Giovani, dalla parte della speranza

Viaggio all’interno di un pianeta carico di attese. Molte delle quali «portate in spalla» da migliaia di ragazzi e ragazze che parteciperanno alla XXIII Giornata mondiale della gioventù in programma a Sydney dal 15 al 20 luglio.

di Alberto Friso e Nicoletta Masetto

La forza dell'incontro. Le mani, la voce, i sogni dei giovani partecipanti a un'edizione internazionale della Gmg. FOTO: BERNARD BISSON/SIGMA/CORBIS
La forza dell’incontro. Le mani, la voce, i sogni dei giovani partecipanti a un’edizione internazionale della Gmg. FOTO: BERNARD BISSON/SIGMA/CORBIS

Giovani d’oggi, problema o speranza? Fanno paura o ispirano fiducia? Sono svogliati, bamboccioni, viziati, o freschi, capaci, vitali? In molti cedono alla tentazione di guardare al mondo giovanile del 2008 scuotendo la testa, rassegnati. Lo fa l’uomo della strada, lo fanno autorevoli studiosi, politici, uomini di cultura. Del resto la cronaca non aiuta. Racconta con i toni della «nera» di branchi che aggrediscono il diverso, e a volte lo uccidono, per futili motivi. Fenomeni che si vorrebbero marginali, ma che inquinano l’immagine di tutti i giovani, già intaccata dagli allarmi su droga, incidenti stradali, sballo, bulli, precarietà lavorativa, affettiva e valoriale. Un contesto che non si può negare: c’è e merita di essere governato. Ma i giovani non si descrivono solo così. Benedetto XVI non ha dubbi in proposito: «Voi giovani avete in voi il dono supremo del Padre, lo Spirito di Gesù». È una delle espressioni dell’invito alla Giornata mondiale della gioventù di Sydney, in Australia, dal 15 al 20 luglio.

Un’apertura ribadita in molte altre occasioni dal Papa nel solco di una lunga tradizione di fiducia reciproca, che non smette di stupire. Il successo delle Giornate mondiali della gioventù, dal 1986 a oggi, si innesta proprio in questa dimensione di corrispondenza. Sydney 2008 sarà la ventitreesima Gmg, la decima celebrata a livello internazionale. I giovani pellegrini già iscritti sono oltre 200 mila, e altri ancora sono attesi a ridosso dell’inaugurazione. Il confronto è con l’altro grande evento di massa dell’estate, le Olimpiadi di Pechino, che nell’edizione 2000 furono ospitate proprio a Sydney. Ma la Gmg nei numeri batte i giochi olimpici: sono 125 mila i giovani attesi da fuori continente, più di quanti ne arrivarono in Australia a inizio millennio.

Anche dall’Italia partiranno in molti, nonostante il viaggio impegnativo, in verità più per il portafoglio che per il fisico: i 2 mila euro e passa di spesa sono stati uno scoglio significativo per tanti. Saranno in 7 mila e rappresenteranno anche i giovani connazionali che seguiranno l’evento da casa, con i mezzi di comunicazione, le iniziative locali diocesane, la preghiera personale e comunitaria.

Ma chi sono in realtà questi partecipanti alla Gmg? Sono simili ai loro coetanei, o vivono in un limbo, lontani dalla modernità? La domanda si estende a tutta una generazione, perché si fa presto a dire «giovani». Ma qual è il loro identikit?

Poco valorizzati

«I giovani italiani? Sono una risorsa, un grande valore aggiunto per il nostro Paese. Peccato siano pochi e, per giunta, scarsamente utilizzati e valorizzati». Non usa mezzi termini Alessandro Rosina, professore di Demografia alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e Roma, che all’Italia delle nuove generazioni ha dedicato una ricerca tra le più aggiornate. «La progressiva e decisa riduzione del peso demografico dei giovani è un fenomeno nuovo, inedito. E l’Italia rappresenta una delle aree più critiche – prosegue Rosina –. Appena quindici anni fa i giovani tra i 15 e i 24 anni erano quasi il doppio rispetto agli anziani tra i 65 e i 74 anni. Attualmente le due fasce di età si equivalgono. Ma, nei prossimi decenni, i giovani italiani diventeranno la metà degli anziani».

