Il «papabile» americano che sfida Obama

di Andrea Tornielli

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Il cardinale di New York Timothy Dolan è stata la vera «rivelazione» dell’ultimo concistoro 

Dopo il suo arrivo nella Grande Mela e la sua sorprendente elezione a presidente dei vescovi statunitensi, giornali e Tv hanno cominciato a chiamarlo «il Papa americano». Ora che i cardinali lo hanno ascoltato parlare di evangelizzazione durante il summit che ha preceduto il concistoro, Timothy Michael Dolan «papabile» lo sarebbe davvero, se solo non fosse nato negli Stati Uniti: gli americani, si dice, non possono essere candidati perché il loro Paese è già una superpotenza nel mondo, anche se certe analisi geopolitiche del passato non sono più così scontate. Originario di St. Luis, nel Missouri, 62 anni, ha abitato a Roma per sette anni dirigendo il Collegio Nordamericano. Arcivescovo di Milwaukee dal 2002 al 2009, è stato trasferito a New York tre anni fa, dove appena arrivato ha dichiarato «Il mio obiettivo primario è uno, e cioè incontrare people and people». Con il suo ingresso nella più importante sede episcopale statunitense, c’è chi ha creduto fosse finita l’epoca della Chiesa irremovibile sulla difesa principi: Dolan non è un intransigente e le sue posizioni non sono del tutto assimilabili a quelle della corrente più conservatrice dell’episcopato statunitense.

Eppure il «Papa americano», fermo sulla dottrina, ma aperto sulle questioni sociali e a suo agio nella modernità, ha dapprima difeso come un leone Benedetto XVI durante lo scandalo della pedofilia, attaccando duramente il «New York Times». E ora non manca di alzare la voce contro le la decisione dell’amministrazione Obama di rendere obbligatorio nel 2013 anche per le chiese e le associazioni religiose un’assicurazione sanitaria per i propri dipendenti comprendente rimborsi per la contraccezione e l’aborto: «Il presidente ci sta dicendo che abbiamo un anno per capire come violare le nostre coscienze… la sua altro non è che una decisione sconsiderata», ha commentato Dolan. Il neo-cardinale a Roma, nella giornata di riflessione che ha preceduto il concistoro ha colpito e sorpreso i colleghi porporati per il suo approccio: «La nuova evangelizzazione si compie con il sorriso, non con il volto accigliato», ha detto, contestando garbatamente l’idea che gli era stata suggerita di considerare New York la «capitale della cultura secolarizzata». Ha mostrato di guardare al mondo non come a un abisso di perdizione, ma come a un campo da mietere, parlando di «un’innegabile apertura alla trascendenza» presente anche in luoghi che «solitamente vengono classificati come “materialistici” – come ad esempio i mass media, il mondo dello spettacolo, della finanza, della politica, dell’arte». Ha invitato i teologi a «cercare di parlare della fede come un bambino» perché «abbiamo bisogno dire di nuovo come un bambino, la eterna verità, la bellezza e la semplicità di Gesù e della sua Chiesa». Ha detto che i cristiani devono essere «sicuri», mai però «trionfalisti», riconoscendo che «la Chiesa stessa ha sempre bisogno di essere evangelizzata». E ha chiuso il suo discorso scusandosi per il suo «italiano primordiale». L’intervento dell’arcivescovo di New York ha entusiasmato i cardinali, accendendo i riflettori su un prelato distantissimo da certi atteggiamenti clericali, come si è visto durante le visite di cortesia, quando Dolan ha distribuito fragorose risate e potenti pacche sulle spalle non solo agli espansivi newyorkesi venuti a Roma per festeggiarlo, ma anche agli smilzi prelati curiali e ai compunti confratelli porporati. Il più noto vaticanista americano, John Allen, che gli ha appena dedicato un libro-intervista (A people of hope), lo ha definito la «rockstar» del concistoro, ricordando le sue capacità comunicative. E Dolan non si è smentito, quando ha portato in udienza la madre Shirley, ottantaquattrenne, e ha chiesto al Papa di proclamarla «first lady del collegio cardinalizio». Ratzinger ha detto alla signora: «Lei sembra troppo giovane per essere la madre di un cardinale!». E lei, dimostrando che la battuta pronta è caratteristica di famiglia, ha chiesto: «Questa è una dichiarazione infallibile?». Dolan non disdegna di farsi fotografare con berretto da baseball e tuta da ginnastica. Incontra i ragazzi della Grande Mela nei pub, rispondendo alle loro domande. Tiene un blog, che ha aggiornato anche durante il soggiorno romano: ha raccontato della sua mattinata nella Città Eterna, con la confessione, la messa e l’immancabile pastasciutta. Ha invitato chi lo legge a imitarlo per quanto riguarda la confessione frequente. Il cibo, invece, rimane per lui un punto dolente: nell’ultimo anno si è messo a dieta perdendo 25 chili, ciononostante, l’anello cardinalizio che il Papa gli ha messo al dito, dovrà essere allargato. «Ci penseranno i digiuni della Quaresima a darmi una mano», ha commentato con l’immancabile sorriso il «Papa americano».

Il «papabile» americano che sfida Obamaultima modifica: 2012-03-01T08:23:00+00:00da borgosotto
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