Lettera di Ettore Masina (1/08)

LETTERA 129
gennaio 2008

http://www.ettoremasina.it/testi/Lettere/L129gen08.html

Muore un po’ alla volta chi si arrende…
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Non accade spesso, purtroppo, che la televisione mi tocchi “dentro”. L’ultima volta è capitato sabato scorso (26 gennaio) mentre seguivo “Che tempo che fa”, e Antonio Albanese, uno dei nostri migliori attori, stava dando voce e gesti a una sua creatura, l’onorevole Cetto Laqualunque. Laqualunque, lo dico per chi non lo ha mai incontrato sul video, è un parlamentare clientelista, maschilista, prepotente, mafioso, ignorante – e, da uomo di potere, orgoglioso della sua ignoranza. Improvvisamente Albanese si è fermato, è ammutolito, in silenzio si è tolto la parrucca, la giacca con le spalle “rinforzate”, la cravatta sgargiante, insomma la “divisa” di Laqualunqe.  Ha guardato un attimo la telecamera, con uno sguardo triste e forse disperato. Poi, invano richiamato da Fazio, ha lasciato lo studio. Il messaggio mi è parso chiaro. In quelle ore La Qualunque cessava di essere una caricatura, era diventato un personaggio del tutto reale: era quel senatore dell’ Udeur che poco  prima, nell’aula di palazzo Madama, sputava in faccia al collega, era quell’altro, di AN, col golfino rosso sulle spalle, come se fosse in gita fuori porta, che masticava fette di mortadella a bocca aperta, era quell’altro ancora, di Forza Italia, che aveva stappato una bottiglia di spumante e la offriva ai colleghi. Con la sua faccia triste da inerme cittadino, Albanese sembrava chiedere a se stesso ma anche a noi: “Perchè continuare nella satira? Ormai i Laqualunque hanno vinto”.
Siamo in molti, credo, a condividere quella desolazione. Ritornano (non “al potere”: quello, più o meno legalmente, non l’hanno mai perso davvero), ritornano alla direzione dello Stato, con  una forte maggioranza in Parlamento, Berlusconi & Co.,: il capitalista brianzolo barzellettiere, irriso da tutti gli economisti del mondo, ma anche temuto per le sue improvvisazioni, la smodata ricchezza, l’astuzia predatoria; e i suoi manutengoli: quelli di stretta familiarità (come Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e in secondo grado per estorsione aggravata) e i mascalzoncelli  ravveduti, tornati a brucare la mano del padrone, come Casini; gli eversori della giustizia piegata ad personam perchè poi il Capo possa vantarsi di essere stato, “prima”, perseguitato; i Fini che fanno sapere ai giornalisti di essere padri tenerissimi di figli neonati ma non dimenticano di essere stati autori di leggi spietate;  le Moratti che, in base a quelle leggi, cacciano dagli asili comunali i figli degli emigrati non “in regola”; i Bossi che si vantano di poter trovare facilmente le armi per una rivoluzione padana; l’onorevole Storace che insulta la signora Levi Montalcini…
Sono già sicuri di stravincere le prossime elezioni ed io credo che non si sbaglino: il governo Prodi, i partiti che lo hanno sostenuto e travagliato, hanno, quantomeno, sottovalutato l’urgenza di una legge sul conflitto di interessi,  di nuove norme per le elezioni. Abbiamo davanti una catena di giorni più che difficili: una campagna in cui la sproporzione dei poteri mediatici impiegati dall’una e dall’altra parte ci farà sputare sangue, se vorremo parteciparvi. Vinceranno le elezioni, alla grande. C’è un’Italia poveraccia e infuriata dalla precarietà che già preme idealmente alle porte dei seggi  per votare contro tutto ciò che possa sembrare “disciplina”. Un’ Italia mucillaginosa, dice il Censis, un’Italia in cui, dice l’Eurispes, il 51 per 100 degli adulti non si fida più di alcuna istituzione e addirittura l’89,6 per 100 considera in blocco l’universo dei partiti come una casta di mascalzoni, tutti eguali fra loro..
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Considero Albanese – l’ho già detto –un ottimo attore, apprezzo molto gli autori di “Che tempo che fa” (non per niente c’è fra loro Michele Serra) e penso che quello dell’altra sera sia stato un eccellente coup de théatre. E però lasciatemi dire che la psicosi del perdente perduto è il modo migliore per rendere trionfale la vittoria dei Lacettola. E questo non è soltanto un problema politico, già di per sé di fatale importanza.
Non basta, infatti, a mio avviso, elencare le difficoltà economiche del momento, con una crescente “proletarizzazione” di fasce sempre più ampie di ceto medio, né lo sgangherato ansimare dei processi costituzionali che dovrebbero generare governi saldi, politiche di giustizia , investimenti  a lungo raggio e così via. Non  basta la certezza che il nuovo governo di destra ripercorrerà la strada delle impunità, delle leggerezze, del travolgimento dei diritti dei cittadini. Si tratta, anche, di etica: di tornare a scegliere  valori e prospettive. Si tratta di dare, o di negare, qualità alla nostra vita.
