Ecumenismo: riconoscere il bene dell’altro

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E’ in corso la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Alcuni decenni fa, era un appuntamento che aveva più che altro un valore di segno, qui in Italia, perché i cristiani non cattolici si contavano nella maggior parte dei contesti sulle dita di una mano.

Oggi, la situazione è completamente cambiata. La presenza degli ortodossi e di altri cristiani è diffusa e consistente. L’ecumenismo, allora, assume un valore spirituale più evidente, ma anche un valore civile di integrazione.

Nella Chiesa cattolica c’è chi continua a vedere con scetticismo il cammino ecumenico e tenta di svuotarlo. Eppure, Benedetto XVI ha ricordato, nell’udienza di mercoledì 18 gennaio, che l’unità è il dono straordinario per cui lo stesso Signore Gesù ha pregato durante l’Ultima Cena, prima della sua passione: “Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me ed io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

Inoltre, ha sottolineato che la mancanza di unità tra i cristiani impedisce un annuncio più efficace del Vangelo, perché mette in pericolo la nostra credibilità. Come possiamo dare una testimonianza convincente se siamo divisi?

Gli avversari dell’ecumenismo tentano di svuotarlo dicendo che l’unità dipende solo da Dio, non dagli sforzi umani, e perciò arriverà solo alla fine dei tempi. Coloro che si esprimono in questi termini, si presentano spesso come dei “super cattolici”, più cattolici degli altri. Paradossalmente, si discosta proprio dal papa e dalla posizione della Chiesa cattolica.

P.es., Benedetto XVI ha sottolineato che l’unità verso cui tendiamo non potrà essere solo il risultato dei nostri sforzi, ma sarà piuttosto un dono ricevuto dall’alto, da invocare sempre. Il dono dell’unità non può essere solo un risultato dei nostri sforzi. Ciò significa che è anche un risultato dei nostri sforzi. Il dono di Dio è affidato alla nostra libertà, alla nostra disponibilità e responsabilità.

Dire che tutto dipende solo da Dio è un artificio retorico per dire: “non facciamo nulla, lasciamo le cose così come stanno”. In questo non c’è spirito ecumenico, non c’è passione per l’unità, per l’incontro con l’altro in cui riconosco un fratello. Separato, ma innanzi tutto un fratello.

Infatti, il papa ricorda che:

Il Concilio Vaticano II ha posto la ricerca ecumenica al centro della vita e dell’operato della Chiesa: “Questo santo Concilio esorta tutti i fedeli cattolici perché, riconoscendo i segni dei tempi, partecipino con slancio all’opera ecumenica” (Unitatis redintegratio, 4). Il beato Giovanni Paolo II ha sottolineato la natura essenziale di tale impegno, dicendo: “Questa unità, che il Signore ha donato alla sua Chiesa e nella quale egli vuole abbracciare tutti, non è un accessorio, ma sta al centro stesso della sua opera. Né essa equivale ad un attributo secondario della comunità dei suoi discepoli. Appartiene invece all’essere stesso di questa comunità” (Enc. Ut unum sint, 9). Il compito ecumenico è dunque una responsabilità dell’intera Chiesa e di tutti i battezzati, che devono far crescere la comunione parziale già esistente tra i cristiani fino alla piena comunione nella verità e nella carità.

Un altro esempio di falso ecumenismo è quando si dice che gli altri cristiani non possono chiedere ai cattolici di cambiare, perché non è giusto costruire l’unità chiedendo a una parte di rinunciare a se stessa uniformandosi agli. Allo stesso tempo, però, dicono che è naturale da parte dei cattolici aspettarsi la conversione degli altri. In parole povere: il cattolicesimo non deve cambiare in niente, mentre gli altri devono diventare cattolici. Più che ricerca dell’unità, è un desiderio di conquista mal dissimulato.

Il papa parla invece di “aprirsi gli uni agli altri”. Vuol dire riconoscere il bene dell’altro, cercare in lui il positivo da accogliere. Il cammino verso l’unica Chiesa diventa, perciò, un cammino nella scoperta che ci sono diversi modi secondo cui appartenere ad essa: da un plurale di Chiese confessionali separata e un plurale di Chiese locali che, nella loro varietà di forme, sono un’unica Chiesa. Come nella prospettiva del cardinale e teologo Walter Kasper:

Se si dà testimonianza, con tolleranza e rispetto delle convinzioni altrui, e in modo umile e accogliente, della ricchezza e della bellezza della propria fede, allora si può arrivare a uno scambio di carismi in cui l’uno impara dall’altro e ci si arricchisce reciprocamente. Un ecumenismo dello scambio di doni non impoverisce, bensì arricchisce. Ci porta più vicini a Cristo e in Cristo porta più vicini gli uni agli altri. Esso non significa fusione o assorbimento, non riporta indietro, ma conduce a una nuova forma della chiesa, più grande e più ricca (“La Chiesa di Gesù Cristo. Scritti di ecclesiologia, Queriniana, 2011, p. 84).

Ecumenismo: riconoscere il bene dell’altroultima modifica: 2012-01-20T21:48:52+00:00da borgosotto
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