Ammiravo Karol Wojtyla. Ero più vicino a Papa Luciani

di Carlo Maria Martini

CORRIERE DELLA SERA di domenica 29 maggio 2011

 Eminenza, grande è la mia preoccupazione per il futuro dei nostri figli, che non saranno – purtroppo – fortunati come quelli della mia generazione (ho 61 anni): non si vede davanti a loro un avvenire di speranza. Il lavoro è la causa prima a cui segue la difficoltà di poter costruire e mantenere dignitosamente una famiglia! Ho ricevuto dai miei genitori il dono della fede. Ho anch’io avuto la fortuna di sposarmi e di vivere una proficua vita di coppia, ma penso di non essere stato all’altezza dei miei genitori nel trasmettere una fede forte ai miei figli; nella comunione domenicale continuo a chiedere a Gesù la forza di essere testimone credibile, di dare ai miei figli una fede più forte della mia, ma mi trovo in difficoltà quando li sento freddi soprattutto a causa dei comportamenti della Chiesa docente più in vista. Mi spiego meglio: trovano molto lontano dal Vangelo che le nostre gerarchie si preoccupino molto di piacere ai politici, al potere (per avere o aumentare benefit per le scuole cattoliche, per il mantenimento degli edifici ecc.), mentre le chiese sono sempre meno frequentate e quelli che le frequentano sembrano essere più interessati a «timbrare il cartellino» che a prendere spunti per una vera «conversione di vita». Perché anche il beato Giovanni Paolo II, le cui virtù di apostolo universale sono ben evidenti, non ha saputo fermare questo andazzo, i cui danni per la fede in Italia sono a mio parere ogni giorno sempre più visibili? Non le sembra che se da molti anni in Italia la politica non sa volar alto sia anche in parte colpa della Curia romana? Spero che si sia toccato il fondo (ma non ne sono poi tanto sicuro) e che tutti noi, Chiesa in cammino, possiamo uscire dai nostri meschini sepolcri per vivere una vita vera in Cristo. (Cesare Nicolis – Vigasio / Verona)

 Il principio del «piacere a qualcuno» non è iscritto in una «teoria» specifica come erroneamente si può pensare. È, invece, una fragilità dell’uomo da cui la Chiesa non è esente, né in questi tempi né in passato. La fatica quotidiana della Chiesa fin dalle sue origini è proprio quella di piacere anzitutto a Dio. Negli Atti degli Apostoli, al cap. 5, 28ss, Pietro è rimproverato dal Sommo Sacerdote per l’ostinazione del suo annuncio ed Egli si difende così: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29). La tentazione contraria è e sarà sempre presente, ma non ci esime dal combatterla anzitutto dentro di noi, nel nostro cuore.

Eminenza, sebbene io sia un cattolico praticante, ho sempre un’infinità di dubbi, sul bene, sul male, sul destino dell’uomo… La beatificazione di Giovanni Paolo II mi ha fatto riflettere. Se Papa Luciani fosse vissuto qualche anno in più, forse, non avremmo conosciuto Karol Wojtyla. E, forse, oggi, non saremmo qui a parlare di un Papa polacco che ha cambiato la storia. La volontà di Dio è imperscrutabile, ma mi chiedo, senza essere blasfemo, perché il Padreterno per farci conoscere Karol Wojtyla ha dovuto sacrificare, in modo così doloroso, improvviso e anche misterioso Giovanni Paolo I? Perché il disegno divino ha dovuto così drasticamente cambiare, in poco più di un mese, dal pontificato mite e contemplativo di papa Luciani a quello energico e combattivo di Wojtyla? E’ stata la mano di Dio a liberarci dal comunismo o quella dell’uomo? Ma, soprattutto, papa Wojtyla era destinato alla santità, con un percorso virtuoso già scritto, oppure il suo cammino l’ha realizzato con proprie scelte, giorno dopo giorno? Si nasce davvero tutti eguali e si muore unici, modellati solo dal nostro lavoro e modo di vivere? Papa Luciani, il Papa contadino, come va inserito nel puzzle della storia? Come una tessera per far combaciare quella di Karol o era solo un prete buono, che Dio ha voluto premiare? (Nazario Sauro Tosoni – Asti)

 

