Lettera ai giovani

di S.E. Mons. EDOARDO MENICHELLI, arcivescovo di Ancona-Osimo

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fonte: http://www.chiesacattolica.it/pls/cci_new/bd_edit_doc.edit_documento_dioc?p_id=919799

Percorrendo e attraversando le vie delle nostre città, sono spesso attratto e incuriosito da alcune scritte che leggo sui muri o sugli striscioni nei cavalcavia: «Fragoletta mia ti amo»… «Un´ora di vita con te mi ha ridato la vita»… «Kikka sei una kikka»… «Con te per sempre»… «Mi manchi da morire».
Leggendo cerco d´immaginarmi un volto, di percepire l´emozione, penso anche alla voglia di dire al mondo quanto si vive dentro.
Altre volte mi soffermo a guardarvi, a leggere dietro il vostro look: siete spesso una splendida leggenda, capace di oltrepassare ogni regola e di abbandonare modi che fino a ieri sembravano intoccabili. Altre volte mi trovo a incrociare i vostri abbracci pubblici, quelle vostre soste intime che per voi diventano pubblicità di un amore e anche anticipata e frettolosa fedeltà d´amore.
Naturalmente ho visto la vostra fatica a scuola, in alcuni preziosi incontri con voi; come ho gioito nel pregare con voi quando vi ho incontrato nelle vostre comunità.
Guardandovi e leggendovi oltre il volto, spesso mi domando: siete felici?
Ma allora cos´è quella strana inquietudine che trapela dagli occhi? Che cos´è la moltiplicata voglia di correre, di vedere, di provare; cos´è quella fatica del silenzio che sempre fuggite e che non amate?
E poi le tante cose che avete, usate e gettate?
Ma so anche del disagio sociale che vivete dal momento che i progetti politici e la prassi economica vi hanno parcheggiato in un tempo che non dice il futuro.
E ancora quella serie infinita d´esperienze con le quali vi fate credito della maturità… e quelle vie telematiche che percorrete come ampie autostrade, ma che non vi consentono di guardarvi e anzi vi invitano ad aprire «il cestino» e a buttarvi dentro tutto ciò che ieri vi faceva ridere e sognare e che oggi non merita nemmeno un debole rimpianto.
Conosco tutte le sperequazioni dell´anima che vi caratterizzano: i grandi slanci di generoso volontariato e la depressione che vi impacchetta e che pensate di sanare con i sogni affittati dalle pillole da sballo.
Alla vostra generazione si addebita una marcata indifferenza sui grandi temi e le grandi disperazioni dell´umanità. Tutto sembra fuori dal vostro interesse. Mi rattrista spesso il vostro giocare con la vita, credendola come gustosa proprietà e come egoistico uso.
Come mi preoccupa il diffuso sistema culturale che vi fa vivere non «contro» ma «senza Dio», nell´antica tentazione di pensare che il sopranaturale non serva nella costruzione della complessa identità umana.
E ora mi siedo accanto a voi e tra voi, immaginando di raggiungervi in una sosta della vostra vita e dirvi quanto preziosi siete e quanto più amore meritate.
Vorrei difendervi dalle accuse e dalla distanza con cui la società vi legge: voi non siete mai un problema né una malattia; piuttosto siete una bellezza e una speranza.
Vorrei anche motivarvi per costruire insieme non solo un dialogo, ma soprattutto un cammino tra uomini e donne che portano nel cuore una speranza, e vincere così solitudine e amarezza.
In questo progetto di dialogo e cammino mi piace pensare di essere per voi amico e padre, quasi ad accogliere il bisogno di confidenza e la richiesta di avere chiaro ciò che nella e della vita non è negoziabile.
E come amico e padre vi affido alcuni pensieri, una specie di guida, un manuale confidenziale che da una parte vi aiuti a uscire dal logoramento che genera disistima, e dall´altra vi spinga al coraggio e alla fedeltà.
Difendere la «marca»
Sapete tutti che siamo nel tempo dell´immagine che incanta e anestetizza e che sempre più induce a vivere di emozioni superficiali e consumabili, fino al convincimento che quanto in voi è vero, buono e bello e beato non possa essere coltivato perché comporterebbe fatica e contrasti.
