IV di Quaresima (2.3.08)

MA CHI E’ VERAMENTE CIECO?

L’itinerario quaresimale-battesimale prosegue con una nuova, decisiva, tappa: dopo il deserto delle tentazioni (e della professione di fede), dopo la montagna della trasfigurazione (e della veste bianca che ci rende simili a Dio), dopo il pozzo dei desideri (Gesù, acqua viva che disseta realmente il nostro bisogno di vita autentica) ecco il miracolo del cieco nato (ovvero il battesimo come illuminazione, con la piscina a prender posto del battistero).

I lunghi racconti del Vangelo di Giovanni sono costruzioni teologiche e non resoconti di cronaca, anche se certamente Gesù incontrò e in qualche modo si prese cura di alcuni ciechi che erano allora tra le persone più sofferenti ed emarginate.

Nella comunità giovannea il battesimo degli adulti era chiamato la “illuminatio” cioè un passaggio dalla cecità alla vista, la guarigione dalla cecità, l’apertura degli occhi “interiori”, resi capaci di vedere la vita in modo nuovo.

Come al cieco era stato richiesto di andarsi a lavare nella piscina di Siloe, così per ricevere il battesimo era richiesto un cammino di impegno. Incontrare Gesù significa passare dalle tenebre alla luce, cambiare vita.

Il lungo brano del Vangelo presenta solo come cornice la guarigione del cieco: solo 2 versetti seguiti da una serie di dialoghi in cui Gesù è assente e viene come processato da vari personaggi e l’ex-cieco, anche attraverso la contestazione di cui è fatto oggetto, passa dall’incredulità alla fede: Gesù è per lui prima un UOMO, poi lo riconosce come PROFETA, come un INVIATO DI DIO, come il FIGLIO dell’UOMO e infine come il SIGNORE. Non teme di restare solo, di essere allontanato dalla comunità, respinto dai suoi genitori, ma si converte in maniera sempre più esplicita al Signore.

Come per la samaritana, Gesù, passando per un bisogno primario ed immediato, aiuta coloro che lo incontrano a riconoscerlo come il MESSIA che cambia la loro vita. Il cieco è stato guarito fisicamente, ma ha fatto soprattutto un cammino di guarigione interiore che gli ha permesso di riconoscere Gesù come Signore.

Dall’altra parte ci sono i VEDENTI che non vedono, i potenti che non accettano ciò che esce dall’ordinario e dal loro modo di ragionare. Ci si appiglia a tutto per negare l’evidenza, per far tacere chi ora vede, per squalificare un testimone. Quante manovre per far tacere il grido dei profeti, per spegnere le voci fuori dal coro, per manipolare la realtà.

Gesù, dopo un gesto iniziale carico di simboli e di tenerezza, scompa­re, lasciando la scena alla dialettica degli altri, tutti a difendersi, ad at­taccare, a parlare senza sosta e sen­za gioia. E nessuno che provi pena per gli occhi vuoti del cieco; nessu­no che si entusiasmi per i nuovi oc­chi illuminati. Gesù non ci sta, non ha nulla da spartire con un mondo fatto di parole e di teorie.

Nelle parole dei farisei il ter­mine più ricorrente è peccato: «noi sappiamo che quest’uomo è un pec­catore »; «sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». Prima anco­ra i discepoli avevano chiesto: «chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?».
  La loro è una religione immiserita a questioni di peccato. E il peccato è innalzato a teoria che spiega il mon­do e interpreta la realtà. E perfino l’agire di Dio.

Di fronte al male, noi sentiamo il bisogno di una spiegazione, vogliamo trovare il colpevole: «Ha peccato questo cieco, per meritare la cecità, oppure hanno peccato i suoi genitori?». 

Gesù rifiuta in modo categorico questa spiegazione e risponde manifestando l’azione di Dio, l’amore di Dio! Gesù rifiuta le spiegazioni abituali, anche se pie e devote, e si impegna a contrastare, a distruggere il male, a rendersi solidale con chi soffre. Questo l’unico comportamento di Dio, che anche l’uomo deve adottare. Ecco, di fronte allo stesso cieco, due ottiche diverse: lo sguardo colpevolizzante dei discepoli (e dei farisei), e quello di compassione e di solidarietà da parte di Gesù. Egli impasta con la saliva del fango, lo spalma sugli occhi del cieco con gesto terapeutico che ricorda il gesto di Dio quando aveva creato Adamo e poi chiede al cieco di recarsi alla piscina di Siloe (cioè dell’inviato) per lavarsi. Gesù, che proprio nel quarto Vangelo è chiamato più volte l’inviato da Dio, manda il cieco a lavarsi all’acqua dell’inviato: così fa il cieco, e guarisce.

La conclusione mostra che quanti credevano di giudicare sono stati giudicati da Gesù, che quelli che vedevano e credevano di vedere appaiono ciechi, che quanti indicavano gli altri come peccatori risultano preda di una cecità peccaminosa, con i cuori induriti. Chiediamoci: chi è cieco e chi vede? Resta cieco chi indurisce il cuore davanti a Cristo. Vede colui che discerne la sua cecità e si apre all’azione sanante del Signore. 

Noi vediamo ? Posso essere io, possiamo essere noi nel rischio di collocarci dalla parte di chi presume di sapere, di vedere, di possedere la verità. “Noi siamo discepoli di Mosè … Noi sappiamo (vv 24, 29, 31)”. Nessuno di noi è al riparo da questa tentazione che spesso trova molto spazio proprio tra noi credenti. La presunzione di avere Dio in tasca può serpeggiare anche tra di noi.

Per vedere bisogna partire dal riconoscimento della propria cecità. E tutti ne abbiamo un po’. Per giunta è più facile veder quella degli altri e così dispensarci dal veder la nostra.

Il suo bisogno di luce nasconde il desiderio più profondo di illuminazione. Gesù alla fine non gli domanda se “vede” il Figlio dell’uomo, ma se “CREDE” nel Figlio dell’uomo e all’interrogativo dell’ormai ex-cieco “e chi è perché io creda in lui?” ecco nuovamente la risposta di Gesù simile a quella offerta alla straniera: “Tu lo hai visto; colui che parla con te è proprio Lui!Credere, dunque, non è vedere o conoscere (come la scienza ci dice) ma è PARLARE, entrare in rapporto, immergersi nel dialogo con l’Altro. Quante volte ci accontentiamo di soddisfare il bisogno di “conoscenza” nei confronti di Dio, dell’amico, del partner e poco ci sbilanciamo nell’avventura del “parlare” con l’Altro.

IV di Quaresima (2.3.08)ultima modifica: 2008-02-28T15:50:00+01:00da borgosotto
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