Parole fondamentali, l’esperienza di una famiglia-comunità

intervista a Bruno ed Enrica Volpi a cura di Cristina Uguccioni

in “Il Foglio” del 21 settembre 2008

Coabitare a FirenzeBruno ed Enrica Volpi sono una coppia che ha cercato di fare del Vangelo il proprio “manuale di vita”, perché tale lo considera. Dopo il matrimonio, nel 1963, sono partiti come missionari laici per il Ruanda, dove hanno vissuto per otto anni una vita che definiscono “non facile, ma piena e felice”.

Al ritorno avevano cinque figli, la difficoltà di reinserirsi nella quotidianità italiana e il desiderio di vivere coerentemente i loro ideali. Nel 1978, a Milano, in un’antica cascina messa a disposizione dalla famiglia Radice-Fossati, in piazza Villapizzone, hanno dato vita a una “comunità di famiglie”.

A Villapizzone, dove le porte degli appartamenti sono sempre aperte, le famiglie residenti si aiutano e si sostengono a vicenda; su indicazione dei servizi sociali accolgono – quando è possibile – bambini e adulti in difficoltà, mettono in comune i proventi delle loro attività e in molti casi si organizzano per lavorare insieme. Oggi queste comunità sono una trentina in Italia, riunite nell’associazione “Mondo di Famiglia e Comunità” della quale Bruno Volpi è fondatore e presidente.

I passi della Bibbia più cari a questa coppia sono tratti dal Discorso della montagna. Il primo passo recita: “Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,9); il secondo: “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo che ha costruito la casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti, e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande” (Mt 7,24-27).

Con queste parole Bruno spiega la scelta della prima beatitudine: “Riflettendo insieme, Enrica ed io ci domandavamo perché Gesù proclamasse beati, cioè felici, i poveri, mentre la nostra società faceva e continua a fare ogni sforzo per combattere la povertà e noi stessi eravamo partiti per il Ruanda proprio con questo obiettivo. Andammo allora a guardare sul dizionario di italiano il significato della parola ‘povero’: si leggeva che povero è ‘colui che ha bisogno’. Capimmo che essere bisognosi – di Dio e degli altri – è un valore, non qualcosa di cui vergognarsi. Per Gesù è beato chi riconosce di aver bisogno. Il dramma è che la nostra società, l’intera nostra cultura, proclama il contrario: oggi è considerato un valore non aver bisogno di nessuno. E tutti fanno il possibile per raggiungere questa autonomia sia dal punto di vista esistenziale che economico. Di conseguenza, chi ha bisogno si vergogna, si sente in colpa, vive con disagio e malessere interiore questa condizione. Si vuole eliminare la povertà perché l’obiettivo è quello di non aver bisogno di nessuno. Altra cosa, diversa, è la miseria, che è frutto di ingiustizie: sono le ingiustizie che vanno combattute, non la povertà. Noi uomini abbiamo bisogno gli uni degli altri ed è riconoscendo questa nostra condizione che possiamo essere felici e vivere dignitosamente anche dal punto di vista economico. Enrica ed io abbiamo bisogno degli altri, oltre che di Dio, e quindi abbiamo cercato e continuamente cerchiamo di vivere questa povertà costruendo uno stile di vita che include il bisogno dell’Altro e degli altri. Per questa ragione, ad esempio, nelle nostre comunità, mettiamo in comune i nostri stipendi e all’inizio di ogni mese ciascuna famiglia preleva dalla cassa generale, in forma anonima, quanto le occorre per vivere: ci fidiamo e i nostri introiti, che singolarmente sarebbero esigui, uniti diventano un piccolo capitale che, nato dal bisogno reciproco, permette a tutti di vivere in modo dignitoso. Nelle nostre comunità abbiamo anche scelto di lavorare per vivere, non il contrario, e quindi in genere dedichiamo al lavoro meno tempo rispetto al resto delle persone, perché desideriamo dedicarne di più ai familiari e alla comunità. Inoltre, ogni famiglia è disponibile verso le altre e conta su di loro, e – se lo desidera – dà accoglienza a chi, giovane o vecchio, è in difficoltà per le ragioni più diverse. La povertà è una beatitudine, noi vogliamo provare a viverla e abbiamo individuato questa modalità. Desideriamo essere ricchi non di beni materiali, ma di relazioni umane”.

