Don Verzè

Corriere della Sera, 2.1.12

Innovatore e spregiudicato, le due facce di don Verzè di Giangiacomo Schiavi 

Il valore di quello che lascia è un patrimonio di competenze, un metodo scientifico e un piatto con sopra trecento milioni offerti per il suo ospedale e la sua università; il peso di quello che si porta nella tomba sono i guai finanziari, le pratiche illecite, il suicidio del suo braccio destro e un’inchiesta per bancarotta con un buco da un miliardo e mezzo. Don Luigi Maria Verzé è una medaglia a due facce, come la sua storia: da una parte c’è un modello di sanità spinta verso il meglio che punta su efficienza, competenza e prestigio; dall’altra c’è un oscuro sistema che genera fondi e inquina il mercato con tangenti e sprechi colossali. Le responsabilità non cancellano i meriti ma è evidente a tutti che l’intreccio politico affaristico che don Verzé ha costruito attorno al San Raffaele è una macchia che sporca anche le più nobili intenzioni: usare la sanità come un bancomat per fini personali, megalomania o, peggio, come macchina per tangenti e fondi neri, non fa onore a nessuna missione, tanto più se questa è giustificata da una sorta di investitura divina. Alla Divina Provvidenza don Verzé si è spesso appellato nella costruzione del suo grande progetto di ospedale con un’università di alto livello e un centro di ricerca invidiato nel mondo, ma alla fine i conti li ha dovuti fare con una realtà più terrena fatta di politica, denari, mazzette e rimborsi gonfiati.

E qui, al messaggio evangelico si è sovrapposto quello machiavellico del fine che giustifica i mezzi. E se il fine è una grande opera, è lecito rinunciare a qualche sussulto morale per un disegno che genera, insieme ai primati riconosciuti nella ricerca, nelle terapie e nelle cure, anche una serie infinita di azioni illegali, di opacità di gestione, di rapporti inquinati con uomini dei servizi segreti? Nessuna illegalità si può giustificare in nome di un progetto, grande o piccolo che sia. L’inchiesta della magistratura stabilirà quali sono le responsabilità del fondatore del San Raffaele nella mala gestione dei fondi per la sanità e degli appalti ad essa legati, e quali sono state le connivenze e le complicità di politici, banche e Regione Lombardia che gli hanno tenuto bordone. Molti hanno chiuso gli occhi, qualcuno si è spartito il bottino, altri, come Comunione e Liberazione, si sono chiamati fuori dopo aver condiviso per anni metodi e gestione. Don Verzé almeno è rimasto coerente con se stesso, nel bene e nel male: chiunque lo giudichi, di questo gli deve dare atto. La spregiudicatezza (verso l’alto e verso il basso), al di là dei pregiudizi, lo ha accompagnato per tutta la vita. Anche così forse è riuscito nella creazione di qualcosa di unico nel panorama sanitario e universitario italiano. È questo, oggi, il patrimonio da mettere in salvo per medici, ricercatori e pazienti: la qualità delle cure, l’innovazione, l’orgoglio, il senso di appartenenza e i primati della ricerca del San Raffaele. Anche se l’eredità di don Verzé si porta dietro la riprovazione per l’etica disinvolta, bisogna distinguere che cosa salvare e che cosa buttare. Via dal cattivo management e dagli affari sporchi, il San Raffaele è ancora, e merita di restare in futuro, un bene comune.

 

Pag 13 Diseredato dal padre creò un impero. Il prete con il mito della longevità di Aldo Cazzullo

Volle i migliori ricercatori e posate d’argento. I rapporti con Craxi e Berlusconi

 

