Libertà sulla Parola

intervista a Rinaldo Fabris a cura di Cristina Uguccioni

in “Il Foglio” del 10 agosto 2008

libertà

Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2 Cor 3,17): questo, tratto dalla Seconda Lettera di san Paolo ai Corinzi, è il versetto della Bibbia più caro a monsignor Rinaldo Fabris, presidente dell’Associazione Biblica Italiana e docente di Esegesi del Nuovo Testamento presso il seminario interdiocesano di Udine-Gorizia-Trieste, affiliato alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale. Così spiega la sua scelta: “Sin dall’inizio dei miei studi biblici ho approfondito la figura di san Paolo e il tema della libertà. Il cuore della vita cristiana e del cammino spirituale di san Paolo è l’esperienza di essere amati gratuitamente da Dio, di ricevere da Gesù risorto il dono dello Spirito, cioè il dono gratuito e incondizionato dell’amore, che è anche quella forza interiore che non solo ti fa riconoscere quale sia la volontà di Dio, ma ti dà anche la capacità di metterla in pratica. Bisogna subito chiarire che la volontà di Dio, ossia ciò che lui desidera per noi affinché si possa essere veramente felici, è l’amore. Dio ci ha creati liberi e vuole che usiamo la nostra libertà per amare, perché questo coincide anche col desiderio più profondo di felicità che abita nel nostro cuore. Affinché ciò sia possibile Egli ci dona il suo Spirito, fonte permanente dell’amore, perché Dio è Amore. Questo, a mio parere, è il centro caldo, pulsante, dell’esperienza cristiana”.

Come si può quindi descrivere la libertà cristiana?

“La libertà, nella cultura moderna, viene identificata con la possibilità di fare quello che si vuole, di realizzare i propri progetti e i propri desideri, attraverso una progressiva liberazione dai vincoli economici, cioè dalla schiavitù della povertà, dai vincoli sociali che limitano le possibilità di espressione della persona e da tutti i vincoli che imprigionano. La libertà, in questa prospettiva, è una libertà negativa, cioè si identifica con l’essere-liberi-da. Generalmente si ritiene che l’origine di questa idea di libertà quale si è affermata nella cultura occidentale sia la Grecia dell’antica Atene, patria della libertà democratica. Io sono invece persuaso che l’origine della libertà come liberazione, come uscita da uno stato di schiavitù, di paura e di dipendenza, sia antecedente e debba essere fatta risalire all’esperienza dell’Esodo quale ci è narrato nella Bibbia, un’esperienza che poi, storicamente, si è intersecata con la cultura greca. La novità cristiana, ben illustrata da san Paolo, è che la libertà non è soltanto libertà-da, ossia processo di liberazione, ma anche e soprattutto libertà di, cioè libertà positiva di scegliere di amare, cioè di attuare pienamente noi stessi – i nostri progetti, i nostri sogni – nell’amore e quindi la possibilità di essere persone felici e gioiose. E questo amore ci è donato da Gesù Cristo risorto mediante il dono dello Spirito, che è appunto amore, agápe, parola greca che significa amore incondizionato, disinteressato, gratuito. Il cristiano è colui che, attraverso la Parola di Dio, vede dispiegarsi il progetto divino che culmina con la morte e risurrezione di Gesù Cristo, che ci dona lo Spirito, fonte permanente dell’amore; il cristiano è colui che ha coscienza e consapevolezza di ricevere continuamente da Dio il dono dell’amore e la forza per viverlo giorno per giorno. Naturalmente, la condizione per ricevere questo dono è quella di aprirsi e rendersi disponibili a riceverlo, è quella di lasciarsi amare, di consentire a Dio di agire nel nostro cuore per trasformarlo in un cuore capace di scegliere il bene, ossia di scegliere tutti quei gesti di amore disinteressato, perdono e gratuità che la vita offre l’occasione di compiere”.

Può spiegare in che senso la libertà cristiana è in prima istanza libertà-da?

“La libertà cristiana è in prima istanza libertà-da in quanto è triplice liberazione dalla morte, dal peccato e dalla Legge, come scrive san Paolo nella Lettera ai Romani. Anzitutto Gesù ci ha liberati dalla morte e dal peccato: con la risurrezione ci ha liberato dalla morte fisica, ma soprattutto dalla paura della morte che ci tiene schiavi tutta la vita (cf. Eb 2,14- 15): è la paura della morte, di finire nel nulla, infatti che da sempre spinge l’uomo ad aggrapparsi disperatamente alla vita, e a fagocitare tutto e tutti; divorato dall’ansia di vita, l’uomo vive accentrato su di sé nel tentativo inutile e disperato di salvarsi, e finisce per vivere egoisticamente, lottando per primeggiare e diffidando degli altri e di Dio. Il peccato è proprio l’incapacità, il rifiuto di amare, di avere relazioni vitali e buone con gli altri e con Dio; in altri termini, il peccato è rottura dei rapporti, allontanamento dalla fonte della vita che è Dio e, di fatto, morte interiore in quanta mancata realizzazione di se stessi, poiché l’uomo è fatto per essere amato e per amare e solo così è davvero felice. Gesù ci ha liberato dalla morte e dal peccato non con un magico comando, ma entrando egli stesso nella storia umana di peccato e di morte: ha subìto la morte del peccatore. Al male e all’ingiustizia non ha risposto col male, ma con un atto di amore: Gesù ha trasformato la sua crocifissione in atto di amore; essa non è stata un fatto accidentale, un destino tragico che lui ha subìto passivamente, ma è diventata atto di fedeltà perfetta al Padre e di solidarietà totale e piena con l’uomo. Là, nella morte, dove l’uomo teme di essere sommamente solo e di finire nel nulla, là c’è Gesù ed è là proprio per amore nostro.

Per questo nel Vangelo si dice che Gesù, ‘avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine’ (Gv 13,1), ossia ci amò sino all’estremo, alla pienezza, al massimo. La morte non è più solitudine e un precipitare nel nulla, ma è comunione con Cristo, ed è risurrezione, ritorno fra le braccia del Padre, dal quale siamo amati. Quanto più l’uomo è libero dalla paura della morte, tanto più può vivere da figlio e fratello come Gesù, vivere la vita nell’amore da cui viene e verso cui va”.

E per quanto riguarda la liberazione dalla Legge?

“San Paolo, che ha vissuto metà della sua vita osservando la Legge, il Decalogo, i precetti della vita ebraica, descrive la Legge come un vincolo esterno: essa ti dice, ad esempio, di non rubare, non uccidere, non commettere adulterio, ma non ti aiuta a non commettere questi atti; l’essere umano spesso non ha la forza di mettere in pratica ciò che la Legge comanda. La Legge denuncia il male, è una sorta di ‘secondino’ che impedisce all’uomo peccatore, cioè debole e fragile, di ‘uscire a far danni’, ma non dà la forza di operare il bene. La Legge è un comando esterno per persone incapaci di compiere la volontà di Dio, è Legge scritta, predicata, che non cambia il cuore della persona. San Paolo scopre che, grazie a Gesù, tutto il contenuto della Legge, ossia il duplice comandamento dell’amore per Dio e per il prossimo, non è un comando esterno, scritto nei libri, annunciato nelle assemblee, ma è il dono fatto da Dio all’umanità: per amore Dio ci dà il suo Spirito, cioè la capacità di amare, di donare noi stessi a Lui e agli altri. Dalla Legge come codice esterno all’uomo si passa quindi alla Legge dello Spirito, come la chiama san Paolo, cioè al dono interiore dell’amore, alla potenzialità, alla forza di amare che Dio dona agli esseri umani che si aprono alla sua azione.

Potremmo anche dire così: riusciamo a vivere il comando dell’amore quando scopriamo e accettiamo di essere amati incondizionatamente, che include anche l’essere perdonati, da Dio”.

La società contemporanea è segnata dall’individualismo che porta a considerare l’altro come qualcosa di estrinseco all’io; in realtà, l’uomo è relazione, è apertura al tu, e lungi dall’essere una monade autosufficiente, rivela una strutturale apertura verso l’altro da cui dipende la sua realizzazione: possiamo dire che la libertà, in quanto libertà di amare, pur restando sempre libertà personale, del singolo, in realtà coinvolge e include anche il nostro prossimo?

“Certamente. Un’espressione cara al mondo laico, che è diventata quasi uno slogan, è: ‘la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro’: bisogna rispettare e garantire i ‘confini’, lo spazio di libertà del nostro prossimo. In parte questo principio è vero e pone le basi della convivenza sociale e civile. Ma dal punto di vista evangelico le cose stanno diversamente e la frase andrebbe formulata così: ‘la mia libertà comincia dove comincia quella dell’altro’. Poiché l’uomo è ontologicamente fatto per ‘essere-per’, e quindi la libertà umana è sempre libertà relazionale, ne consegue che è impossibile che io sia veramente libero se l’altro non lo è. Se non posso stabilire relazioni libere è evidente che la mia stessa libertà è mutilata, perché il mio io si compie, si realizza nel rapporto con l’altro, oltre che con Dio. Oggi noi ci illudiamo, come singoli e come società occidentali, di essere liberi, ma in realtà non lo siamo pienamente perché vi sono interi popoli fuori dai nostri confini, e gruppi umani all’interno delle nostre comunità, che non sono liberi, non godono, ad esempio, dei fondamentali diritti umani, le loro migliori potenzialità vengono soffocate, la loro dignità è umiliata.

Rispettare e garantire i confini della libertà altrui è quindi solo una fase del processo che porta alla vera e pacifica convivenza umana. Affinché tale convivenza sia piena occorre che anche l’altro sia libero e non una mezza persona. Il nostro impegno allora diventa quello di liberare la libertà dell’altro”.

Gesù ci mostra, con la sua vita, che la libertà, in quanto libertà di amare, coincide col servire, cioè col farsi ‘servo’ dell’altro: paradigmatico, in questo senso, è l’episodio della lavanda dei piedi, durante l’ultima cena; si dà quindi il paradosso per cui siamo davvero liberi, ed anche felici, nel momento in cui ci facciamo ‘servi’ per amore.

“E’ proprio così: l’apostolo Paolo esprime questo paradosso quando scrive: ‘pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero’ (1 Cor 9,19). La libertà è libertà di amare come Gesù e amare, concretamente, significa mettere la propria vita a servizio dell’altro. E’ davvero libero chi ama, cioè chi serve. E quindi – ecco un altro paradosso – è libero chi dipende dall’altro: quando vogliamo bene a qualcuno, infatti, dipendiamo da lui/lei, nel senso che non possiamo prescindere, nell’organizzare e progettare la nostra vita, dai suoi bisogni, dalle sue esigenze, dai suoi sogni, dai suoi desideri più profondi. E’ la dipendenza che avverte ciascuno di noi nei confronti di un amico, o un genitore nei riguardi dei figli o due innamorati fra loro. Oggi, purtroppo, molti sono convinti di non essere liberi proprio perché, amando, sentono di dipendere da qualcuno. Non si rendono conto che ogni legame d’amore vincola, ma questo vincolo siamo noi che lo scegliamo e dunque anche le inevitabili rinunce e i sacrifici che comporta sono coerente conseguenza del fatto che abbiamo esercitato la libertà-di. Torniamo all’episodio della lavanda dei piedi: a quel tempo, nella società romana, era usanza che i servi lavassero i piedi agli ospiti del padrone di casa. Erano obbligati a farlo. Gesù, invece, sceglie di farlo, per manifestare concretamente amore e accoglienza. Dunque il medesimo gesto può essere espressione di un servizio disumanizzante, oppure – se nasce da una scelta interiore d’amore – espressione suprema di libertà. Il massimo della libertà è offrire il massimo di amore, e ciò consiste – dice Gesù – nel dare la vita per i propri amici. Lui ha dato la vita per i suoi amici, per noi”.

Dio interviene nella storia ed è lui a guidarla: in che termini questo intervento non lede né limita la libertà umana?

“Vi sono espressioni del linguaggio corrente, come ad esempio ‘non si muove foglia che Dio non voglia’, che inducono a chiedersi come si possa essere effettivamente liberi se Dio interviene nella storia dei singoli e del mondo. Ma questo interrogativo nasce da una falsa immagine di Dio. Lo si crede una sorta di ingegnere, di progettista che interviene nel mondo, considerato come una gigantesca macchina che ha bisogno di essere continuamente ritoccata e aggiustata per funzionare.

Ma Dio non interviene in questo modo. Lui interviene ‘da Dio’, ossia amandoci senza misura, donandoci il suo Spirito, e rispettando la storia fatta da donne e uomini libere. Dio rispetta la libertà, la rispetta a tal punto da fare persino brutta figura; pensiamo al rapporto di Gesù con Giuda: Gesù accoglie Giuda fra i propri discepoli, gli affida l’amministrazione della comunità, si fida di lui, gli vuol bene. E viene tradito, venduto. Di fronte alla scelta libera di Giuda, Gesù rivela la sua impotenza. Dio interviene nella storia rispettando la ‘struttura’ della libertà che egli stesso ha creato, ma non smette mai di donare il suo amore, il suo Spirito. E il suo amore passa attraverso le mediazioni: Dio agisce nella storia dei singoli e del mondo attraverso le ‘cause seconde’, cioè, ad esempio, attraverso le persone. Quando io perdono qualcuno che mi ha offeso o ferito, l’altro riceve il mio perdono, ossia il mio amore rinnovato, e allo stesso tempo riceve l’amore di Dio, che passa attraverso il mio gesto”.

