I PRETI E NOI di Vittorino Andreoli (II parte: la vocazione)


Seconda puntata (20 febbraio 2008) http://www.avvenireonline.it/pretienoi/20080220.htm
La vocazione

Se uno soltanto capisce cosa voglia dire una chiamata a “lasciare tutto” e a seguirLo, trova assurde le ipotesi del prete sposato con famiglia, del prete manager o simile.

La vocazione ordinaria
Ogni professione richiede di valorizzare le qualità di ciascuno, le sue disposizioni attitudinali, e la precisa volontà di dedicarsi al campo prescelto.

Vocazione viene da vocare, che significa chiamare, invocare. La vocazione dunque è una chiamata, talora addirittura un’invocazione a dedicarsi a un ruolo sociale, una volta verificate la capacità e la disposizione a svolgerlo. Un riferimento, questo, che suona oggi stonato, se si pensa a come vanno le cose nel nostro tempo, nel quale il lavoro si lega piuttosto alle circostanze, a una combinazione del tutto casuale di eventi o di incontri. È triste, come pure mi è capitato, andare in taxi da Fiumicino al centro di Roma, accompagnato da un giovane tassista che racconta di essere un laureato in filosofia teoretica; oppure trovarsi a pagare il pedaggio autostradale a una persona che confessa d’essere un ingegnere edile. Un vero dolore, che mostra lo spreco di una società che prima mette a disposizione strutture e mezzi, peraltro limitati e in ambienti non certo ideali, per raggiungere delle competenze, e poi si dimentica di programmare un’accoglienza proporzionata a quell’esito.

Mala tempora
quando non si riesce a combinare le doti individuali (talenti) con la preparazione e i bisogni sociali, consentendo così ai singoli la soddisfazione che meritano per essersi impegnati nel conseguimento di una precisa professionalità.

Eppure, la vocazione necessita di una cornice di grande rilievo.
Occorre che ciascuno abbia consapevolezza delle proprie capacità, che non sono sempre evidenti, ma possono emergere durante un processo educativo in cui il singolo scopre quali funzioni riesce a svolgere bene, provando piacere nell’eseguirle. Del resto proprio a questo scopo si sono sviluppate tecniche di ricerca dei talenti e di orientamento nella loro applicazione sociale, avendo presente il quadro non solo delle professioni in atto ma anche di quelle che il mercato del lavoro riesce appena a intravedere, all’interno di una società mobile e in forte cambiamento.

Talora la propensione è evidente: è il caso di una persona che sa disegnare o dipingere, oppure ha un senso musicale spiccato, o una disposizione alla matematica e alle scienze fisiche piuttosto che una tendenza alla meditazione e alla elaborazione concettuale del pensiero, e quindi ad attività astratte. Ma è altrettanto vero che non sempre questo segnale di disposizione si lega alla felicità di una persona, che magari la esperisce in un agire più faticoso e impegnativo rispetto al mestiere “naturale”. E il piacere è molto importante, è una dimensione che va sempre tenuta presente.
Occorre stare attenti a non illudersi, a non sentire il fascino della professione del proprio padre o di una persona amata, il mestiere scelto dall’amico fidato, perché si tratterebbe di spinte emotive che sono strumentali: si fondano sulla voglia di stare con qualcuno o di continuare una certa storia che una professione diversa invece interromperebbe.

In un recente passato si era data molta importanza ai test attitudinali, che però si sono dimostrati troppo superficiali. Questo non significa affidarsi allora al caso, che sarebbe un errore antitetico. Bisogna invece stare bene attenti a un processo complesso, che va valutato da parte del soggetto e dai suoi educatori in maniera continuativa, così da far emergere gli elementi utili per capire se questi possa trovarsi a proprio agio in un dato ambiente sociale. Sta qui il senso dell’adattamento del singolo all’ambiente di cui parla Charles Darwin, e che non va inteso in senso passivo ma, al contrario, come legame soddisfacente e dunque gratificante dell’attività del singolo in una data comunità.

Nel tema generale dell’adattamento si inseriscono anche i disturbi mentali e comportamentali, che sono da intendersi come la difficoltà di un soggetto a stare in società, e quindi come reazione a cercare di sopravvivervi, con maniere idonee a evitare le possibili frustrazioni. Se uno si sente fortemente insicuro tende a diminuire i contatti sociali, a ossessivizzarli, ripetendoli, evitando nuove esperienze che gli si configurano sempre minacciose. Allo stesso meccanismo si lega la depressione, che è una vera fuga dalla società nella quale ci si sente inadeguati, fino a convincersi di non essere compatibili con il vivere comunitario. Ma anche la schizofrenia, che è una frattura dell’Io o una sua frammentazione, ha il significato di una rottura di quella unità, essendo l’individuo in grado di stare all’interno della società ma ignorandola.

Insomma, la vocazione ordinaria è di grandissima importanza per ciascuno di noi. Ovvio che lo sia ancor più per il sacerdote, che rappresenta una condizione tutta diversa dalle altre professioni.