Se don Luigi Verzé (Illasi, 14 marzo 1920-Milano, 31 dicembre 2011) se ne fosse andato un anno fa, sarebbe stato ricordato come l’uomo che creò dal nulla il più grande ospedale e il più grande centro di ricerca d’Italia, a prezzo di azzardi finanziari e disinvolture amministrative, di cui la magistratura si era occupata già ai tempi di Tangentopoli. Quest’ultimo, orribile anno è stato segnato dal suicidio del braccio destro Mario Cal, dalla rivelazione di pratiche tangentizie non estranee al crac finanziario, da intercettazioni – «stanotte ci sarà del fuoco» – in cui emergono linguaggi malavitosi e metodi criminali per liberarsi di vicini molesti e di chiunque rappresentasse un ostacolo. In realtà, don Verzé non era ovviamente un criminale. Era un megalomane. La stessa megalomania che lo portò a fondare il San Raffaele lo induceva a comprarsi il jet privato per evitare le code al check-in. Lo spingeva a portare per primo in Europa la macchina per la tomoterapia – «quanto costa? Dieci milioni di euro? La voglio!» – e ad allestirsi zoo e scuderie dove scelse per sé un purosangue di nome Imperator. A chiamare per dirigere la sua università i migliori intellettuali italiani e a comprare fazendas in Sudamerica dove veniva fotografato a bordo piscina. Era anche un autocrate, ed era affascinato dagli uomini che considerava suoi simili, fossero di destra o di sinistra, musulmani o atei, Gheddafi o Fidel Castro, che chiamava familiarmente «El Crapòn». Amico di Craxi, si portò a Tunisi quando il leader socialista venne operato all’ospedale militare da un’équipe del San Raffaele: don Verzé sbarcò dal suo jet, annunciò che aveva con sé un messaggio di Wojtyla per l’infermo, brigò per riportarlo in Italia o almeno a Parigi, si lamentò di Ciampi, litigò con il premier francese Jospin. Per Berlusconi aveva una fascinazione. Raccontava di averlo visto per la prima volta nel 1964, in clinica, e di avergli detto: «Lei guarirà, e farà grandi cose». (Don Verzé si considerava anche veggente: «È un dono che ho sempre avuto. Ma lo dissimulo, e non ne parlo, perché non voglio passare per un profeta»). A lungo i due hanno litigato: anche Berlusconi infatti era un suo vicino. «Stava costruendo Milano 2 – ha raccontato don Verzé -. Venne a propormi un’alleanza. Entrambi avevamo acquistato i terreni dal conte Bonzi. Ma quando andai dal nobiluomo per comprare un altro lotto che mi aveva promesso, mi rispose di no: Berlusconi mi aveva preceduto con l’assegno in mano; il conte era molto simpatico ma molto bisognoso di denaro, e non aveva resistito. Ne parlai con Silvio, che tracciò un fosso e propose un accordo: tu costruirai da qui verso Nord, io da qui verso Sud. Ma verso Nord era tutto terreno agricolo, non edificabile!». Insomma Berlusconi aveva fregato anche lui; il che non gli impedì di definirlo «un dono di Dio all’Italia». Anche perché con il Cavaliere collaborò per far deviare le rotte degli aerei che atterravano e decollavano da Linate, perché non disturbassero malati e inquilini. Luigi Verzé è sempre stato molto amato e molto odiato. Fin da piccolo. Il padre possidente veneto lo adorava ma lo diseredò quando seppe che sarebbe diventato sacerdote. La madre lo baciò una sola volta in vita sua, il giorno della prima comunione. Fu segretario di don Calabria, un santo. Fin da giovane ebbe la fissa dell’ospedale. Da arcivescovo di Milano, Montini cercò di fermarlo. Don Verzé confessò di aver pregato perché non divenisse Papa («però lo stimavo moltissimo: ho scritto nei miei diari ogni frase che mi ha detto, come ho sempre fatto con i grandi che ho incontrato, per settant’anni»). A Borrelli inviò una lettera malaugurante che il magistrato gli rispedì indietro. Ma lo scontro più duro fu con Rosy Bindi, che da ministro della Sanità gli vietò lo sbarco a Roma. Lui così rievocava l’episodio, rivolgendosi come don Camillo direttamente al Padreterno: «Dio mio, tu mi hai tentato come hai fatto con Abramo, chiedendogli di sacrificare il suo figlio prediletto. Ma tu a me non hai mandato l’angelo a fermarmi il braccio, a me hai mandato Rosy Bindi, che è stata solo il magatello