Il mondo ha fame: rilanciare la cooperazione

RILANCIARE LA COOPERAZIONE
 IL MONDO HA FAME ANCHE L’ITALIA TORNI IN PRIMA LINEA

L
a psicologia empirica ha ben accerta­to che i nostri sentimenti morali sono in genere influenzati dal contesto e dalla vicinanza, forse retaggio della nostra e­voluzione in piccoli gruppi. Un esempio classico è questo: se viaggiando in auto incrociamo un motociclista a terra gra­vemente ferito, che morirà dissanguato a meno che venga sollecitamente portato in ospedale, e non lo soccorriamo perché macchierebbe la tappezzeria del veicolo con una conseguente spesa di 200 euro, l’indignazione e la condanna di coloro i quali verranno a conoscenza del fatto sarà unanime. E, probabilmente, anche il ri­morso presto crescerà in noi. Ma, se ci ar­riva a casa un bollettino precompilato di una Ong – notoriamente efficace e tem­pestiva nei suoi interventi umanitari – che chiede 200 euro per salvare dalla morte per fame o per malattia un’intera fami­glia, non ci sentiamo eticamente obbli­gati ad agire, né la maggioranza delle per­sone riterrà che si tratti di un gesto obbli­gato di solidarietà, al più lo considererà un nobile sforzo, sopra la media, di cui ren­dere merito all’autore.
  In tempi in cui si torna a parlare con insistenza di e­mergenza fame, per colpa del rial­zo dei generi ali­mentari di prima necessità, gli orga­nismi internazio­nali segnalano che 100 milioni di in­dividui nel mondo rischiano di preci­pitare sotto le pos­sibilità minime di sostentamento.
  Giova ricordare che, anche in fasi di prez­zi bassi di frumento, riso e mais, hanno continuato a soccombere per mancanza di cibo e per patologie collegate 25mila persone ogni giorno, circa 9 milioni l’an­no, mentre 850 milioni sono cronica­mente denutrite. Di fronte a tale ecatom­be, il singolo cittadino ha la possibilità di dare il suo contributo per alleviare a di­stanza la condizioni di pochi, oppure può premere ‘politicamente’ affinché a livel­lo superiore (delle regole, dei mercati, del­l’economia, degli Stati) si tenti di sanare le ingiustizie più gravi e scandalose.
  Un Paese sviluppato, che siede tra i sette Grandi del mondo, è in condizione di muoversi su entrambi i versanti. E di far­lo in modo significativo. Quel Paese è an­che l’Italia, che oggi destina all’aiuto pub­blico per lo sviluppo meno dello 0,2% del proprio Pil. Come dire, un po’ meno di 2 euro su uno stipendio di mille. I tanto ci­tati quanto disattesi obiettivi del Millen­nio delle Nazioni Unite, entusiastica­mente sottoscritti anche dai nostri go­verni, prevedono che ogni Stato devolva lo 0,7% del proprio Prodotto interno per dimezzare la povertà sul Pianeta entro il 2015. Traguardo che non solo verrà man­cato, ma che rischia – complice l’attuale crisi – di allontanarsi ulteriormente. E la vergogna italiana è ampiamente biparti­san.
  Sarà vero, come ha scritto il sociologo francese Luc Boltanski nel suo
Lo spetta­colo del dolore, che sono ormai soltanto gli eventi mediatici a mobilitare le co­scienze, seppure in modo distorto. Tutta­via, prima che arrivino sui nostri schermi strazianti immagini di disperazione e sommosse sarebbe urgente riprendere le fila di una politica generosa e lungimi­rante. Aumentare gli stanziamenti per lo sviluppo è doveroso: serve a salvare vite umane. Promuovere in sede di Ue, G8, O­nu e Wto accordi tra nazioni, perché nuo­ve regole e rinnovati assetti di potere per­mettano ai Paesi più poveri di migliorare i propri standard socio-economici, costi­tuisce anche un riequilibrio di tensioni e un freno ai flussi migratori.
  Ben venga, comunque, qualche contri­buto individuale in più, nell’attesa che il prossimo governo non continui a di­menticare le responsabilità che ci com­petono e il peso, anche morale, dell’ina­zione davanti a una tragedia silenziosa.
 
ANDREA LAVAZZA www.avvenire.it (27.4.08, p.1)

Il mondo ha fame: rilanciare la cooperazioneultima modifica: 2008-04-28T22:15:17+02:00da borgosotto
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