“Mica sono io il razzista è lui che è un negro”

di Mario Pirani

in “la Repubblica” del 22 settembre 2008

«Minga sün mi che sün rasista, lè lü che lè negher!». Deve essere questo vecchio detto meneghino il principio giurisprudenziale di diritto lombardo-veneto che ha ispirato poche ore dopo il delitto il pubblico ministero Roberta Brera nello stabilire che non c’entra nulla il razzismo nell’uccisione a sprangate al grido di «sporco negro di merda!» di un ragazzo di colore, Abdoul Guiebrè, colpevole di non aver pagato un pacchetto di biscotti Ringo. Dopo di che, sia il premier Berlusconi che il sindaco di Milano, hanno proclamato che nel «deprecato episodio non c’entra il colore della pelle».

Un copione che assomiglia alla trama di quei film americani che descrivevano qualche linciaggio in Alabama dove poliziotti, giudici e testimoni bianchi depistavano le indagini e giuravano che non era il caso di parlare di razzismo, tanto è vero che quando i negri si comportavano bene, non davano retta agli agitatori e stavano al loro posto, nessun bianco si sognava di torcer loro un capello.

Anche se tutti i giornali hanno scritto sulla vicenda, accaduta non in una degradata periferia ma nei pressi della Stazione Centrale di Milano, al bar Shining (un nome significativo, per chi ricorda la pellicola di Kubrick), mi permetterò egualmente di aggiungere qualche nota sulle riflessioni che alcuni intellettuali hanno rilasciato. Ne scelgo due come esempio di una tematica che ha preso largamente piede e tende a derubricare non la gravità dei delitti ma la loro natura: si tratterebbe di violenza urbana, generata dalla paura, e non di razzismo che sarebbe sbagliato evocare in questo e in altri casi, come le aggressioni contro i gay a Roma, gli incendi dei campi rom, i fermi di ragazze extracomunitarie scambiate per prostitute e quant’altro. Il professor Stefano Zecchi, docente di Estetica alla Statale di Milano, in una dichiarazione al “Corriere” si dice convinto che «anche sul piano culturale e sociale parlare di razzismo è fuorviante. Si tratta di disagio economico e sociale, di gente in difficoltà che reagisce e si difende in modo esagerato… L’importante è che le persone oneste non si sentano fragili e indifese… Gli episodi come quello accaduto a Milano sono comprensibili. Tutto sommato le violenze da stadio sono peggiori».

Più sofisticato e meno indulgente l’articolo sul “Riformista” di Benedetto Ippolito, docente di Filosofia medievale alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma, giovane e valente studioso cattolico. Anche per lui «le indagini hanno scongiurato la motivazione razziale… mentre, d’altra parte, l’appellativo intollerante “sporco negro”, urlato dagli aggressori ripetutamente, potrebbe esser stata soltanto una esclamazione di rabbia e non il motivo ultimo dell’omicidio». Dopo una puntuale disamina della emarginazione urbana e dell’ultima ricerca del Censis sulla «paura percepita», che a Roma colpirebbe addirittura la metà dei cittadini, Benedetto Ippolito conclude: «È sacrosanto pretendere che non si denominino razzisti atti che non lo sono, anche se non è da responsabili sentirsi rassicurati dal fatto che ci sono nostri concittadini pronti a uccidere unicamente per quel “futile motivo” che si chiama paura inconsapevole dello sconosciuto e del diverso». I distinguo della Scolastica tomistica possono a volte produrre travisamenti gravi, al contrario del buon senso parrocchiale e solidale di “Famiglia cristiana” o dei militanti di Sant’Egidio che sul razzismo non hanno incertezze e sanno bene che alla sua base c’è proprio, come elemento insito fondamentale, la paura dell’altro. Che si è sempre inverata nei casi più ricorrenti nella paura dell’ebreo, del negro, dello zingaro, del diverso sessuale, attraverso secoli di persecuzioni, stragi e genocidi. Lo stesso teorico del revisionismo tedesco, Nolte, sostiene che «nella misura in cui Hitler e Himmler addossavano agli ebrei la responsabilità di un processo che li aveva gettati nel panico (il trionfo del bolscevismo, ndr), portarono l’originario orientamento di annientamento dei bolscevichi entro una nuova dimensione (l’annientamento degli ebrei)».

Il «panico» di Hitler si rifletteva nella «paura percepita» da milioni di singoli cittadini tedeschi. In Italia oggi non siamo a questo ma la «paura percepita» di cui parlano i succitati professori non è solo il risvolto dell’ondata migratoria ma della predicazione di disprezzo, odio e diffidenza che ha accompagnato l’azione della Destra e che porta non solo i più scalmanati ma tanti uomini d’ordine e, talvolta, chi dovrebbe tutelarlo, a tollerare l’inevitabilità della «giustizia fai da te». Dopo di che nascondono la violenza razzista dietro la maschera dei «futili motivi».

“Mica sono io il razzista è lui che è un negro”ultima modifica: 2008-09-22T13:43:25+02:00da borgosotto
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Un pensiero su ““Mica sono io il razzista è lui che è un negro”

  1. Questi tragici fatti di violenza non sono riconducibili ad un vero e proprio sentimento razzistico, ma proprio imputabili alla paura urbana e sociale causata dal post-liberismo capitalista, di cui non puoi fare almeno cenno nel tuo discorso, che così com’è è solo un’invettiva sterile. Capisco il tuo punto di vista, è una tragedia quella che è successa, ma non sono d’accordo con il tuo modo di vedere la situazione.
    Ciao e grazie, comunque molto utili le citazioni degli “autorevoli” personaggi

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