La vocazione sacerdotale
Se il significato della vocazione ordinaria è già quello di una chiamata, tanto più lo è quella del sacerdote: e infatti si parla di chiamata da parte del Signore a servirlo per la salvezza dell’uomo. Chiamata a una missione che ha come obiettivo il raggiungimento pieno della felicità non in questo mondo, ma nell’altro, in cielo.
Non intendo lambire il senso profondo di questa affermazione, ma è opportuno chiarire che nel caso della vocazione sacerdotale si tratta di qualcosa che si aggiunge e si specifica, ma non nega nulla di quanto si è detto per la vocazione ordinaria. Al di là infatti del suo senso proprio, la vocazione sacerdotale rimane un’attività dell’uomo in mezzo agli altri uomini, per cui risente delle caratteristiche personali come dell’atteggiamento della struttura sociale. Con ciò non intendo dal mio punto di vista escludere pregiudizialmente qualcuno dalla scelta di diventare sacerdote; del resto basterebbe guardare ai santi per accorgersi di quanto siano tra loro diversi sul piano delle caratteristiche fisiche, della personalità e dell’appartenenza sociale.

Avendo diretto a lungo una divisione clinica, mi sono reso conto che c’erano medici che facevano ugualmente bene il loro lavoro pur con personalità e disposizioni differenti e talora contrapposte. E dunque che la fatica per raggiungere il comune obiettivo era evidentemente diversa. Immagino – ma qui ho una minore esperienza – che qualcosa del genere si possa dire anche per chi aspira al sacerdozio.

Torno su un concetto già espresso, e che ritroveremo ancora: quello della serenità e della felicità. Ho conosciuto sacerdoti che manifestano questi atteggiamenti anche in momenti obiettivamente difficili, e altri che rivelano uno stato di ansia, di preoccupazione continua, e temono sempre di non farcela. Ebbene, questo, dal mio punto di vista, è il vero test di adeguamento a un determinato ruolo sociale.

Mi spiego, rifacendomi a quanto si dice parlando della fede intesa come incontro “personale” del singolo uomo con Dio. Questa d’altra parte è la caratteristica del cristianesimo. Non è sufficiente conoscere la rivelazione storica, avere letto tutti i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento; certo, questo serve, ma non è ancora fede. La fede sta nell’incontro, cioè nel Dio che si manifesta al singolo uomo. E questo incontro trasforma un non-credente nel credente. Mi piace sottolineare che il non-credente, a differenza dell’ateo, potrebbe anche essere pronto ad accogliere il Signore, ma bisogna che questi si riveli. Il che è un puro dono.

Io trovo bellissimo che la fede sia legata a un’esperienza precisa, per quanto singolare e indicibile, dal momento che essa per un verso pesca nel mistero, e dunque nel sacro.

Va da sé che questo incontro dev’esserci stato a un certo punto nella vita di chi vuol diventare sacerdote. Ma di per sé non è ancora la chiamata, tant’è vero che non tutti gli uomini con fede hanno la vocazione a diventare sacerdoti. Occorre per questo che quel Dio di Gesù Cristo, che è insieme il Dio personale, abbia invitato a seguirlo, e a seguirlo in maniera speciale. Quella del ruolo sacerdotale è una chiamata di dedizione esclusiva, è un invito d’amore che sottrae da altre possibilità di amare.

E capisco perfettamente che si tratta di un legame ben più profondo rispetto a quello di una presenza comune, perché richiede una dedizione totale. E allora è chiaro che un sacerdote non può essere al contempo come uno che ha abbracciato una qualsiasi altra professione. 

Trovo veramente strano che talora si voglia ridurre il sacerdote alla stregua di uno che è preso da una serie di preoccupazioni legate a una propria famiglia, a un proprio lavoro. Si tratta, per lui, di una vita qualitativamente diversa, intensamente diversa, ma non una vita doppia, intesa come somma di esperienze. E se uno soltanto capisce cosa voglia dire una chiamata a “lasciare tutto” e a seguirLo, trova assurde le ipotesi del prete sposato con famiglia, del prete manager o anche soltanto macellaio. Un ruolo – quello del prete – che si fonda certo su alcune caratteristiche proprie, ma anche su un legame speciale con Dio, che non è il direttore generale di una grande azienda, bensì – appunto – Dio. Uno può negarlo nella propria vita ma non negare che esista nella vita di un sacerdote, il quale ha inforcato la sua missione rispondendo a una chiamata che viene da Dio direttamente.

Certo, c’è anche la posizione dell’ateo, che nega il sacerdozio perché nega Dio e ritiene che chiunque vi creda sia un minus habens o un infatuato che vive di illusioni. Ma non è questa la mia posizione, pur non avendo io incontrato il Signore, e dunque non avendo io ricevuto alcun invito alla sequela, credo che ciò possa essere accaduto ad altri, perché ho rispetto dell’altro e non mi sento di dire che ciò che io non ho vissuto non solo non esiste ma non può neppure esistere. Non sono mai stato a Bali e non ho certo in programma di andarci, ma sono sicuro che Bali c’è, anche se ritengo che sia un luogo abbastanza al di fuori della mia esperienza da non desiderare affatto di andarci.

La vocazione sacerdotale è una vocazione come tutte le altre, se la si considera nella dimensione dell’incontro tra le disposizioni personali e le esigenze della società, ma in più è una chiamata speciale che proviene da un incontro personale con Dio, che è oltre quello che si attua per credere. Certo, occorre credere, e quindi avere incontrato il Dio che c’è, ma si tratta anche di seguirlo.

I PRETI E NOI di Vittorino Andreoli (II parte: la vocazione)ultima modifica: 2008-02-20T17:45:40+01:00da borgosotto
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