Omelia della II di Pasqua (30.03.08)

domenica 30 marzo 2008, II di Pasqua

 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù. […] Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

– II domenica DI Pasqua e non DOPO Pasqua: siamo ancora immersi nel mistero centrale della nostra fede da cui scaturiscono ogni realtà: l’EUCARISTIA, la PACE , lo SPIRITO, la COMUNITA ’, i SACRAMENTI…

– La Pasqua , così come la vita stessa del cristiano, ha senso solo nell’incontro con il Crocifisso Risorto, con un Dio vivo che non ci lascia soli e ci da la forza e le motivazioni per affrontare la vita con tutte le sue difficoltà. Dio non è un BURATTINAIO da cui partono ogni nostra mossa e le nostre stesse scelte (per cui risulterebbe lecito incolparlo della sofferenza dei giusti), ma un PADRE e un FRATELLO che ci ama a tal punto da lasciarci nella libertà di sbagliare e che, se glielo permettiamo, ci sostiene e ci guida e ci chiede di essere le sue mani e i suoi piedi con cui agire anche oggi nel mondo come suoi strumenti di amore e di riconciliazione.

– L’INCONTRO col Dio vivo avviene in COMUNITA’: è questa la chiave di lettura della liturgia odierna, il passo in avanti nel mistero centrale della nostra fede.

– TOMMASO, figura del discepolo che fatica a credere (e quindi figura di tutti noi), fa questa esperienza: si trova lontano dalla comunità riunita (e ancora impaurita) nel cenacolo quando questa viene visitata (otto giorni dopo la Pasqua ) dal Risorto. Non avendo visto e partecipato non crede. La volta successiva, ancora otto giorni dopo, si trova anche lui in comunità e il Risorto compare come presenza spirituale (le porte sono chiuse) ma molto concreta, percepibile a tal punto da mostrare all’incredulo Tommaso le ferite della sua crocifissione e a invitarlo a toccarle. A quel punto Tommaso fa quella che è una delle più belle professioni di fede presenti nel Vangelo: “Mio Signore e mio Dio!”.

– L’OTTAVO GIORNO, il primo dopo il sabato, giorno del riposo e del compimento, diviene l’inizio di una nuova settimana, ma anche di una nuova era segnata dal crocifisso risorto, giorno del suo incontro all’interno della comunità.

– L’OTTAVO GIORNO diventa così per i cristiani il giorno dell’INCONTRO con il Risorto che continua a donarci la PACE e il suo SPIRITO e ci invia nel mondo come suoi ambasciatori chiamati a renderlo ovunque presente e operante. La Domenica diventa così il giorno in cui ritrovarsi con i fratelli di fede per fare memoria della sua Resurrezione e diventare sempre più suo corpo, una sola realtà. E’ in seno alla comunità che si incontra e si sperimenta la presenza del Risorto: vivendo fuori, isolati, rimaniamo nel dubbio. Non possiamo dirci cristiani se non viviamo all’interno di una comunità e in questa PERSEVERANDO nei fondamenti del nostro cammino di fede: la LITURGIA EUCARISTICA , la CARITA ’ FRATERNA fino alla comunione dei beni materiali e spirituali, la PREGHIERA , la CATECHESI.

– E’ scritto nell’introduzione del foglietto domenicale: “nessuno può vivere da solo, isolato, la sua fede: solo la comunità è garanzia di un vero cammino di fede. Come Tommaso, grazie alla comunione con i nostri fratelli, oggi possiamo dire a Gesù: “Mio Signore e mio Dio!” e lì dove, nella solitudine, c’era il dubbio e smarrimento, si sprigionerà la luce della speranza in seno alla Chiesa”.