di ben altri poteri, di Roma ladrona; perché tale Roma è, anche se solo Bossi ha il coraggio di dirlo!». E qui don Verzé levava il dito con un sorriso enigmatico, evocando il don Bosco che annunciava imminenti funerali alla reggia per indurre Vittorio Emanuele II a non firmare le leggi di confisca dei beni ecclesiastici. Neppure il Vaticano lo amava, in particolare per le sue posizioni sulla ricerca scientifica. Alla vigilia del referendum del 2005, in un’intervista al Corriere don Verzé si schierò in difesa della fecondazione assistita e del ricorso agli embrioni umani per trovare nuove cure («a patto di non ucciderli e non ferirli»). Mentre il cardinale Ruini faceva campagna per l’astensione, lui sosteneva che «tutti hanno il diritto di avere figli. Qualcuno può rinunziarvi, come ho fatto io; nessuno può impedirlo a un altro. Non sopporto gli irsuti inquisitori che pretendono di alzare il lenzuolo del letto nuziale; mi pare impudico. A suo tempo, la Chiesa accetterà la fecondazione omologa in vitro, come accetterà, almeno per situazioni limite, la pillola contraccettiva e il preservativo. Per farlo capire a certi proibizionisti basterebbe che uscissero dalle affrescate stanze curiali e si intrattenessero per un po’ nelle favelas e nei tuguri africani!». Don Verzé aveva fondato anche una personale teologia. «Decenni di frequentazioni della morte mi hanno convinto che l’uomo non può stare senza nessuna delle tre parti che lo compongono, corpo, psiche e spirito. Per cui, al momento della morte, Dio ricrea il nostro corpo immediatamente, senza attendere la fine dei tempi». E dove sono i nuovi corpi dei morti? «Questo non lo so. Però so per certo che Dio non ha creato la morte». Ossessionato dalla longevità, annunciava che presto saremmo vissuti tutti almeno fino a 120 anni, subito ripreso e rilanciato da Berlusconi, per il timore di oppositori ed eredi politici. Al che don Verzé chiosava che l’immortalità va intesa in senso lato: «Ricerca, medicina, filosofia ci porteranno a vincere la morte, a trasformarla da trauma a fatto evolutivo. Sento che il Signore verrà a prendermi, e io lo vedrò, già sollevato da terra, sospeso tra la vita futura e la vita terrena…». Nel San Raffaele, «tempio della sofferenza» come da iscrizione all’ingresso, aveva fatto effigiare simboli e personaggi evocativi: Tobia, Giobbe – «Pelle per pelle» è il titolo dell’autobiografia scritta con Giorgio Gandola -, il Cristo, le donne della Bibbia, Esculapio. «Jesus Deus patiens», Gesù è Dio che soffre, dice nel cortile l’iscrizione a forma di croce sormontata dal serpente redento, simbolo della medicina. Quando negli anni Settanta vennero i katanga per sfasciare tutto, lui li ammansì sostenendo che preti e rivoluzionari facevano lo stesso mestiere. Ruppe con Cl. Divenne amico di Cacciari, con cui parlava a lungo di angeli. Fu amico, e rivale, anche di Umberto Veronesi. Portò Di Pietro a pranzo a Milano in Galleria per convincerlo a fare il ministro del governo Dini. Sostenne che i malati avevano diritto alla bellezza e al lusso e ordinò per i reparti lenzuola di lino e posate d’argento: le rubarono tutte. Fece debiti colossali e a chi gliene chiedeva conto rispondeva: «Non sono miei, sono delle banche». Per lo zoo interno si ispirò a Disneyland e comprò canguri, scimmie, uccelli esotici. Il San Raffaele oggi è in India, Brasile, Tibet, Polonia, Algeria, Malta, Cuba, Medio Oriente. La megalomania, causa della sua grandezza e della sua rovina, non lo abbandonò mai. Scrisse un libro con il cardinale Martini e numerose lettere a George Bush per supplicarlo di non attaccare Saddam. Si faceva chiamare «presidente» e definiva Dio «il top manager». Sosteneva di aver preparato con Castro la sua visita al Papa e poi il viaggio di Wojtyla a Cuba. Negli ultimi giorni si è paragonato a Cristo in croce. Ora sarà rimpianto ed esecrato. Restano un disastro finanziario, vite stroncate come quella di Cal, una verità giudiziaria da appurare nei processi. Resta anche il fatto che là dove c’erano campi incolti don Luigi Verzé ha costruito il più grande ospedale e centro di ricerca d’Italia.

