I seminaristi (III parte di: I preti e noi di V.Andreoli)

Terza puntata (27 febbraio 2008)
Il seminarista
di Vittorino Andreoli

FONTE: http://www.avvenireonline.it/pretienoi/20080227.htm

Una premessa
Se si vuole comprendere il valore di un qualsiasi professionista, è utile, forse addirittura indispensabile, conoscere le scuole che ha frequentato, e sapere quindi quale sia stato il suo effettivo percorso formativo. Da quel momento, per misurare le sue reali capacità, si dovranno aggiungere l’esperienza pratica e la formazione permanente. Quest’ultima gli permetterà di aggiornarsi sulle nuove conoscenze legate allo sviluppo intrinseco della sua disciplina e ai cambiamenti della società, che pone sempre nuove domande.
Questa stessa esigenza si avverte per il sacerdote, pur se la sua è una situazione del tutto particolare, che proprio per questo necessita di istituzioni formative adatte allo scopo. Se per tutti i cittadini i criteri e i luoghi sono decretati dal Ministero della Pubblica istruzione, per la formazione del sacerdote essi sono previsti dapprima dalla Chiesa universale, che fornisce i lineamenti generali, quindi dalle Conferenze episcopali nazionali, che elaborano gli adattamenti locali. Ferma restando la competenza propria di ogni vescovo, che è il primo moderatore del suo seminario e il primo responsabile nella formazione permanente del clero. Il seminario, si sa, è un’istituzione diocesana, ma in certi casi può anche essere interdiocesana o regionale.

Dal che si capisce perché, volendo parlare del sacerdote come figura della società attuale, si debba partire dal seminarista, che è, in un certo senso, un sacerdote in fieri; anche se la sua crescita va seguita e rispettata in sé, quale che sia lo sbocco concreto della sua vocazione. Per questo ci soffermiamo a capire come funziona un seminario. E per coglierlo con esattezza, è opportuno riferirsi alle norme emanate dalla Conferenza episcopale italiana. La tentazione di parlare dei seminari per quello che ciascuno di noi conosce, o crede di conoscere, deve essere vinta infatti dalla necessità di riferimenti precisi, e in qualche modo ufficiali.
Il documento a cui bisogna oggi riferirsi si intitola: La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana: orientamenti e norme per i seminari, promulgato il 4 novembre 2006. Si tratta della terza edizione di un testo pubblicato dapprima nel 1972 e quindi nel 1980. Uno sforzo di adattamento che nel corso del Concilio Vaticano II è stato raccomandato con il documento Optatam totius (al n.1), dove si dice: «di adattare periodicamente i principi generali della formazione presbiterale alle particolari circostanze di tempo e luogo, in modo che essi risultino sempre conformi alle necessità pastorali delle regioni in cui dovrà svolgersi il ministero dei presbiteri» (Optatam totius, 1). Quanto al testo Cei, bisogna dire «che, in continuità con le due precedenti edizioni della ratio institutionis sacerdotalis, ha cercato di recepire le nuove domande poste dal mondo giovanile, di prestare attenzione al mutato contesto culturale ed ecclesiale…» (La formazione dei presbiteri… – Presentazione, 1).

Innanzitutto una precisazione di ordine lessicale: il documento parla di presbitero, noi qui usiamo prevalentemente il termine sacerdote e po’ anche la parola prete, che è di uso la più popolare. Il presbiterato, si sa, è un grado del sacramento dell’ordine che si pone tra il diaconato e l’episcopato. Prima del Concilio Vaticano II invece si distingueva tra ordini minori (lettore, accolito, esorcista e ostiario) e ordini maggiori (suddiacono, diacono e presbitero). L’impianto è stato poi riformato e alcune funzioni degli ordini minori possono essere svolte dai laici anche senza aver ricevuto uno specifico ordine. Oggi c’è un unico ordine che ha in sé tre gradi: il diaconato, il presbiterato e l’episcopato.