Ho conosciuto personalmente Karol Wojtyla, a partire dagli anni 70. Benché qualche volta non fossi d’accordo con le sue idee, come anche riconobbe il cardinale Ratzinger (oggi Benedetto XVI) in uno scritto dedicato ai miei dieci anni di episcopato, l’ho considerato un uomo straordinario. In lui la visione dell’infinito si coniugava con un grande senso pratico. Era poeta e filosofo e insieme uomo di azione, mistico e contemplativo e insieme con i piedi per terra. Benché io non sia tanto favorevole alla moltiplicazione dei santi o dei beati e, quanto al processo di Wojtyla, ritengo che si sia proceduto piuttosto in fretta, non posso non ammirare in lui l’azione dello Spirito Santo. Lo rivedo con la fronte appoggiata per lungo tempo sull’urna di san Carlo, durante la sua visita a Milano nel 1984, o quando costrinse i vescovi lombardi a stare in ginocchio per terra durante mezzora, mentre lui pregava su un inginocchiatoio nel tempio di san Luigi Gonzaga. Durante i suoi viaggi non sentiva alcun desiderio di guardarsi intorno o di guardare giù dall’elicottero la natura circostante, come non gli interessavano molto i diversi capolavori dell’arte o della tecnica. Terminato il contatto con la gente rientrava in un silenzio che per lui era un tempo di lunga contemplazione. Questo è stato il modo con cui l’ho visto un po’ da vicino. Perciò non sono stato stupito delle grandi folle presenti alla sua beatificazione. Ma con ciò nulla si dice di altri uomini di Dio, che furono un riferimento possente nella nostra storia. Non si negano le virtù di papa Luciani, che anch’io ho conosciuto quando era Patriarca di Venezia. Anzi, come stile mi sentivo forse più vicino a lui che non al suo successore. In ogni caso è un errore, come afferma anche l’autore della «Imitazione di Cristo», fare dei paragoni tra i santi, come pure lanciarsi in ipotesi sui disegni divini o su storie di fantasia popolare. Dio ha permesso che il destino di papa Luciani e quello di papa Wojtyla fossero diversi. Dobbiamo ricevere con gratitudine i doni di Dio e lasciare che sia lui a dirigere la storia. Ciascuno dei due Papi ha raggiunto con le proprie scelte, sostenute dallo Spirito, il proprio posto nel cammino del popolo di Dio.

 

Ho la sensazione che le Beatitudini evangeliche abbiano una forma di appendice o, se vuole, una forma di ulteriore beatitudine di cui parla il Vangelo di Giovanni quando riporta le parole di Gesù: «Beati coloro che senza aver visto hanno creduto» (Gv 20,29). Penso alla traduzione e all’interpretazione di padre Ignace de la Potteri secondo cui in questo passo Gesù non si rivolge tanto a coloro che verranno, come lascia intendere la traduzione a lungo preferita, «crederanno» , quanto a coloro che «hanno già visto» (Giovanni accorso con Pietro al sepolcro). Gesù qui non chiede una fede cieca. Questa è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui. La beatitudine a cui lei, eminenza, ha reso una appassionata testimonianza nei suoi scritti e con il suo magistero. (Fabio Radaelli – Seregno / Monza Brianza)

 

Le Beatitudini sono la magna carta del cristiano: esse certificano che Dio prende a cuore le povertà e le nostalgie di ogni uomo e donna sulla terra. Esse sono raggiungibili perché è Dio che le realizza. Quanto a quella che lei cita in particolare, sono d’accordo con lei, non si tratta di una beatitudine offerta ad una categoria particolare di persone. Essa è la beatitudine per così dire «universale» , quella che rende beato ciascuno di noi, solo per il fatto di non aver visto, di credere senza vedere. Ciò però non vuol dire il rifiuto delle certezze della ragione.

 

Eminenza, se Dio è perfetto non possiamo ammettere che possa mutare opinioni, volontà, atteggiamenti o rattristarsi se un suo figlio pecca, rischiando, se non c’è il pentimento, la dannazione. Ciò che è perfetto non può subire modificazioni, che intervengono se Dio è sollecito del destino degli uomini. Dobbiamo concludere che se Dio è perfetto deve diventare giocoforza un Dio immobile come quello di Aristotele, indifferente di fronte al mondo? Può mutare volontà a seconda dei comportamenti umani? Nella Bibbia si legge: «Dio infine mosso a compassione…». Dio, cioè, può mutare i suoi stati d’animo? Se è infinitamente misericordioso deve perdonare sempre, se è infinitamente giusto deve condannare sempre. Ma quando perdona o condanna non viene meno ad una delle sue caratteristiche infinite? (Franco Chimenti San Marco Argentano / Cosenza)

