05/11/2009
Wojtyla, Gorbaciov e la caduta del muro
di Joaquìn Navarro-Valls, La Repubblica, 5.11.09
Il Berliner Mauer è caduto proprio vent´anni fa, esattamente il 9 novembre del 1989. Si trattava di 155 km di barriera di cemento alta quasi quattro metri che separava Berlino Ovest da Berlino Est. Nonostante i perfezionamenti tecnici che il muro aveva ricevuto dalla propria erezione, iniziata il 13 agosto del 1961, si dovrebbe dichiarare, ad onor del vero, che il confine isolava la "Berlino occidentale" dal resto della Repubblica Democratica Tedesca, ossia dall´insieme del mondo comunista. È sempre singolare costatare come la considerazione degli avvenimenti cambi nel tempo. La mia generazione si era talmente abituata all´Europa divisa in blocchi e ad una città spaccata a metà che è sembrato che il muro di Berlino sia cominciato ad esistere nel momento stesso in cui, nell´autunno di vent´anni fa, è crollato definitivamente. In verità, che almeno quel muro un giorno o l´altro dovesse precipitare era chiaro a tutti. Anche se tutti, nondimeno, erano rassegnati al fatto che restasse in piedi da quasi quarant´anni, e forse sarebbe rimasto così per altrettanti. Aver vissuto la parabola del Novecento, con le sue crudeltà e i suoi paradossi, rendeva, tutto sommato, abbastanza naturale tollerare la contraddizione di quella barriera nel cuore della Germania e al centro dell´Europa.
Tutto quanto non era sufficiente, però, ad annullare e a far sopportare la disumanità che si consumava tra i quartieri berlinesi ogni giorno. Non soltanto una parte della città progrediva ai ritmi occidentali e l´altra no, ma ben presto Berlino Ovest era divenuta un paradiso a portata di mano per i milioni di persone che vivevano nell´indigente malinconia grigia della dittatura e che morivano per accedervi. È interessante tornare oggi col pensiero ad allora e riflettere su quanta forza abbia avuto la potenza dell´ideologia nel determinare gli accadimenti del secolo scorso. Ricordo nitidamente la straordinaria ed inutile efficacia del famoso discorso di Kennedy nella vecchia capitale tedesca nei primi anni Sessanta, quando, definendo se stesso un berlinese, disse con spontaneità: «Noi non dobbiamo costruire un muro per tenere dentro le persone nel blocco occidentale, semplicemente perché da noi regna la libertà». Ma le sue parole caddero nell´indifferenza cinica della realpolitik. Forse più forti di quelle furono le parole mai pronunciate e chiuse nel silenzio di Martin Luther King, esterrefatto davanti alla cortina di ferro. Egli si limitò a guardare inorridito la ghettizzazione dell´Europa orientale, percependo forse che vi era qualcosa di peggiore anche della condizione di degrado suburbano dei neri newyorkesi, ossia la privazione radicale di ogni libertà. Quando penso a questi avvenimenti, mi torna in mente la nascita di Solidarnosc nel 1980 in Polonia. L´intuizione di Lech Walesa, sostenuta da Giovanni Paolo II, di ripartire dalla libertà dei lavoratori, del senso della storia e della cultura nazionali, e dalla riscoperta dei diritti personali, indispensabili proprio per ottenere delle vere conquiste civili, promesse e schiacciate, invece, dal comunismo. Anche se, per valutare adeguatamente il perché della caduta del muro di Berlino, non si può non fare riferimento al vero grande responsabile di tutto, a Michail Gorbaciov. Nel viaggio che quell´anno egli fece in Italia, meno di un mese dopo il crollo del muro, egli ebbe il famoso incontro con Giovanni Paolo II. E loro s´intesero all´istante. Entrambi avevano compreso con chiarezza il senso che la storia aveva già cominciato a prendere. Entrambi avevano sentito che la libertà non è un fatto politico, ma una dimensione umana imprescindibile ed insopprimibile; entrambi, per vie diverse, capivano che la libertà era un postulato pre-politico. Entrambi sapevano che la libertà è un rischio al quale non si può rinunciare mai. Anni dopo, Kissinger mi confidò in modo stupefatto che non riusciva a comprendere perché Gorbaciov, nella sua visita a Berlino il 6 ottobre dell´89, in occasione del quarantesimo anniversario della Ddr, non si fosse accorto che il muro stesse cadendogli davanti, e come mai non avesse reagito per impedirlo. Tutto ciò era giudicato, evidentemente, dall´ex consigliere di Nixon come un´ingenuità intollerabile. Gorbaciov, al contrario, si era accorto benissimo di quanto stava succedendo e aveva lasciato intenzionalmente che il muro cadesse da sé, spinto unicamente dall´impulso inarrestabile della gente, limitandosi a non apporre alcun ostacolo militare, non facendo valere alcuna repressione né verbale né militare. L´itinerario della caduta del muro ha inizio nel 1987 quando Gorbaciov annuncia la fine della dottrina della "sovranità limitata" che Breznev aveva instaurato nel lontano 1968. Più esplicito ancora era stato Gorbaciov quando nel suo discorso nel mese di luglio 1989 a Strasburgo aveva portato alle conclusioni ultime il suo pensiero: «Qualsiasi interferenza negli affari interni o qualsiasi iniziativa per limitare la sovranità di un altro stato, amico o alleato, sarebbe inammissibile». Forse era in questa formulazione la ragione per cui nel 1990 gli è stato concesso il Premio Nobel della Pace. La prima vera grande picconata al muro è stata, pertanto, la stessa autoimposta e deliberata debolezza russa, simile al disimpegno volontario di chi è stanco di opprimere e d´imporre alla vita altrui la sua inumana ed inutile forza, e si guarda bene da ogni altra disumana nefandezza come dal male assoluto. Sicuramente, quanto è avvenuto il 9 novembre dell´89 era impensabile solo 8 anni prima, ma la situazione non poteva durare un solo giorno di più. Ormai i tedeschi dell´Est varcavano tranquillamente i confini dell´Ungheria e della Cecoslovacchia. E che senso poteva avere impedire loro di compiere il tragitto più breve, quello di un valico di cemento. Anche Erich Honecker, che si era opposto strenuamente alla politica di apertura liberale di Gorbaciov, dovette cedere il passo al suo popolo e dimettersi, lasciando crollare così inesorabilmente il simbolo tedesco più infame del regime, quella insopportabile linea della morte. Se non altro per questo, fu veramente commovente vedere successivamente Giovanni Paolo II, già curvo, attraversare la porta di Brandeburgo a fianco di Helmut Kohl. Accadde ben sette anni dopo la caduta del muro. Il Papa teneva molto a superare quei simbolici bastioni, che per decenni avevano impedito il realizzarsi dei sogni di libertà di tanti cittadini tedeschi, con le proprie gambe. Dovette aspettare tanto tempo, però, e tale occasione non fu per niente il trionfo che avrebbe voluto. Mancava, infatti, a completare le riprese televisive e la storica fotografia l´altro grande protagonista della battaglia di liberazione dell´Europa, Michail Gorbaciov, l´eretico amico appunto che veniva dalla fredda Russia orientale e che adesso pagava, più di tutti gli altri, il prezzo della storia che, con le sue convinzioni, si stava costruendo.
20:52 Scritto da: borgosotto in Chiesa e società | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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