De delictis gravioribus / 8

di Ezio Tarantino, http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/05/21/de-delictis-gravioribus-8/

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Analisi e rimedi (continua)

Rimedi! Fosse facile. Ma bisogna pur cominciare a parlarne.
E come farlo se non partendo dalla parola tabù per eccellenza? Celibato.

Per Enzo Bianchi è un falso problema. Per il papa è un valore “sacro”, una “autentica profezia evangelica” (anche se, occorre ricordarlo, è obbligatorio solo a partire dal Concilio di Trento), ma per il Cardinal Martini lo si può ripensare. Hans Kung, in un’accorata lettera ai Vescovi ha indicato chiaramente, fra altre soluzioni più “semplici”, anche quella di cominciare, dal basso, con atti concreti, a corrodere questo tabù dalle radici profondissime. Che non sia un cammino facile è chiaro. E pieno di insidie collaterali (come dimostra anche un recente caso avvenuto nella Chiesa anglicana negli Stati Uniti, dove una donna dichiaratamente lesbica è stata ordinata Vescovo: non è un fatto che si può liquidare con giubilo o sconcerto a seconda di come la si pensi, perché coinvolge il sentire di migliaia, milioni di persone dalle quali non si può pretendere che accettino serenamente di dover prendere atto che tutto sta cambiando e così rapidamente senza che si sia fatto un percorso di avvicinamento avveduto, magari lento, non discriminatorio di nessun punto di vista).

Recentemente, nella sua rubrica sul magazine D di Repubblica, Umberto Galimberti, dopo aver ricordato alcune prese di posizione piuttosto controverse, per non dire liberali, anche da parte di San Paolo (che raccomandava un sano matrimonio a chi fosse preda di un incoercibile impulso sessuale) scrive una cosa molto chiara: “se la sessualità è una pulsione “naturale”, e il celibato, comunque lo giustifichino gli artifici teologici, non è conforme a natura, là dove non si segue la natura, inevitabilmente fioriscono perversioni e comportamenti contro natura.”

L’altra parola tabù è: donna. L’apertura del sacerdozio alle donne non potrebbe portare aria nuova, fresca, illuminata e illuminante? Non depurerebbe l’asfissia dei seminari maschili dove ogni sogno può diventare peccato, dove ogni desiderio represso può scatenare ossessioni? In una parola: dove la monocultura maschile toglie la libertà della purezza, invece che preservarla (io credo di sì).

Nella sua rubrica sul Domenicale del Sole 24 Ore Riccardo Chiaberge ha ricordato, qualche settimana fa, suor Emmanuelle, al secolo Madeleine Cinquin, una suora che ha dedicato tutta la vita agli ultimi, in particolare nelle bidonville del Cairo.
Dal libro di memorie che Suor Emmauelle, morta centenaria nel 2008, ha scritto e che Jaca Book ha tradotto, Confessioni di una religiosa, “emerge “, scrive Chiaberge, “l’autoritratto senza veli di una femminilità indomabile, una variante più sanguigna e sbarazzina di Madre Teresa. Madeleine cammina fin da ragazza sulle braci della sensualità, si innamora di un professore, prova attrazione per l’altro sesso e confessa di masturbarsi ancora in tarda età. «Questa sconcertante esperienza – scrive – mi ha fatto capire e, in un certo senso, condividere i drammi suscitati nel mondo da quel torrente che la maggior parte degli uomini non riesce a fermare. La mia indulgenza spesso stupisce la gente. Io resto tuttavia persuasa che quelli che vengono definiti “i peccati della carne” siano i meno gravi agli occhi di Dio».  Nella bidonville, la suora francese vive per vent’anni in mezzo a torme di bambini seminudi, e nessuno di loro subisce da lei altro che il tocco della grazia: vaccini, medicinali,  scuole. Aiuta le donne a liberarsi dalla schiavitù dei mariti-padroni, a non farsi mettere incinte ogni dodici mesi. Non scaglia anatemi contro gli anticoncezionali, ma più che pillole, cerca di procurare loro un lavoro che le renda indipendenti”.
Nessuno subisce altro che il tocco della grazia.

Nel capitolo dei rimedi, non si può evitare di parlare del rimedio evangelico per eccellenza. Il più difficile, il più ostico.