Il seminario minore
«Ai ragazzi e ai giovani che mostrassero segni chiari di vocazione al presbiterato, si aprono, a seconda dell’età, due percorsi propedeutici al seminario maggiore: la comunità del seminario minore [11-19 anni] e la comunità propedeutica» (Ibidem, cap. II, 1, 34). Dove a colpirmi è l’attenzione che si pone al fatto comunitario: il seminario è ad ogni livello una comunità e ciò rileva che questa è una dimensione essenziale per la formazione sia culturale che propriamente ecclesiale. «Il seminario è, in se stesso, un’esperienza originale della vita della Chiesa… Già sotto il profilo umano, esso deve tendere a diventare una comunità compaginata da profonda amicizia e carità così da poter essere considerata una vera famiglia che vive nella gioia… Il seminario non è dunque solo un’istituzione funzionale all’acquisizione di competenze teologiche e pastorali, o un luogo di coabitazione e di studio. È anzitutto luogo di vera e propria esperienza ecclesiale, una singolare comunità di discepoli… una comunità educativa in cammino… un’autentica scuola di santità» (Ibidem, cap. III, 1, 60-63).

Verso il seminario minore ci sono stati atteggiamenti diversi: nella fase immediatamente successiva al Concilio dominava l’idea che le vocazioni “tardive” fossero quelle da guardare con particolare interesse, poiché garantivano una scelta più consapevole. In questo caso, il giovane (o anche un adulto) entrava nel seminario maggiore per la formazione sacerdotale specifica, spesso avendo ottenuto un diploma ordinario o una laurea. Nella pedagogia allora in voga, qualcuno arrivava a parlare di una impossibilità di scelta in età infantile e adolescenziale, e riteneva che il seminario minore potesse al massimo essere una scuola cattolica parificata. Oggi la tendenza è cambiata e il citato documento dei vescovi dà nuova importanza ai seminari minori. «La Chiesa mette a disposizione, anche per l’età della preadolescenza e dell’adolescenza, una specifica comunità per l’iniziale discernimento e accompagnamento delle vocazioni al presbiterato… Offre a ragazzi e adolescenti una proposta di vita al seguito di Gesù, in un contesto comunitario, tenendo conto delle esigenze tipiche dell’età… Perché il seminario possa svolgere efficacemente il suo compito ha bisogno di un’équipe educativa stabile e motivata, preparata ad affrontare i problemi dell’adolescenza…» (Ibidem, cap. II, 2, 35.37).

Ed è a questo punto che si fa riferimento alle competenze psicopedagogiche. «La formazione umana prevede un prudente ricorso al contributo delle scienze psicopedagogiche» (ibidem, Presentazione, 5). Costante è infatti la prudenza manifestata nei confronti di queste discipline, e anche della psicologia. Al cui riguardo si dirà che lo psicologo è un consulente esterno, che non fa parte del gruppo degli operatori interni: il rettore, il direttore spirituale, gli educatori (talora detti animatori). Ma la cosa più interessante è che si afferma con nettezza che il protagonista della formazione è anzitutto lo Spirito di Cristo, quindi il Vescovo e poi le équipes educanti stabili all’interno del seminario.

La comunità propedeutica
«La comunità propedeutica raccoglie i soggetti che aspirano al sacerdozio e non hanno fatto il seminario minore, o l’hanno fatto in altri contesti o in altre nazioni. Qui si fermano in genere un anno, salvo diverse disposizioni, e percorrono “uno specifico itinerario di introduzione al seminario maggiore» (Ibidem, cap. II, 3,47). La Conferenza episcopale italiana suggerisce che in questo anno il giovane viva in una sede autonoma anche se all’interno di una comunità propedeutica (potrebbe essere una parrocchia), sempre allo scopo di «verificare i segni oggettivi di un effettivo orientamento al presbiterato…» (Ibidem, cap. II, 3,48). «A tal fine è raccomandato, nel rispetto della libertà di ciascuno, il ricorso all’apporto della valutazione psicodiagnostica…» (Ibidem, cap. II, 3,50). Questa valutazione è «intesa a riconoscere nel momento presente gli elementi che manifestano la disponibilità effettiva della persona (o le eventuali resistenze conscie e inconscie) a lasciarsi plasmare dalla grazia» (Ibidem, cap. II, nota 104).