Enrica: “Io ho bisogno degli altri, senza resterei incompiuta. E’ attraverso il dialogo, il confronto, la quotidianità con il mio prossimo che divento veramente me stessa. L’altro mi fa da specchio, mi aiuta a capirmi, a conoscermi, a crescere. Se pensassi di non aver bisogno di nessuno, finirei per credermi sempre giusta, brava, buona, mentre è attraverso la relazione che imparo a capire quanto il mio cuore sia ancora di pietra, quanta strada io abbia ancora da percorrere. Ad esempio: accogliendo nella nostra famiglia bambini in difficoltà, che hanno un immenso bisogno di essere amati, mi accorgo di quanto cammino io abbia ancora da fare per riuscire a colmare questa loro fame d’amore nel modo più pieno e vero. Senza gli altri non potrei migliorare, né diventare pienamente me stessa”.

In che termini riconoscersi bisognosi degli altri modifica il modo di relazionarsi?

Bruno: “Se l’altro mi fa un torto e sono convinto di non aver bisogno di lui, lo mando a quel paese. Se invece riconosco di avere bisogno di lui, inevitabilmente mi comporto in modo diverso: cercherò di trovare le parole più adatte per parlargli, per fargli comprendere ciò che ha fatto, per andare d’accordo e ristabilire la relazione. La povertà aiuta a convivere. Lo ripeto, il dramma della nostra epoca è l’individualismo, l’autosufficienza elevata a valore”.

Occorre piegare l’orgoglio per riconoscersi bisognosi dell’Altro e degli altri: è un esercizio che l’uomo, da sempre, fatica a compiere, come si vede sin dalle prime pagine della Bibbia.

Bruno: “Sono d’accordo: nell’uomo c’è l’orgoglio di voler bastare a se stesso. In fondo, come dico spesso, non è stato Dio a scacciare l’uomo dall’Eden, è l’uomo che ha estromesso Dio dalla propria vita pensando di non averne bisogno. E continua a estrometterlo, a vivere come se Dio non fosse.

Bisogna invece avere l’umiltà di accettare ciò che realmente siamo: bisognosi. Penso che la beatitudine della povertà sia la prima proprio perché è quella di base, la condizione essenziale. Per essere miti, misericordiosi, operatori di pace e così via, occorre anzitutto avere l’umiltà di riconoscersi poveri”.

Può illustrare il legame esistente fra la prima beatitudine e il secondo brano da voi scelto?

Bruno: “Sono un geometra, nella mia vita ho costruito e ristrutturato molte case e devo ammettere che in passato questo brano di Gesù mi lasciava perplesso, perché non è vero che una casa costruita sulla sabbia sia più fragile di una edificata sulla roccia. Nella pianura padana, ad esempio, per costruire, si scava sino a raggiungere il ghiaione che sta sotto l’humus. D’altra parte abbiamo sempre ritenuto il Vangelo un manuale di vita, che porta a guardare in alto, conduce a Dio, ma che – al tempo stesso – parla in termini veritieri dell’esistenza terrena e aiuta a viverla bene. Riflettendo insieme, abbiamo capito: Gesù vuole dire che è solida la casa che si è adeguata e modellata sulla forma della roccia. Immaginiamo qualcuno che intenda edificare un’abitazione dove è presente della roccia; ha due possibilità: o spiana il terreno con la dinamite e costruisce come vuole, secondo la propria fantasia, oppure adegua la forma della casa a quella della roccia. Gesù vuole dirci che la vita solida è quella fondata su Lui, quella che si modella e si dipana non secondo la nostra volontà, ma la Sua: è Lui la roccia e la nostra solidità dipende dal nostro conformarci a Lui e alle sue parole.

Ma occorre l’umiltà di riconoscersi bisognosi di Dio e del suo amore. Purtroppo, però, oggi l’uomo nega di avere questo bisogno: la nostra è una società che continuamente spiana la roccia con la dinamite per costruire come vuole, fiera di non aver bisogno di nessuno, tanto meno di Dio. Questa superbia, questa arroganza, portano alla rovina e i disastri sono, a mio parere, sotto gli occhi di tutti”.

Il Vangelo è per voi un manuale di vita. Quando vi rendeste conto che era tale? E come definite la vita modellata su Gesù?