E’ da questa falsa immagine di Dio che ha origine la convinzione – molto diffusa – secondo cui la volontà di Dio è un piano pre-fissato e pre-stabilito su ciascuno di noi, che ci è ignoto, che dobbiamo scoprire e al quale, volenti o nolenti, dobbiamo adeguarci?

“Sì, vi è questa falsa immagine, quella di un Dio ingegnere dell’universo, di un Dio superprogrammatore di quel ‘supercomputer’ che è il mondo, e di quel piccolo ‘computer’ che è l’uomo, programmato per eseguire un progetto pre-stabilito. Ma Gesù ci ha svelato il volto di un Dio che è dinamismo d’amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo, ossia tra Persone libere che liberamente si donano l’una all’altra e a noi. Questo dialogo trinitario d’amore e libertà coinvolge e comprende anche l’uomo al quale è donata la possibilità di agire liberamente, e quindi di sorprendere anche Dio con le proprie scelte: noi possiamo sempre scegliere di accogliere il dono dello Spirito o chiuderci ad esso, amare o non farlo, perdonare o vendicarci. La vera libertà, quella donata da Cristo mediante il suo Spirito, è – dicevo – la capacità di riprodurre, nelle diverse circostanze della vita, il modo di amare di Gesù”.

Come definirebbe il ruolo che ha l’ascolto della Parola di Dio per comprendere come amare e servire al modo di Gesù nelle diverse circostanze della vita?

“Per amare al modo del Figlio, per comprendere la volontà di Dio per me, esercitare la vera libertà ed essere felice, l’ascolto della Parola di Dio è fondamentale, irrinunciabile. Nella Bibbia Dio parla a tutti gli esseri umani come a degli amici, ai suoi figli, si rivolge a ciascuno di noi per rivelare la verità di se stesso e la verità profonda, il senso, del nostro essere uomini, la verità che si incarna in Gesù Cristo. La Bibbia non è semplicemente un testo di grande valore letterario, la storia del popolo ebraico e delle origini cristiane, è un libro ‘ispirato’, cioè scritto sotto l’impulso, l’ispirazione dello Spirito di Dio, è Parola di Dio”.

Qual è il ruolo dello Spirito nella lettura e nella interpretazione della Bibbia?

“Lo Spirito, l’azione di Dio, che sta all’origine della Bibbia, assiste colui che la legge con fede, affinché possa cogliervi la volontà d’amore di Dio e possa interpretarla secondo verità. E’ ancora lo Spirito che dà a chi legge la Bibbia la capacità di compiere la volontà di Dio nelle diverse e particolari circostanze della vita. Chi si accosta alla Scrittura in modo aperto, con cuore accogliente nei confronti dell’azione dello Spirito, entra in comunione con Dio. Per capire se la nostra lettura è conforme allo Spirito che l’ha ispirata, il Concilio Vaticano II indica tre criteri: nella Costituzione dogmatica ‘Dei Verbum’ si legge che ‘per ricavare con esattezza il senso dei testi sacri, si deve badare (…) al contenuto e alla unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva Tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede’: ciò significa che la nostra lettura deve considerare sempre l’unitarietà della Scrittura, che pur composta di molti libri è una in forza dell’unità del disegno di Dio; inoltre si deve tener conto della ‘viva Tradizione di tutta la Chiesa’, ove per Tradizione si intende la trasmissione del messaggio di Dio, culminante in Cristo, attestata dagli apostoli e che progredisce ancora oggi nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito. Infine bisogna tener conto dell’armonia e della coerenza del messaggio biblico con la fede professata e vissuta nella Chiesa che, a sua volta, si fonda sulla Parola di Dio scritta e tramandata”

Monsignor Rinaldo Fabris, nato nel 1936, dopo la laurea in Teologia ha conseguito la licenza in Scienze bibliche e il dottorato al Pontificio istituto biblico di Roma, frequentando anche lo Studium Biblicum di Gerusalemme. Dal 1970 è docente di Esegesi del Nuovo Testamento presso il seminario interdiocesano di Udine-Gorizia-Trieste. Direttore per dieci anni della Rivista biblica italiana, è presidente della Associazione biblica italiana che riunisce i docenti di Sacra Scrittura e quanti si impegnano nello studio e nella diffusione della Parola di Dio.

Libertà sulla Parolaultima modifica: 2008-09-22T12:29:00+02:00da borgosotto
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