PROFILATTICO Perché è diventato un simbolo del rapporto tra morale e sessualità

di Vito Mancuso, Repubblica — 25 novembre 2010

Il mondo intero siè interrogato incuriosito sulle parole di apertura di Benedetto XVI all’ uso dei preservativi contenute nel libro-intervista Luce del mondo con il giornalista tedesco Peter Seewald. L’ agenzia dell’ Onu per la lotta all’ Aids ha applaudito, la Sala stampa vaticana ha precisato, i giornali di tutti gli orientamenti hanno lungamente commentato. Persino a me sono arrivate telefonate dall’ Italia e dalla Svizzera per prendere posizione e partecipare a pensosi dibattiti. Ma che cosa è successo per giustificare tutto questo polverone? Siamo in presenza di una svolta reale, o di una delle tante montature mediatiche? Tanto rumore per nulla, o c’ è qualcosa che invece giustifica il clamore? Qualcosa in effetti c’ è, e non è di poco conto: consiste nel fatto che Benedetto XVI ha affermato che per l’ uso del preservativo “vi possono essere singoli casi giustificati”. Anzi, è arrivato a connotare il ricorso al preservativo come “il primo passo verso una moralizzazione, un primo atto di responsabilità”. Parole inaudite, nel senso letterale del termine perché nessuno mai le aveva udite, non solo da una mente poco incline alle aperture progressiste come quella dell’ attuale papa, ma da tutti i papi precedenti. Mai un papa, prima di queste dichiarazioni di papa Ratzinger, era arrivato a tanto. Il che comporta anzitutto il mutamento di un principio dottrinale: d’ ora in poi nei documenti del magistero e nei manuali di teologia morale non si potrà più affermare che i preservativi sono un mezzo “intrinsecamente cattivo” (vedi Humanae vitae 14 e Catechismo 2370) e quindi sempre da evitarea prescindere dai fini che si intendono perseguire.

Da oggi, chiunque tra i vescovi e i teologi sosterrà che i preservativi sono sempre e comunque cattivi, verrà per ciò stesso ad attribuire a Benedetto XVI, che in alcuni casi li ha ammessi, la morale di sapore machiavellico secondo cui i fini giustificano i mezzi. In realtà, se ci sono casi in cui si possono lecitamente usare, i preservativi non possono non essere leciti. La dottrina morale della Chiesa ha registrato una piccola, timida, imbarazzata, ma al contempo chiara e significativa svolta. Nulla di epocale, certo, il direttore della Sala stampa vaticana padre Lombardi ha ragione nel dire che le parole del papa “non sono una svolta rivoluzionaria “. Ci vuole ben altro per compiere la salutare “rivoluzione” di cui ha urgente bisogno la morale sessuale cattolica al fine di giungere a parlare concretamente alla vita degli uomini e liberarsi dall’ ipocrisia di precetti proclamati dal pulpito ma oramai largamente ignorati nelle coscienze. La strada è ancora lunga, e chissà quanto aspra, per far sì che anche a livello di morale sessuale si introduca il rinnovamento operato nella morale sociale dal Vaticano II, e che Paolo VI impedì che avvenisse scrivendo nel 1968 l’ enciclica Humanae vitae in aperto contrasto con la commissione pontificia da lui insediata espressasi a favore della liceità morale dei preservativi. Quella decisione di Paolo VI soppresse, nel metodo prima ancora che nel merito, lo spirito del Concilio, causando la rivincita della componente conservatrice oggi perfettamente compiuta. Tuttavia il cambiamento di direzione implicato nelle parole di Benedetto XVI è netto, e la dottrina, a meno di equilibrismi imbarazzanti, dovrà necessariamente riformularsi. Se è vero infatti che il papa scrive che “le prospettive della Humanae vitae restano valide”, è altrettanto vero che ora ha avuto la saggezza di aggiungere che “altra cosa è trovare strade umanamente percorribili”. Proprio così: una cosa sono i principi, un’ altra cosa le strade veramente percorribili dagli uomini e dalle donne concrete alle prese con la vita concreta. E la morale consiste proprio in questo: nella coniugazione tra l’ altezza dei principi e le strade concretamente percorribili. È quanto insegna da sempre la dottrina del cattolicesimo, anzi secondo Tommaso d’ Aquino “quanto più si scende nei particolari tanto più aumenta l’ indeterminazione” (vedi Summa Theologiae I-II, q.94, a.4 co.), passo così commentato da un recente documento della Commissione Teologica Internazionale: “In morale la pura deduzione per sillogismo non è adeguata. Quanto più il moralista affronta situazioni concrete, tanto più deve ricorrere alla sapienza dell’ esperienza, un’ esperienza che integra i contributi delle altre scienze e cresce al contatto con le donne e gli uomini impegnati nell’ azione. Soltanto questa saggezza dell’ esperienza consente di considerare la molteplicità delle circostanze e di giungere a un orientamento sul modo di compiere ciò che è bene hic et nunc” (“Alla ricerca di un’ etica universale”, paragrafo 54). San Tommaso giunge persino a specificare che tra le due conoscenze che formano il giudizio morale, cioè i principi dottrinali da un lato e la situazione reale dall’ altro, se proprio si deve privilegiare qualcosa “è preferibile che questa sia la conoscenza delle realtà particolari che riguardano più da vicino l’ operare” ( Sententia libri Ethicorum, Lib. VI, 6). Vale a dire: sono molto più vicini alla verità i missionari e le missionarie che incoraggiano l’ uso dei preservativi, che non i teologi moralisti dei palazzi vaticani che tengono fermi i principi dottrinali ignorando la vita reale. Ora, finalmente, anche Benedetto XVI è giunto a toccare la realtà della vita reale, ben diversamente da quando aveva affermato durante il viaggio in Africa che nella lotta all’ Aids il preservativo non solo non aiuta ma peggiora la situazione. È sperabile che da queste sue più sagge parole possa avere origine ciò che il teologo Ambrogio Valsecchi auspicava vanamente già nel lontano 1972, cioè “nuove vie dell’ etica sessuale”? Anche perché, a pensarci bene, quello che è veramente clamoroso è il clamore suscitato mondialmente da queste semplici parole di buon senso del papa che rimandano all’ abc del comportamento prudenziale, paragonabili a “ricordati di allacciare le cinture in macchina”, “sta attento agli scogli quando ti tuffi”, “non accettare caramelle dagli estranei”. Ma anche questo, forse, è un segno del profondo rinnovamento di cui c’ è urgente bisogno nella Chiesa cattolica e di cui la direzione era già stata indicata dal Concilio Vaticano II, ormai quasi mezzo secolo fa: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’ uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’ intimità propria… Nella fedeltà alla coscienza i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali” ( Gaudium et spes 16).

PROFILATTICO Perché è diventato un simbolo del rapporto tra morale e sessualitàultima modifica: 2010-11-26T12:26:17+00:00da borgosotto
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