Enrica: “Fu in Ruanda che capimmo che il Vangelo è un manuale di vita: lo vedevamo incarnarsi sotto i nostri occhi. Capimmo che, sino a quel momento, la nostra fede era stata solo un insieme di riti che ci piacevano: dovevamo imparare che essa è un piacere che fa crescere e appaga l’anima, non il gusto. Quando, tornati in Italia, ci stabilimmo a Villapizzone, si unì a noi anche una comunità di gesuiti. La loro presenza è stata molto importante perché ci hanno aiutato a comprendere la Parola di Dio, a leggere gli eventi della nostra vita alla luce del Vangelo. Quando Bruno e io discutiamo o dobbiamo prendere delle decisioni il Vangelo è per noi il termine di riferimento, di confronto e di conforto”.

Bruno: “C’è una frase di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, che mi piace molto: vivere secondo il Vangelo è bello, gioioso e conviene. Sono d’accordo: conviene sotto ogni punto di vista: affettivo, psicologico, morale, economico. La vita che Gesù ci mostra e ci propone, fondata sull’amore per Dio e per gli altri e sull’amore ricevuto da Lui, è vita piena. Gesù dice: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero” (Mt 11,28-30). E’ proprio così: il suo giogo è dolce e leggero. Ciò non significa che vivere evangelicamente sia una scorciatoia per evitare fatiche e dolori: significa che ascoltare e obbedire alle parole di Gesù dà vita piena ma non pesante, cioè una vita che non esclude il dolore, ma lo trasforma, lo rende accettabile. La vita piena è vita di gioia, di scelte responsabili, di impegni assunti e portati avanti con coerenza, di dolore. Gesù dice: ‘Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua’ (Lc 9,23). A mio parere oggi si discute troppo della croce, del perché esista, e molto poco su come portarla. Io, che ho sempre lavorato sollevando molti pesi, ho imparato che l’importante è sapere come portarli. Persino un semplice zaino grava in modo diverso a seconda di come lo mettiamo sulle spalle”.

Di questa vita piena fa parte anche il matrimonio: come descrivereste la vostra unione e il cammino che insieme avete compiuto?

Enrica: “Io sono certa che sia stato Dio a farmi incontrare Bruno, e non so immaginarmi senza di lui. E’ Bruno che ha colmato e da 45 anni continua a colmare la mia povertà. All’inizio però non è stato facile vivere insieme: la comunione che oggi abbiamo raggiunto è frutto di un cammino fatto di amore ma anche di pazienza, coraggio, umiltà, sforzo di comprendere le ragioni l’uno dell’altro e, non ultimo, è frutto della rinuncia a volerci reciprocamente cambiare. Penso che in tutti noi alberghi sempre la tentazione di voler cambiare il nostro prossimo, di fargli pensare e fare ciò che noi riteniamo sia giusto: ho capito che è un errore. Bisogna cercare di raggiungere l’accordo mettendo in discussione noi stessi, smussando i nostri angoli, ma anche rispettando sino in fondo ciò che l’altro è. Dio si comporta così con noi: ci ama, ci mostra qual è il nostro bene, ci dà la forza di compierlo, ma ci lascia sempre liberi”.

Bruno: “Penso che oggi, nella nostra società, la vocazione al matrimonio non sia abbastanza valorizzata, tanto che quando si parla di vocazione si pensa immediatamente a quella religiosa. Invece è una vocazione nel senso pieno della parola: va scelta, capita e vissuta con impegno e fedeltà. Il matrimonio, prima ancora di essere la scelta di un partner, è la scelta di un modo di vivere: a due. Ci si sposa e si impara, piano piano, a vivere in questo modo. Ricordo che quando mi innamorai di Enrica non mi piaceva proprio tutto di lei e pensavo che, dopo il matrimonio, sarei riuscito a cambiarla. Non è stato possibile. E’ stato invece possibile conquistare, con molta fatica e con l’aiuto di Dio, la convinzione che eravamo due personalità diverse e tali saremmo dovute rimanere e io non ero responsabile di ciò che, a mio giudizio, era sbagliato in lei. Quando abbiamo cominciato ad accettarci sino in fondo abbiamo iniziato ad assaporare tutta la bellezza della vita matrimoniale”.

Il fatto di aver dato accoglienza a bambini e ragazzi che venivano da esperienze difficili come ha cambiato il vostro modo di vivere il ruolo di genitori? E in che modo l’esperienza familiare vissuta da Gesù vi è stata di esempio?