Questa formula propedeutica lascia intendere indirettamente che la via considerata oggi migliore (o potremo dire ancora oggi migliore) sia quella della continuità di formazione che si avvia nel seminario minore, il quale proprio per questo conosce oggi una nuova rivalutazione.

Il seminario maggiore
Al seminario maggiore occorre comunque essere ammessi, e tra i limiti che possono fare da ostacolo all’ingresso c’è la salute fisica e mentale. Si richiede infatti «una personalità sufficientemente sana e ben strutturata dal punto di vista relazionale: prima di ammettere un giovane in seminario, occorre accertarsi, eventualmente con l’ausilio di un’adeguata valutazione psicodiagnostica, che sia immune da patologie psichiche tali da pregiudicare un fruttuoso cammino seminaristico… [occorre che ci sia] l’orientamento alla vita celibataria: l’orientamento affettivo del dono totale di sé nel carisma verginale deve essere presente fin da quando un giovane decide di entrare in seminario… Per nessuna ragione, evidentemente, può essere presa in considerazione la domanda di coloro che manifestassero tendenze pedofiliche» (Ibidem, cap. II, nota 118).

Si tratta di un «tempo di vita comune per stare con Gesù e con i fratelli… una vita comunitaria, gerarchica… in cui i seminaristi stessi sono protagonisti insostituibili della loro formazione» (Ibidem cap. III, 1, 58; 3, 73 ).

Il percorso di studio del seminario maggiore è diviso in tre bienni: il primo (biennio iniziale) ha come meta l’effettiva ammissione e le conoscenze e caratteristiche necessarie. Il secondo biennio si qualifica come specifica iniziazione al sacerdozio, attraverso l’acquisizione nel terzo anno del lettorato e nel quarto dell’accolitato. Il lettore si lega a un rapporto peculiare con la parola di Dio, con la lectio divina; nel quarto si stabilisce un rapporto privilegiato con l’eucaristia. Nel terzo biennio si ha la preparazione immediata verso l’ordinazione diaconale che avviene al quinto anno e l’ordinazione sacerdotale al sesto. Mentre si acquisiscono queste specificità ecclesiali, si segue un programma articolato di studi filosofici, teologici e liturgici.

La dimensione psicologica
«Nell’ambito della formazione umana dei seminaristi, può essere utile l’intervento degli psicologi. Tale intervento non è finalizzato direttamente al discernimento della vocazione, compito che spetta agli educatori del seminario… All’inizio del cammino di formazione, gli psicologi possono coadiuvare gli educatori a individuare nei candidati eventuali problemi di psicopatologia…». Inoltre, «durante gli anni del seminario, essi possono aiutare i seminaristi a raggiungere una maggiore conoscenza di sé» (Ibidem cap. III, 3, 76).

«Nella scelta degli psicologi di riferimento… è necessario verificare che la base su cui si fonda il loro lavoro sia coerente con la dimensione trascendente della persona e con l’antropologia cristiana della vocazione» (cfr. Ibidem, cap. III, 3, 76). «È opportuno che la possibilità di un’indagine e valutazione psicodiagnostica sulla propria personalità sia offerta a tutti, nel rispetto della libertà di ciascuno, all’inizio del percorso formativo» (Ibidem cap. III, 4, 94).

Pur in una cauta apertura, più volte richiamata nel documento, si avverte una certa preoccupazione a che le scienze psicologiche possano interferire nel percorso formativo. Il protagonista principale in seminario è lo Spirito di Dio, manifestatosi in Cristo, che è il modello a cui uniformare la propria esistenza.
È questo il contesto entro cui i giovani entrano in seminario e acquisiscono la denominazione di seminaristi.

I seminaristi (III parte di: I preti e noi di V.Andreoli)ultima modifica: 2008-02-28T09:13:29+01:00da borgosotto
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