Amato: la verità su Gesù il nostro dono al mondo

fonte: www.avvenire.it (28.9.08)

Che cosa significa chiamare «Signore» il Nazareno? Il prefetto della Congregazione delle cause dei santi: la sfida della cristologia
 Pubblichiamo ampi stralci della rela­zione dal titolo «Gesù il Signore» tenu­ta dall’arcivescovo Angelo Amato, pre­fetto della Congregazione delle cause dei santi, già segretario della Congre­gazione per la dottrina della fede, al convegno della diocesi di Cassano al­l’Jonio sul tema «Il volto di Cristo: ve­rità, via, vita». Il testo integrale è di­sponibile all’indirizzo Internet
 

 1. «Per il nostro Signore Gesù Cristo…»
 L’identità di Gesù è professata aperta­mente nelle conclusioni della pre­ghiera liturgica: «Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo figlio, che è Dio…». La celebrazione liturgica della fede trini­taria riafferma la signoria di Cristo, sul­l’umanità, sulla storia, sul cosmo. Ge­sù è il Signore. Egli è l’essenza del cri­stianesimo. Non si tratta di una no­vità, né di una tradizione sorpassata. È semplicemente l’espressione eter­na della fede ecclesiale in Gesù, il Si­gnore. Forse è utile dare uno sguardo fugace al contenuto biblico del termi­ne «Signore», che non è, come nel no­stro linguaggio ordinario, una sem­plice indicazione di gentilezza – «Si­gnor Presidente» o «Signor Rossi» – ma implica, invece, una indicazione pre­cisa dello statuto umano-divino di Ge­sù
Cristo. (…) L’apostolo Paolo fa riferimento all’au­torità delle parole di Gesù per risolve­re definitivamente alcune questioni sorte nella comunità dei fedeli di Co­rinto: «Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito…» ( 1Cor 7,10). Ancora Pao­lo ricorda la tradizione concernente l’eucaristia, istituita dal Signore Gesù: «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmes­so: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane …» ( 1Cor 11,23).
 2. «Ogni lingua proclami che Gesù è il Signore»
 
 
Importantissima è la formula liturgi­ca prepaolina «Signore Gesù Cristo –  Κύριος ’Ιησοϋς Xριστός » ( Fil 2,11). Si tratta verosimilmente della confes­sione di fede più antica della Chiesa, che in tal modo celebra e supplica il Si­gnore risorto, sottomettendosi a lui. È una invocazione che rivela una cri­stologia completa, tanto più stupefa­cente quanto più si consideri il fatto che, essendo una invocazione liturgi­ca prepaolina, essa è presente po­chissimi anni dopo la risurrezione di Gesù. Rileggiamola così come ce la tramanda san Paolo, che, indirizzan­dosi ai cristiani di Filippi nella Mace­donia greca, li esorta ad avere gli stes­si sentimenti di umiltà che furono in Cristo Gesù: «il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un te­soro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo si­mile agli uomini; apparso in forma u­mana, umiliò se stesso facendosi ob­bediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e o­gni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» ( Fil 2,6-11).
  Si tratta della prima testimonianza e­splicita
della cosiddetta cristologia svi­luppata o a quattro stadi, quella cri­stologia, cioè, che parla apertamente della preesistenza divina del Figlio, della sua incarnazione, della sua pas­sione e morte e, infine, della sua ri­surrezione e glorificazione. Qui, la vi­sione completa della realtà divina e u­mana di Gesù Cristo la si ha, anzi la si celebra liturgicamente, con un lessico inequivocabile, subito dopo la risur­rezione.
 