Bruno: “Gesù, che nascendo in una famiglia ha valorizzato – in modo inequivocabile – questa istituzione, a 12 anni va a Gerusalemme con i genitori, ma quando loro ripartono lui decide di fermarsi in città senza neppure avvisarli. Maria e Giuseppe, dopo averlo cercato per tre giorni, lo trovano al tempio e quando Maria gli domanda perché si sia comportato in quel modo, non abbia tenuto conto della loro preoccupazione, lui risponde: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’ (Lc 2,49). In età adulta, Gesù è in casa, circondato da molte persone, quando vanno a dirgli che sua madre e i suoi fratelli lo stanno cercando. Lui risponde: ‘Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?’; poi guarda quelli che gli stanno seduti intorno e dice: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre’ (Mc 3,31-35). Gesù ci ha fatto capire che la famiglia non è solo quella di sangue e che i figli non sono nostri, non possiamo imporre loro la nostra visione della vita, ciò che riteniamo sia giusto. Gesù ci ha liberato dalla pesantezza del ruolo di genitore: non si tratta di trascurare o di amare di meno i nostri figli, ma di amarli rispettando ciò che sono e lasciandoli liberi come Dio, che ci ama, rispetta e lascia liberi noi. Davvero il giogo di Gesù è leggero e soave. Questa riflessione sul Vangelo ci ha aiutato a crescere sia i nostri figli naturali sia i bambini che ci venivano affidati.

Alcuni anni fa, poi accadde un episodio che per noi fu importante. Avevamo deciso di accogliere un bambino di sette anni: abbandonato dalla famiglia, aveva vissuto in istituto e in diverse famiglie affidatarie. Quando giunse da noi cercammo di assicuragli tutto l’affetto e l’educazione di cui aveva bisogno. Un giorno lui si ribellò dicendomi che non ero suo padre e non potevo obbligarlo a fare nulla. ‘Non guardare me, guarda tua moglie, pensa a lei!’, mi disse. Fu una frase che ci fece riflettere: quel bambino, che era stato tradito dalla famiglia, non voleva le nostre coccole, le nostre continue attenzioni, voleva che io ed Enrica ci coccolassimo a vicenda, ci amassimo in modo visibile perché questo lo confortava, lo rassicurava: se noi due, infatti, ci volevamo bene e andavamo d’accordo non ci saremmo divisi e lui non sarebbe nuovamente finito in un istituto. Quel bambino ci ributtò l’uno nelle braccia dell’altro: capimmo che stavamo rischiando di diventare degli operatori sociali e non un uomo e una donna che si amavano. Il ruolo di genitori perse pesantezza, divenne giogo leggero, per quanto impegnativo. Questo discorso oggi non è facilmente accettato perché nella nostra cultura la famiglia è diventata figlio-centrica ossia tutta concentrata sui figli, e non coppia-centrica. I figli non appartengono ai genitori: nascono, crescono e poi se ne vanno. Quando i nostri, divenuti adulti, ci hanno lasciato, Enrica ed io abbiamo continuato a essere una famiglia”.

Enrica: “Bruno mi ha aiutato molto a comprendere e vivere il ruolo di genitore. Con i miei figli naturali ero istintivamente portata a essere più impositiva, a insistere maggiormente se ritenevo che fosse opportuno si comportassero in un determinato modo. E’ stata una liberazione, per me, capire che sbagliavo quando volevo che facessero ciò che io ritenevo giusto. Del resto, i miei genitori, così come quelli di Bruno, non furono molto contenti quando decidemmo di andare in Ruanda, eppure noi partimmo. Soffrirono, ma non fecero nulla per ostacolarci. Ci accettarono per ciò che eravamo”.

BRUNO VOLPI, nato nel 1937, ed ENRICA,di qualche anno più giovane, dopo il matrimonio sono partiti come missionari laici per il Ruanda, lavorando alla costruzione di un istituto per ragazze. Tornati a Milano con cinque figli, si sono stabiliti con un’altra famiglia e una comunità di gesuiti a Villapizzone. Dieci anni più tardi hanno fondato l’associazione Comunità e Famiglia. La coppia ha promosso anche la nascita della fondazione “I Care ancora onlus”, che riunisce numerose associazioni di volontariato. Oggi i coniugi Volpi vivono a Berzano di Tortona (Alessandria), in una comunità di famiglie da loro fondata

Parole fondamentali, l’esperienza di una famiglia-comunitàultima modifica: 2008-09-22T16:08:55+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento