaticano, chi trama contro il Papaultima modifica: 2010-03-20T08:21:00+00:00da borgosotto
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