Sono i numeri, allora, a parlare chiaro: nel 1995 i 18-34enni erano più di 15 milioni contro gli appena 12 milioni e mezzo di oggi; e non va meglio per la fascia 16-30 visto che, a malapena, supera i 10 milioni. I record negativi non finiscono qui, purtroppo. Nel confronto con il resto dell’Unione europea, l’Italia risulta all’ultimo posto per quanto riguarda il peso delle nuove generazioni (under 25). A fronte di una media del 29 per cento (tra l’altro in molti Paesi, come Francia e Regno Unito, gli under 25 sono addirittura più del 30 per cento della popolazione), l’Italia è l’unico Paese in cui tale quota è scivolata sotto il 25 per cento.

Se allarghiamo la fotografia ai dati sull’occupazione, il quadro è persino peggiore. «Ci sono poche opportunità e i salari sono bassi – incalza Rosina –. Siamo l’unico grande Paese in cui lavora solo un 15-25enne su quattro (Italia 25,8, Regno Unito 52,2, Germania 42,6, Spagna 39,4, Francia 28,8, media Ue 39,7). Dal 1998 a oggi l’occupazione giovanile non solo è diminuita, ma è anche peggiorata nelle forme di contratto proposte». Elevato pure il tasso di disoccupazione: i giovani sono oltre il triplo degli adulti. Tra chi, poi, ha concluso gli studi, gli occupati arrivano a malapena al 70 per cento (siamo all’ultimo posto in Europa dove ben nove Paesi superano, invece, l’80 per cento).

I giovani italiani si trovano, in definitiva, in un Paese che cresce meno degli altri, con possibilità di occupazione e di reddito peggiori rispetto ai coetanei europei. Non aiuta l’alto debito pubblico da risanare e una spesa per protezione sociale tra le più basse, con il 60 per cento destinato alle pensioni, mentre nell’area euro questo dato è sotto il 50 per cento.

Rispetto ad altre realtà risulta obbligatoriamente ritardata la conquista dell’autonomia e così la formazione di una propria famiglia. La metà delle donne arriva ai 30 anni senza ancora essere sposata e metà degli uomini ai 33, posticipando il primo figlio a 35. Dentro la cruda realtà dei numeri si leggono, allora, anche tutti i rischi di un futuro sempre più incerto. «La questione generazionale, ossia lo squilibrio nel rapporto tra generazioni che vede sfavoriti proprio i giovani, aumenta il rischio povertà e, insieme, la sfiducia e l’insicurezza di nuove generazioni che, pur portando idee, innovazione e capacità, faticano sempre di più a farsi sentire e a guadagnare lo spazio che meritano».

Cambiare si può

In partenza. Giovani alle Giornate mondiali della gioventù. FOTO: PAOLO COCCO/REUTERS
In partenza. Giovani alle Giornate mondiali della gioventù. FOTO: PAOLO COCCO/REUTERS

A essere penalizzato, alla fine, è l’intero Paese destinato, con queste premesse, a non crescere e a non svilupparsi. Per cambiare, e mantenere competitiva questa Italia, bisogna invertire la rotta, tracciando nuove strade virtuose.

Alla diminuzione quantitativa dei giovani si deve rispondere con un aumento qualitativo. Ovvero, è d’obbligo fare quello che non si è fatto sinora: investire in formazione, in opportunità occupazionali e protezione sociale. E poi premiare i migliori, prima che fuggano all’estero. «L’Italia del domani − conclude Rosina − sarà “meno peggio” di quella di oggi solo se avremo figli mediamente più bravi dei padri e offriremo loro l’opportunità di arrivare ai posti più importanti e prestigiosi. In caso contrario, il declino è assicurato».