 

Pag 15 Sospeso a divinis, poi la revoca. Così fece pace con la Chiesa di Armando Torno

Lo scontro con Paolo VI e il libro con Martini. Il libro-testamento: ho sempre lavorato per Dio

 

Era un prete. Il suo nome, Luigi Maria Verzé, oggi alla ribalta delle cronache per il buco finanziario del San Raffaele (il complesso ospedaliero e di ricerca da lui fondato) non deve farci dimenticare che frequentò santi e beati. E nemmeno che si scontrò con arcivescovi come Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI; o che nel 1964 la Curia milanese gli proibì «di esercitare il Sacro ministero». Nel 1973 ci fu la sospensione a divinis. Poi tutto venne revocato. D’altro lato, ebbe buoni rapporti con le autorità ecclesiastiche. Firmò con il cardinale Carlo Maria Martini un libro, Siamo tutti sulla stessa barca (Edizioni San Raffaele, 2009). Mai divenne monsignore, anche se in Vaticano aveva i suoi interlocutori. Si era laureato nel 1947 in Lettere e Filosofia alla Cattolica di Milano con padre Gemelli, un anno prima di essere ordinato sacerdote. La sua tesi in patrologia analizzava la figura di San Giovanni Crisostomo, il grande oratore del primo Cristianesimo. In verità conobbe anche i modernisti. Lui stesso ne scrive nel libro Cristo, il vero riformatore sociale (2009), evocando gli anni della Seconda guerra mondiale: «… ero felice di potermi confrontare con i cosiddetti modernisti, sacerdoti di grande scienza e penetrazione biblica, aperti alla cultura laica e attenti ai problemi sociali, che parlavano l’ebraico come io parlavo l’italiano. Discorrere con loro era un privilegio e una delizia, ma uno in particolare, che insegnava dogmatica, mi conquistò. Spesso, usciti da scuola, facevamo un tratto di strada insieme, parlando serratamente; ho un’immagine ancora molto vivida del suo compiacersi nel sentire in me una foga volta a rompere la chiusura del dogma; una tensione a conquistare gli insegnamenti, non a subirli». Dopo l’ordinazione diventa segretario di don Giovanni Calabria, poi santificato, nonché prediletto del cardinale Ildefonso Schuster, ora beatificato; anzi, sarà testimone di un loro incontro: li vide inginocchiarsi l’uno dinanzi all’altro, mentre si chiedevano vicendevolmente la benedizione. Don Verzé conservava gelosamente un regalo di Schuster sulla sua scrivania: era un crocefisso appartenuto a San Carlo. Di San Calabria, invece, gli restava l’invito per le scelte future: nel 1950 lo inviò nel capoluogo lombardo con questo ordine, che sovente amava ripetere: «Il Signore ti vuole a Milano. Là sorgerà un’Opera che farà parlar di sé l’Europa intera». E nel 1958 fonda l’Associazione Monte Tabor per la comprensione e il rispetto della dignità della persona, ente con lo scopo di assistere i più deboli. I membri, motore dell’iniziativa, sono i Sigilli. Hanno fatto voto di dedicare la vita allo sviluppo dell’opera. Quando il 30 aprile 1970 nasce la Fondazione, la finalità si può ritrovare in queste parole: «Ricondurre il concetto e l’esercizio della medicina e dell’assistenza allo spirito e alla prassi del comando evangelico “Guarite gli infermi” (Matteo, 10, 8), ispirando e favorendo tutte le iniziative, ecclesiastiche e laiche, per un moderno rilancio del concetto cristiano di assistenza». Nel 2003 don Luigi darà vita al Movimento Medicina-Sacerdozio. La cura dei malati era intesa come «scienza sacra, perché sacro è l’uomo “immagine e similitudine di Dio”». Ha avuto confidenza con i santi, oltre che con i bisognosi di cure e i politici. Negli ultimi tempi è stato giudicato per i conti, per quei «buchi» oggi considerati dal mondo il peccato più grave. Il dissesto del San Raffaele ha fatto puntare gli indici contro di lui, ma è ancora troppo presto per stilare un giudizio definitivo su questo religioso che amava fare le cose in grande come i cardinali del Rinascimento o i costruttori di colossi. Certo, sovente ha edificato senza tener conto delle coperture economiche. Ha comunque lasciato un complesso ospedaliero e una università. E anche qualche idea non proprio gradita a Roma, come quella che si leggeva in un intervento del settembre 2010 (seguito da un silenzio assordante), nel quale immaginava il Papa come un uomo comune. Che va tra la gente, vestito alla buona, parlando del Vangelo.