L´espressione «difendere la marca » è un invito a custodire la misteriosa ricchezza di speranza, di verità e di libertà che vi distingue.
Abbandonate la corruzione della verità che i vari reality vi servono, occultando i disvalori che propugnano con l´effimero di un´apparizione televisiva e con l´illusione di un futuro assicurato da un pacchetto di euro.
Mi piace ricordarvi una frase di Gesù: «voi valete di più» (cf. Mt 10,31).
Non sperperate la dote che Dio ha seminato in ognuno di voi.
Prendersi cura dell´anima
Ovvero non passate il tempo tra palestre e cure artificiali.
A volte capita che il motore della moto s´ingolfi e non parta… Allora c´è la terapia dello «spurgo».
L´immagine del motore ingolfato mi è utile per farvi pensare all´anima.
Mi spiego: tutti vi dicono di fare tutto per il corpo tanto da ingolfarvi.
Gli affari del corpo sono diventati un piacere stressato e stressante.
E l´anima aspetta.
E avviene che una persona si senta come spaccata in due e si finisca con il dire: «sono stanco!».
La monotonia delle cose si fa mortificante delusione.
Va assunta una concezione più entusiasta, più vera, più coraggiosa osando nella fede, nella speranza, nell´amore.
Fu chiesto a Gesù: «Che cosa devo fare (…) per ottenere la vita eterna?».
La risposta sconcertante e non accolta fu: «Va´, vendi quello che possiedi (…);
poi vieni e seguimi» (Mt 19,16.21).
La tristezza riempì la vita di quel tale: non succeda anche a voi di essere tristi, perché ciò significa che vi state ammalando l´anima di cose.
Abbiate cura dell´anima coltivando quella sapienza che vi fa discernere ciò che è buono e giusto e camminare lieti nei sentieri del tempo.
Aspettarsi Dio
Ogni generazione ha la sua discussione con Dio; spesso la discussione si fa contestazione, negazione, uccisione di Dio.
Nei decenni passati si parlava della morte di Dio; oggi più sbrigativamente si dice: «Dio non serve».
Dio non c´è non perché non c´è; non c´è perché non serve: questa è la strana filosofia dei giorni che viviamo.
Siamo entrati nella desolante storia nella quale l´uomo sperimenta una mortificante solitudine e una sregolatezza etica.
La progettata inutilità di Dio partorisce una babele interiore che deprezza l´identità della persona.
Vi chiedo, cari giovani, di permettere a Dio di stare nella vostra vita.
Non abbiate paura di Dio che in Cristo crocifisso e risorto ha svelato la sua immensurabile voglia di abitare con i suoi figli.
Cercate di piacere a Dio e sarete felici. A questo riguardo, con tenerezza e fermezza, indico a ognuno di voi una regola–sfida: prima o poi, nella tua vita «aspettati Dio» che ha qualcosa da dire e da chiedere.
Non «fare l´amore» ma «dare amore»
Voglio essere chiaro: mi turba un´espressione che la cultura massimalista ripete: «Ho fatto sesso… ho fatto l´amore con…». All´improvviso la vita mi sembra un´officina; la persona è un aggiustatore meccanico; l´amore una roba da robot.
Partecipando tutti dei doni di Dio («fatti a sua immagine e somiglianza ») siamo chiamati a riconoscere questi doni e a esercitarli nel senso loro proprio.
L´amore non è un esercizio fisico, una sorta di ginnastica muscolare; è dono di sé. Celebrare l´amore è viverne pienamente il mistero e incarnarne le qualità più intime: la totalità del dono di sé, la solenne perennità che si traduce con «ti amo», la bellezza della fecondità per la quale il dono reciproco si fa vita.
Non cedete all´imbroglio nascosto nella superficiale equazione «sesso uguale amore».
Impegnatevi piuttosto, attraverso un rigore etico, nel costruire la vostra identità personale armonizzando i vostri sensi, correggendone gli egoismi, al fine di prepararvi a celebrare l´amore dentro la vocazione alla quale Dio vi chiama e in particolare a servire la vita in una sapiente risposta al progetto del Creatore.