La confessione cristologica della pri­ma comunità cristiana è quindi chia­ra e completa sin dall’inizio e non è affatto frutto della sua tardiva rifles­sione credente. Pertanto, la cristolo­gia sviluppata di san Giovanni, alla fi­ne del primo secolo, non è altro che u­na tematizzazione articolata – con­dotta secondo il genere biografico «vangelo» – dell’inno liturgico pre­paolino.
  Insomma, l’affermazione «ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (
Fil 2,11) è la pri­ma e piena professione di fede cristo­logica della comunità cristiana. L’in­vocazione «Gesù Signore» esprime l’i­dentità cristiana nel suo nucleo più intimo ed essenziale, è il suo Dna.
  Gesù è il Signore, un nome che è al di sopra di ogni altro nome (
Fil 2,9). Egli è il Signore dei vivi e dei morti ( Rm 14,9). È il principe dei re della terra ( Ap 1,5). Egli è il Signore dei signori e il Re dei re ( Ap 17,14; 19,16).
  Gesù, cioè, riceve gli stessi titoli di Dio, «beato e unico Sovrano, il Re dei re­gnanti e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile; che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere» (
1Tm 6,15- 16). La confessione dell’a­postolo Tommaso nel quarto Vangelo – «mio Signore e mio Dio» ( Gv 20,28) – continuò a risuonare completa e chiara anche sulla bocca e nei cuori dei fedeli della prima ora.
  L’apostolo Paolo è solito cominciare e terminare le sue lettere con il richia­mo al Signore Gesù Cristo. Si veda, ad esempio, il saluto iniziale della lettera ai Romani e delle due lettere ai Corin­zi: «Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo» (
Rom 1,7; 1Cor 1,3; 2Cor 1,2). Il richiamo al Signore Gesù Cristo si ha anche negli incipit delle lettere ai Galati ( Gal 1,3), ai Filippesi ( Fil 1,2), ai Tessalonicesi ( 1Ts 1,1; 2Ts 1,1- 2), a Timoteo ( 1Tm 1,1; 2Tm 1,1) a Filemone ( Fm 3).
  Nella se­conda lettera ai Tessalonicesi l’apo­stolo lo ripete con insistenza nei pri­mi due versetti: «Paolo, Silvano e Ti­moteo alla chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre nostro e nel Signore Ge­sù Cristo: grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo» (
2Ts 1-1). Lo stesso si dica per i saluti fina­li: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con voi» ( 1Ts 5,28).
  I primi cristiani proclamavano aper­tamente la fede nel Signore Gesù Cri­sto, il quale ha autorità sulla Chiesa, la fa crescere e conferisce autorità ai suoi pastori (cf.
1Ts 3,22s; 2Cor 10,8; 13,10). Egli è il Signore che dono la pace, la mi­sericordia, l’intelligenza delle cose ( 2Ts 3,16; 2Tm 2,7.16).
 3. «Nel Signore»

 Inoltre, la formula paolina «nel Signo­re » equivale a «nel Signore Gesù Cri­sto ». È in lui che il cristiano vive, cam­mina, lavora, serve, muore, viene sal­vato. La vita cristiana è sostenuta dal­l’ancoraggio al Signore Gesù Cristo, al­la sua presenza e alla sua opera salvi­fica. E la parusia, il giorno del Signore (
1Cor 1,8; 5,5…), non sarà altro che l’incontro col Signore Gesù, giudice e salvatore ( 2Ts 1,9; 2,8; Fil 3,20): «Il Si­gnore stesso, a un ordine, alla voce del­l’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima ri­sorgeranno i morti in Cristo; quindi, noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti in­sieme con loro tra le nuvole, per an­dare incontro al Signore nell’aria, e co­sì saremo sempre con il Signore» ( 1Ts 4,16-17).
  Il titolo «Signore», attribuito a Gesù, indica in modo chiaro la sua divinità, che è quindi dato scritturistico fonta­le e non frutto di decisioni conciliari tardive. È Gesù il Signore, il Figlio di­vino del Padre celeste, il Verbo incar­nato per la salvezza dell’umanità. È lui la parola definitiva del Padre, il mae­stro unico, il rivelatore universale.
 