– Oggi è il giorno per sperimentare la gioia di incontrare il Signore risorto, e di incontrarlo all’interno di una comunità di fratelli e sorelle. Perché allora ci troviamo spesso a uscire da queste mura uguali a prima, a volte tristi e chiusi nelle nostre paure e nel nostro egoismo? Perché incontrando coloro che non sono qui presenti non ci viene spontaneo prorompere gioiosamente dicendo: “Ho incontrato il Signore! E’ veramente risorto!”. Perché abbiamo paura che ci prendano per dei fanatici con disturbi mentali?

– Credo che la risposta possa essere questa: l’incontro, per essere reale, autentico, pieno, richiede che vada desiderato, preparato. Necessita di una comunità che sia realmente una comunità di fratelli e sorelle e non di semisconosciuti che provano un po’ di vergogna nel darsi un segno di pace e che si mettono in fondo alla Chiesa scappando appena la Messa sembra conclusa. Dobbiamo inserirci sempre più pienamente in una comunità e costruirla insieme!

– In questi giorni sono tornati dal Brasile due nostri confratelli: p.Fiorenzo, che molti di voi hanno conosciuto, e p.Tino. Spesso ci raccontano come nelle loro comunità povere e piene di contraddizioni le liturgie sono momenti di autentica festa dove non si calcola il tempo trascorso (e spesso è tanto), dove i rapporti sono immediati, i canti partecipati, i laici sono protagonisti della vita comunitaria impegnandosi nelle tante cose che ci sono da fare e lasciano ai preti solo il compito di celebrare i sacramenti. Al loro confronto sembriamo ingessati, bloccati, formali e tristi. Per non parlare poi delle liturgie domenicali che si consumano nei centri commerciali, nuovo luogo di fuga dove tentare di evadere dalle nostre frustrazioni, ma solo per ritrovarci più frustrati e soli di prima.

– La domenica deve essere per noi il giorno del Signore e della comunità, il giorno per sentirsi liberi, non perché si fa quello che si vuole, ma perché finalmente si ha il coraggio di scegliere ciò che vale per la vita e riempie la vita. Quanti cristiani con troppa leggerezza trovano mille scuse per saltare la Messa , quanti bambini del catechismo sono assenti, quante famiglie! Quanti di noi si limitano a quest’ora ed evitano accuratamente ogni impegno e ogni occasione per costruire e sentirsi comunità!

– Questo lo dico non certo per sminuire l’impegno di tanti o non riconoscendo i tentativi riusciti per costruire uno spirito autenticamente comunitario, ma per stimolarci, me compreso, e impegnarci ancora di più: dobbiamo metterci davanti all’ideale della prima comunità cristiana ascoltato nella prima lettura e chiederci come avvicinarci a tale ideale.

– Cosa diceva? “Quelli che erano battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere…stavano insieme e avevano ogni cosa in comune”. Se continuiamo nella lettura di questo libro scopriamo che le cose non erano sempre così: anche loro avevano contraddizioni e conflitti, eppure l’ideale di una vita fraterna era forte e sentito e costituiva la più importante testimonianza di fede capace di convertire sempre più persone.

– Una delle cose che colpisce è la ripetizione della parola PERSEVERANTI, cioè erano caparbi e costanti nel portare avanti la loro fede. La vivevano nella quotidianità, sapevano che era il modo per costruire una comunità autentica e per trovare la propria felicità, ed era bello per loro trovarsi spesso insieme e insieme pregare, seguire le catechesi (che non erano riservate ai bambini, ma alimentavano la fede di tutti), celebrare l’eucaristia (lo spezzare il pane), vivere nella comunione, nell’amore reciproco e concreto, nella riconciliazione.

– Pace a voi! Dice più volte il Risorto apparendo in mezzo ai suoi: ci dona la sua pace, il suo Spirito, la forza di riconciliarci con coloro con cui siamo in conflitto. Abbiamo tutto il necessario per realizzare il grande sogno d’amore di Dio. Per questo motivo ha mandato il Figlio ed ora il Figlio manda noi. Amen.

Omelia della II di Pasqua (30.03.08)ultima modifica: 2008-03-28T17:40:00+01:00da borgosotto
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