Berlusconi  lavora sui circenses, a pagamento. Basta seguire per qualche ora la ottusa banalità dei programmi delle sue televisioni, i film più belli massacrati dalla pubblicità, i suoi tg bugiardi, i suoi “divertimenti” goliardici, le sue “striscie” vagamente ricattatorie. per comprendere quale devastazione culturale semini fra il gli utenti. Come sappiamo, attraverso i suoi dipendenti infiltrati nella RAI, non si limita a presenze istituzionali nella cosiddetta televisione pubblica, piegandone i dirigenti. Del suo amico Craxi si diceva che governasse un clan di nani e ballerine, Berlusconi non si interessa dei nani.
Temo fortemente che con il suo nuovo governo, l’onda  (o dovrei dire: l’orda?) montante della malacultura diventerà regime; e a un regime non si può rispondere se non con un vasto e profondo impegno culturale e morale. Forte sarà la tentazione di rinchiuderci in noi stessi, mandando al diavolo la politica, anche quella dei partitii  cui abbiamo creduto. Berlusconi & Co. faranno di tutto per convincerci che questa sarà  saggezza. Forte sarà la tentazione di serrarci in casa, di evitare problemi che sembrano non toccarci personalmente, di cercare di difendere il futuro dei nostri figli e nipoti, pagando, se necessario, qualche prezzo. Faranno di tutto per convincerci che questa sarà realismo. Forte sarà la tentazione di rispondere a chi venisse a sollecitarci per qualche militanza politica. “Grazie, ho già dato”.
Forse tocca proprio ai vecchi come me, che hanno qualche cicatrice da obiezione di coscienza, dire: “Badate, la vita è bella soltanto quando è piena, cioè amorosa e coraggiosa. Non si tratta di impugnare una clava e presidiare l’imboccatura della grotta di famiglia, ma di vivere in modo che la sera, ponendo la testa sul cuscino, si possa dire a noi stessi: “Beh, povero cane, anche quest’oggi non hai perso la tua dignità né minacciato quella degli altri”. Si tratta – e questo è il dono più bello che posiamo fare ai nostri figli e  nipoti-  di creare reti di consentaneità, di  solidarietà, di amicizia militante, non soltanto proclamata. Di ricordare gli antichi maestri. Di ricordare le antiche resistenze. Di non cedere le speranze più care.
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Amici che hanno vissuto questa sgradevolissima esperienza mi dicono che l’incursione di un ladro in una casa non provoca soltanto danni e perdita di oggetti che hanno un valore ben più alto di quello venale, ma viene vissuta come una profanazione di qualcosa di sacro; ed è umiliante, come l’incontro con un voyeur o  un esibizionista.. Mi è capitato di vivere questi sentimenti quando l’onorevole Mastella, mentre sparava la sua lupara rosa contro  il governo di cui faceva parte, ha citato una poesia che anche lui, come me, credeva  di Pablo Neruda. Questa poesia, con l’amore e la gelosia del discepolo (di Neruda, non di Mastella) io l’avevo fatta mia, citandola agli amici che, il 14 febbraio 2003, circondavano me e Clotilde  nella festa per il cinquantesimo anniversario del nostro primo incontro. Riconosco il mio arbitrio, e per di più adesso so che la poesia non è di Neruda ma della scrittrice brasiliana Marha Medeiros;  ma non voglio che “Lentamente muore” rimanga soltanto sui resoconti stenografici della Camera, legata, oltre a tutto, a una brutta pagina della democrazia italiana:
Perché (ringraziando l’inconsapevole Martha) non farne un programma di resistenza alla subcultura berlusconiana?
Un abbraccio
Ettore Masina

 Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi;
Chi non cambia la marcia;
Chi non rischia e cambia il colore dei vestiti;
Chi non parla a chi non conosce.
Lentamente muore chi evita una passione,
Chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
quelle che fanno brillare gli occhi
quelle che tramutano in sorriso uno sbadiglio
che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo.
 Chi è infelice sul lavoro
Chi, per inseguire un sogno, non rischia la certezza per l’incertezza.
Chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia
Chi non legge,
Chi non ascolta musica,
Chi non trova grazia in se stesso.
Lentamente muore chi distrugge l’amor proprio,
Chi non si lascia aiutare,
Chi passa il giorno a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia che continua a cadere.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo.
Chi non fa domande sugli argomenti che non conosce.
Chi non risponde quando gli chiedono cose che sa.
Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivi
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
 del semplice fatto di respirare.
Soltanto un’ardente pazienza
ci farà raggiungere una splendida felicità.

Lettera di Ettore Masina (1/08)ultima modifica: 2008-02-29T13:20:00+01:00da borgosotto
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