Il quadro che ne esce non è proprio incoraggiante. E ai dati oggettivi si aggiunge l’impressione che permanga una sostanziale sfiducia nei confronti dei giovani. Da più parti questa generazione è stata etichettata come «invisibile» (Ilvo Diamanti), «inesistente» (Eugenio Scalfari), «nichilista» (Umberto Galimberti). In proposito interviene Mario Pollo, docente di Pedagogia sociale presso la Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) di Roma e da anni attento osservatore delle dinamiche del mondo giovanile. «È un giochino che gli adulti fanno spesso – spiega lo studioso – quello di scaricare sui giovani malesseri, paradossalità, forme di disagio, contraddizioni della cultura sociale che essi stessi hanno prodotto. E facendo questa proiezione si autoassolvono. Dicono: “Noi ne siamo esenti, il problema è loro”. Come quando tutto il male viene proiettato sull’immigrato, neanche fosse l’unico criminale della società. È una falsa coscienza del mondo adulto. I giovani non sono arrivati sulla terra da Marte: sono stati educati e sono cresciuti in questa cultura che, volenti o nolenti, hanno assorbito». La stessa consapevolezza è stata espressa anche dal cardinale Angelo Bagnasco nella sua prolusione ai lavori dell’Assemblea dei vescovi italiani, a fine maggio: «Il problema dei giovani sono gli adulti».

I buoni sogni

Nel discorso del presidente della Cei c’è pure il superamento di questa condizione, dal punto di vista dei Pastori: «Se, come Vescovi, qualcuno è particolarmente vicino al nostro cuore, questi sono i giovani. Per loro sappiamo di non fare mai abbastanza. Specialmente in questo momento storico, i giovani sono i primi bersagli della cultura nichilista che li invita, li incoraggia, li sospinge a coltivare soltanto le “passioni tristi”. (…) Compito della comunità cristiana e dei suoi educatori è far emergere dal mazzo delle aspirazioni i buoni sogni e i buoni desideri, fra tutti il desiderio di Dio». È l’interpretazione che tiene conto delle influenze negative, ma nella consapevolezza che i giovani hanno in sé le capacità per vincere e trasformare in evoluzioni positive i condizionamenti. Mario Pollo chiama queste risorse «anticorpi contro i mali della cultura, che, se ben stimolati, come ha fatto Giovanni Paolo II e come fa ora Benedetto XVI, sono in grado di digerire le tossine dell’individualismo».

«Now generation»

Un esempio riguarda la percezione del futuro: con la crisi delle ideologie e del progresso tecnico scientifico si è passati da un domani percepito come Terra promessa a un futuro visto come minaccia. La new generation (nuova generazione) ha preso così le sembianze di now generation (generazione del «qui e ora») che vive l’ossessione del presente, unica dimensione che abbia un significato. «L’anticorpo – spiega Mario Pollo – l’ho scoperto nelle testimonianze di molti giovani, soprattutto ragazze, che in questo sono più creative: è la capacità di pensare il futuro vivendo il presente, e cercando nell’oggi i segni del progetto di Dio per loro, i semi del futuro. C’è un’attenzione al presente, come vuole la cultura di appartenenza, ma allo stesso tempo si carica l’orizzonte di speranza. E così si esorcizza il fatalismo dominante, che immagina non solo un futuro mai migliore del presente, ma anzi peggiore».

E con i valori come la mettiamo? Davvero per i giovani nulla conta, niente è denso di significato? «È assurdo dire che siano senza valori – incalza Pollo –. Anzi, ne hanno molti, ma tutti sullo stesso piano, senza gerarchia. I giovani sono stati educati nella complessità a scegliere i valori che si adattano meglio alla situazione del momento, senza porsi il problema della coerenza. Invece dobbiamo aiutarli a capire che c’è un sistema valoriale applicabile a tutte le situazioni, in nome del quale bisogna essere pronti anche ad affrontare conflitti o momenti di marginalità».

Ma se è difficile trasmettere ciò che vale, è ancora più improbo per l’educatore agevolare l’acquisizione di una scala di valori… «Dalle ricerche che ho condotto in questi anni si evince che il giovane conquista l’organizzazione gerarchica del sistema valoriale quando fa un’esperienza di alterità forte. Può succedere nei confronti delle altre persone, nella solidarietà ad esempio, ma anche nella direzione verticale, cioè nei confronti di Dio».

Un incontro decisivo, a tu per tu, possibile nell’oggi anche per il giovane della modernità. La Giornata mondiale della gioventù di Sydney, grande esperienza di Chiesa viva, sarà un’occasione per 200 mila incontri. Tutti personali.   

Giovani, dalla parte della speranzaultima modifica: 2008-07-14T13:33:55+02:00da borgosotto
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