 

È difficile poter rispondere alle sue domande a partire dalle categorie filosofiche da cui lei stesso parte. La perfezione di Dio è altro da ciò che può comprendere il semplice pensiero umano. La croce è la misteriosa risposta alle sue domande. Sul Gòlgota, coesistono nella stessa persona del crocifisso, il fallimento umano, la morte, la realizzazione di sé e della propria missione, la salvezza dell’umanità, il perdono e la vita. Come queste contraddizioni siano assunte dalla stessa persona nello stesso tempo, questo è il mistero.

 

Mi chiamo Gaetano, sono ingegnere, docente, sposato, ho due figli. Sono accolito e in formazione per il diaconato permanente. Svolgo servizio ecclesiale di catechesi e nella liturgia. Nell’annunciare Gesù Cristo spesso si avverte la difficoltà di dire parole efficaci: di dire «Dio» in modo da toccare il cuore di chi ascolta perché mosso dal desiderio di incontrare il Signore. Talvolta si riesce a stabilire una comunione. Altre volte questo non è sufficiente. Spesso mi dico che deve esserci un difetto di linguaggio quando dei credenti parlano ad altri che non lo sono o che non sono afferrati da dubbi più grandi dei nostri. Secondo lei come si potrebbero «declinare» , come si usa dire oggi, modalità nuove o rinnovate dell’annuncio cristiano? (Lettera firmata)

 

Nella comunicazione del Vangelo è utile, ma non in tutti i casi, parlare di noi e della nostra esperienza. È invece necessario partire da noi, cioè partire dal cuore per toccare il cuore. Non si tratta di trovare nuovi linguaggi o declinazioni ma di assumere quello di Gesù. Gesù racconta il Padre e lo fa con parole semplici. Noi raccontiamo Gesù con altrettanta semplicità, il resto lo farà lo Spirito Santo. Auguri per la Sua formazione.

 

Eminenza, le scrivo a proposito delle idee di Teilhard de Chardin, di cui lei ha accennato nella risposta al lettore che teme la morte (Corriere, 24 aprile). Premetto: credo in Dio, ma mi è molto difficile pensare che sia Cristo l’unica strada: ritengo che il Gesù storico sia stato una persona incomparabile, magnifica, ma non riesco a credere che sia stato il «vero» Figlio di Dio, se non nella misura in cui lo siamo tutti. Posso chiamare Cristo quella pienezza che ci unirà tutti alla fine dei tempi, ma non posso credere che l’unico modo giusto di credere sia quello cristiano cattolico. Per me Teilhard de Chardin è un «profeta» o una mente paragonabile a un Freud o a un Einstein. Non ho compreso, tuttavia, questa sua frase: «Un altro errore consiste nello smarrimento dell’escatologia universale, per la quale la salvezza dell’uno esigerà la salvezza dell’altro». L’errore è nel non avere questa credenza o nel credere che «la salvezza dell’uno esigerà la salvezza dell’altro»? Io credo che tutti saranno salvati, da quelli che sono i loro contemporanei o da quelli che via via seguiranno, fino al compimento finale, alla piena realizzazione, per millenni che ci vogliano. Credo negli infiniti effetti e nei lunghissimi «filamenti» di ciascuna azione umana, ogni gesto e ogni stato d’animo, nel male e nel bene. Credo in un processo teilhardiano di crescita il cui ritmo è dato dalla nostra volontà di crescere e di aderire al bene. Non credo nel castigo divino, credo nella pazienza di Dio. Credo che il Paradiso ce lo dobbiamo «meritare». Credo che Dio sia incomparabilmente superiore ai nostri concetti, molto migliore di come possiamo concepirlo noi. (Flavia Tosi – Varese)

 

Lei crede più di quanto crede! Nella precedente risposta intendevo proprio che l’errore è aver smarrito la fede nella salvezza universale. Che per la salvezza abbiamo bisogno gli uni degl’altri. Che l’umanità è una lunga, immensa, cordata che sale verso la vetta e che ogni scalatore tira e insieme è tirato dall’altro.

 

Ammiravo Karol Wojtyla. Ero più vicino a Papa Lucianiultima modifica: 2011-05-30T15:17:49+00:00da borgosotto
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