Dire «sì» alla pace
Tra conflitto e pace: cosa scegliere?
Non vi sembri superflua la domanda: l´ho posta per aiutarvi a fare una lettura della pace che vada oltre la dimensione politica e la semplice ed emotiva aspirazione alla pace.
È facile dire «no» al conflitto; non è così ovvio dire «sì» alla pace.
La pace di cui parliamo è quella che ha radici nel cuore e nel metodo di Dio, per il quale essa non è solo assenza di conflitto (sarebbe la pace… dei morti!), piuttosto è frutto dell´opera della giustizia congiunta all´opera della misericordia.
Per capire la pace e realizzarla come compito, è necessario mettersi davanti al trono regale di Cristo: la croce.
La croce è il segno, il fatto della pace. Lì Cristo si fa pace, assumendo «il perdere» come gesto di pace.
Egli, Dio, il Giusto, si fa perdente, misericordioso e abbatte ogni divisione e scrive sul suo corpo immolato l´alleanza di pace tra Dio e l´umanità, inchiodando l´iniquità.
Cari giovani, da allora, dal giorno del Crocifisso, la pace è in cerca di alleati disposti a «perdersi e perdere » per essa.
Erasmo da Rotterdam ha scritto il libro Lamento della pace, scacciata da ogni parte.
La pace è una sposa esigente e ama solo chi è disposto a pagare perché essa sia benedizione per tutti.
La pace chiede a voi giovani di servirla e custodirla, di purificare la società dalle vane supremazie, dalle ottuse pretese egemoniche. La storia di questi nostri giorni sembra allenata dire «parole rovesciate»: per portare la pace, facciamo la guerra; per giustificare la guerra la definiamo «giusta»; per coinvolgere Dio nei nostri affari inventiamo «la guerra santa». Di più, gli egemoni chiedono ad altri di eliminare le armi di distruzione di massa mentre essi le custodiscono e le ammassano in varie parti del mondo.
All´iroso Pietro, Gesù, già prigioniero, dice di rimettere la spada nel fodero! Ecco lo scandalo della mitezza, terapia esigente per essere e vivere nella concordia come fratelli.
Fare della vita qualcosa che vale
Quanto costa la vita? La domanda non vi spaventi, è provocatoria!
Essa vuole farvi gustare nuovamente la bellezza, la meraviglia, lo stupore che la vita porta con sé.
V´invito a contemplare la vita, questo mistero che ci è stato donato e che è la nostra vera ricchezza. V´invito ad adorare il mistero della vita, questo miracolo che si rinnova sotto i nostri occhi e che rallegra il mondo rendendolo adorno di volti. Il mondo, una casa di volti.
Vi chiedo questo perché vi facciate sentinelle vigilanti a difesa della vita.
Molti sono coloro che vogliono impossessarsi di essa, manipolarla, usarla, violentarla, deturparla, ucciderla.
Molti sono coloro che v´invitano a celebrarla come godimento facendovi cercare la gioia nei «paradisi artificiali » che finiscono per essere gabbia di morte.
Molti sono coloro che v´inducono a pensarla come superficiale vagabondare nella successione dei giorni; altri la pensano come «cosa propria» e la «gestiscono» al di fuori dell´etica e della responsabilità.
Mi piace affidarvi un pensiero di Raoul Follereau, che ha dato la vita a favore dei malati di lebbra: «Applaudite o denunciate, ammirate o indignatevi, ma non siate neutrali, indifferenti, passivi, rassegnati. Fate della vostra vita qualcosa che vale».
La vera meraviglia è la vita!
Amatela sempre.
Mi congedo da voi affidandovi a Dio Padre buono e misericordioso, chiedendo a lui che vi doni la «sapienza del cuore», quale criterio per stare con gioia nel tempo e per non cedere alla seduzione dei vani ragionamenti dei quali la nostra cultura si vanta.

Lettera ai giovaniultima modifica: 2008-09-23T13:22:03+02:00da borgosotto
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