 

Dal libro “Portare la croce. Vi racconto il mio San Raffaele”, che don Luigi Maria Verzè stava scrivendo in questi ultimi mesi, di prossima pubblicazione, diamo in anteprima unos tralcio. Queste righe sono state scritte nello scorso mese di novembre.

 

La mia famiglia era la più ricca di Illasi, e quando dissi a mio padre che avevo deciso di seguire la mia vocazione, gli citai le parole del Vangelo di Matteo, per rassicurarlo che non disprezzavo il patrimonio che aveva in animo di consegnarmi, ma che avevo di fronte a me un patrimonio molto superiore a quello, perché avevo creduto al Signore Gesù: «In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Oggi, a più di novant’anni, posso dire di aver davvero ricevuto il centuplo in questa vita. Anche di dolore. Può sembrare strano, ma ho sempre chiesto al Signore di concedermi la sofferenza, perché già da giovane sapevo che la sofferenza è un varco. Non sapevo, però, che sul finire della mia esistenza sarei stato accontentato così copiosamente. Non è una sofferenza avere il debito con le banche, perché a garantirle c’è un patrimonio formidabile. Ciò che mi assilla è il debito nei confronti dei nostri fornitori, e il pettegolezzo, la maldicenza dei giornali che si riversa su di me e sui miei collaboratori. È quest’ultimo aspetto, soprattutto, che costituisce per me una ferita: che le persone che mi sono maggiormente care, quelle che hanno condiviso la straordinaria responsabilità e fatica della costruzione dell’Opera San Raffaele, siano ora sottoposte a simili, vergognosi attacchi. Essere messi sulla graticola a causa di questi debiti è un dolore che bisogna provare, per poterlo credere. È vero, nessuno in Italia e tanto meno nel mondo ha perso la fiducia e la stima nel San Raffaele: tutti ne hanno bisogno e tutti sanno che enorme patrimonio di sapere, di professionalità, di genialità nella ricerca continui a costituire. Ma è l’imputazione malevola, l’accusa ingiusta, la gogna, a costar caro. La mia vita per il San Raffaele è sempre stata – e l’ho ripetuto molte volte, nei miei scritti e nei miei discorsi – individuare la cosa da fare, lasciarmela ispirare da Dio e poi farla, senza aspettare i soldi. Ho sempre lavorato per Dio, senza interesse personale. Si può fare tutto questo, si può creare un prodigio come il San Raffaele, solo se si ha fede; solo se si vuole edificare un disegno di Dio. Che consiste nel mettere in pratica la missione che il Signore Gesù Cristo ci ha affidato: andate, guarite gli ammalati, insegnate, mondate i lebbrosi. Solo per mettere in pratica tutto questo, io ho fatto i debiti. Solo ed esclusivamente per questo scopo. Non abbiamo mai ricavato soldi dalla nostra assistenza, dalle rette della Regione o da quello che ci viene versato per fare il nostro dovere di medicina e ricerca scientifica. Abbiamo sempre agito con questo spirito: fare, e poi il Signore pagherà. Nessuno, nel passato, mi ha mai imputato queste cose, forse perché non c’era l’attuale fame di notizie e di intrighi, e forse perché non c’era nemmeno la grande ammirazione per la nostra realtà, il San Raffaele, e il desiderio di appropriarsene. Avevo deciso che non avrei lasciato il mondo così come lo avevo trovato, e questo è stato, perché la realtà del San Raffaele è ormai dotata di una vita propria, e di una storia: il San Raffaele è una realtà alla quale moltissimi guardano con gratitudine e speranza, non solo in Italia, non solo in Europa, ma nel mondo. Tuttavia, lasciare il mondo diverso da come lo si è trovato ha un prezzo; e forse non avevo mai davvero immaginato, prima d’ora, quanto sarebbe stato alto e doloroso da pagare.

Don Verzèultima modifica: 2012-01-08T09:17:05+00:00da borgosotto
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