Il perdono
Il papa ha detto che “il perdono non sostituisce la giustizia”, eppure come si fa a pensare di regolare i conti definitivamente se non si affronta anche il nodo del recupero del peccatore all’interno della comunità?
Il perdono è il punto di arrivo del cammino dell’amore, ma non lo si può imporre, né regalare, né spiegare. Il perdono è un mistero personale, che riguarda la vittima e il carnefice, il loro terribile rapporto inscindibile. E che ovviamente riguarda il rapporto fra il colpevole e Dio.
Ciascun peccatore è un uomo e come tale ha dentro di sé il crisma della divinità. Ciascuno di noi è “migliore di quello che ha fatto” (come mi ha insegnato il Padre gesuita che ha formato la mia fede, raccontando la sua esperienza nelle carceri).
Che senso avrebbe tuttavia per la Chiesa perdonare i suoi ministri peccatori? E come può la Chiesa perdonare i suoi ministri peccatori senza far pesare questo atto di dignità estrema sulla comunità ferita? E a chi si rivolge il Papa quando invita tutti i cattolici “sotto gli attacchi del mondo che ci parlano dei nostri peccati”, a capire che “poter far penitenza è grazia” e “come sia necessario fare penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella nostra vita. Aprirsi al perdono, prepararsi al perdono, lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè della purificazione e della trasformazione, questo dolore è grazia, perchè è rinnovamento, è opera della Misericordia divina”? Parla della Chiesa come Casa di Dio, cioè di tutti i fedeli? O della Chiesa come istituzione?
Ma io umilmente domando: come possono i fedeli (che sono essi stessi, in prima persona, Chiesa, ma a loro volta traditi) accomunarsi nella richiesta del perdono, se la Chiesa come organizzazione non ha prima chiesto loro di essere perdonata per essere ricorsa per così tanto tempo, nel trattare i casi dei suoi ministri traditori, alla silenziosa oscurità del segreto? E dunque è lecito domandarsi se la chiamata in correità riguarda gli abusi sessuali o anche il modo con cui sono stati trattati. E la richiesta del perdono include il peccatore come persona, o ci si accontenterebbe di un generico attestato di fiducia nell’istituzione? Si chiede, insomma, di continuare a credere nella Chiesa immutabile, o si porta in garanzia la promessa di un cambiamento?

La forte sensazione è che la tutela del segreto, ribadita fino al documento del 2001, sia stata proprio la chiave per scappare dalle responsabilità, non di proteggere le vittime. Che sia il modo omertoso di ricomporre il guasto fra le quattro mura domestiche.
Ed è anche il modo per non risolvere nella dimensione del perdono il dramma del peccatore e della vittima.
La Chiesa come organizzazione non può unilateralmente perdonare il colpevole. Questo non sarebbe mai accettato dalle vittime e dalla comunità tutta.
Si tratterebbe di una risposta di casta, di una chiusura corporativa. E soprattutto, non sarebbe vero perdono.
Dunque è una doppia fuga. Dalle vittime, in primo luogo, cui non si dà soddisfazione affrontando a viso aperto il dramma, mettendosi anche in discussione; e dal peccatore, solo apparentemente protetto, in realtà nascosto, e abbandonato alla sua viltà. Cooptato nel sistema di protezione tipico di una grande organizzazione che non vuole che le mele marce infettino la maggioranza e finisce così per dar loro, in realtà, un ipocrita asilo politico.

Ho cominciato da qui. E qui finisco. La colpa del segreto, al di là delle responsabilità individuali, è per me se non pari a quella commessa dai preti traditori, almeno collaterale. Ha costituito il fondamento della perdita di fiducia da parte dei fedeli; ha negato la speranza di un rinnovamento comunitario e ha cercato, in definitiva, di cancellare il peccato con un sobrio, suadente, impalpabile “sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire”.
Scoprire che troppo spesso i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti, assegnati in un’altra parrocchia sperando che non sarebbero incappati più nei loro tragici errori, è un segno di viltà su cui non si può passare con leggerezza. Lo ha detto il papa: il perdono non sostituisce la giustizia. Ma la giustizia richiede anche una revisione profonda dei propri comportamenti per essere autentica, e strumento di redenzione. E se è giusto che la Chiesa si faccia carico del peggiore dei peccatori promuovendone la parte migliore (che c’è, c’è sempre), e se in questo caso (e solo in questo) è necessario che lo faccia nel silenzio di un colloquio intimo, personale, tutto questo non può avvenire se non dopo che il peccatore sia stato definitivamente, irrevocabilmente e pubblicamente messo nella condizione di non fare altro male.
E questo non è successo.

Epilogo – Gesti profetici

Qualche domenica fa nella mia parrocchia si è celebrato il battesimo di M., una bambina peruviana di 4 anni, adottata. Il parroco ha lasciato che la bambina durante la cerimonia facesse quello che le pareva. E lei si è andata a sedere accanto a lui (che, abbiamo saputo dopo, aveva conosciuto e frequentato lungo tutta la settimana precedente, durante la quale il parroco e la famiglia si erano visti più volte in preparazione del Battesimo). Quando lui si alzava lei lo seguiva, lo teneva abbracciata alla tunica, all’altezza del ginocchio. Lo guardava dal basso, riconoscente, e poi saltellava a piedi uniti, sorridendo ai suoi genitori, seduti al primo banco.
Una volta versata l’acqua sulla testa, e quindi formalmente battezzata, ripresa la normale celebrazione, la bambina, sempre saltellando e correndo è andata a mettersi a sedere dove stava prima, nel posto accanto a quello del sacerdote (in quel momento in piedi davanti all’altare). Don G. l’ha richiamata con un sorriso, e le ha fatto cenno che se voleva poteva mettersi seduta al suo posto: “Ora ti ci puoi mettere”, le ha detto.
Lei allora è scesa con un saltino dal suo posto e si è accomodata in quello centrale, quello del celebrante, felice, sorridente, con le gambe penzoloni.
Era una regina bambina, una sacerdotessa, una piccola profeta.

Fine

De delictis gravioribus / 8ultima modifica: 2010-05-23T15:52:00+00:00da borgosotto
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