A ragione Romano Guardini poteva affermare: «In ogni parola, in ogni at­to e in tutto l’atteggiamento del Cristo noi avvertiamo che Egli è il Signore. In lui il Dio libero dal mondo parla del mondo. Nell’incontro con Lui si svela la vera essenza del mondo; davanti a lui il bene e il male si manifestano». (R. Guardini, La visione cattolica del mondo, Morcelliana, Brescia 1994, p.31) (…)
 4. «Ma io vi dico…»

 Nel corso dei secoli è stata questa la pietra d’inciampo per tanti che, pur riconoscendo in Gesù il vertice di una umanità pienamente realizzata, non ne hanno accolto la divinità. Dai suoi contemporanei fino agli ariani e ai dei­sti di tutti i tempi si eleva continua­mente a Gesù il riconoscimento della sua esemplarità umana, ma gli si ne­ga la realtà divina. Anche l’ebraismo e l’islam si muovono in questa inter­pretazione umanistica di Gesù. (…) Qui è il nocciolo del conflitto
[ con l’e­laborazione ebraica anche attuale]: «Gesù – commenta il Papa Benedetto XVI – intende se stesso come la Torah – la parola di Dio in persona. Il gran­dioso Prologo del Vangelo di Giovan­ni ‘In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio’ – non dice niente di diverso da quanto af­ferma il Gesù del Discorso della mon­tagna e il Gesù dei Vangeli sinottici. Il Gesù del quarto Vangelo e il Gesù dei sinottici è la stessa identica persona: il vero Gesù ‘storico’». ( J.Ratzinger­Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Riz­zoli, Milano 2007, p.137-138)
 5. Il dibattito sul Signore Gesù

 La Chiesa nella sua lunga storia è sta­ta sorretta proprio da questa fede in­crollabile nella divinità di Gesù il Si­gnore e dalla corrispondente volontà di celebrarla nella preghiera e di di­fenderla dai tanti cattivi maestri.
  I primi sette concili ecumenici hanno riaffermato con autorità la divinità di Gesù (Nicea I), la completezza della sua umanità (Costantinopoli I), l’unità del soggetto in Cristo (Efeso) pur nel­la distinzione delle sue due nature (Calcedonia e Costantinopoli II), la vo­lontà umana di Cristo distinta dalla volontà divina (Costantinopoli III), il realismo dell’incarnazione del Verbo (Efeso II) (Cf. A. Amato,
Gesù il Signo­re,
  Edb, Bologna 2003). Sono pronun­ciamenti dogmatici che riaffermano il dato biblico, esplicitandolo contro le interpretazioni spurie degli eretici. I concili non hanno inventato la divi­nità di Gesù, ma l’hanno proclamata in modo autorevole sulla base della ri­velazione
divina: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Ver­bo era Dio» ( Gv 1,1). Gli ariani, i nestoriani, i monofisiti, i monoteliti, gli illuministi e i razionali­sti di ieri e di oggi non hanno mai scal­fito la fede solida della Chiesa nel Cri­sto, suo Signore e Maestro: «Gesù Cri­sto è lo stesso, ieri oggi e nei secoli» ( Eb 13,8).
  Al termine della sua monumentale o­pera
 Il Signore, Romano Guardini si pone la domanda se il vero Cristo sia il Gesù della storia,
  ricuperato me­diante una criteriologia razionalistica che ritiene possibile solo ciò che è pos­sibile a partire dall’uomo e che vede nell’evento Cristo solo un nucleo sto­rico, appesantito da leggende aggiun­te in modo avventizio e ideologico, o non sia, invece, il
Cristo della fede,
 che non avrebbe niente a che fare con la realtà storica, ma apparterrebbe alla coscienza religiosa, all’ordine del sim­bolo, del culto e dell’interpretazione della vita. La conclusione del teologo italo-tedesco è il rifiuto di entrambe le prospettive: «La fede cristiana rifiuta il Cristo di
questa fede, così come il Ge­sù di questa storia. Il Gesù Cristo reale è quello della fede reale. Non ne esiste alcun altro. La fede è ordinata al Gesù Cristo reale, come l’occhio al colore e l’orecchio al suono» (R. Guardini, Il Si­gnore, Morcelliana Vita e Pensiero, Bre­scia Milano 2005, p. 719).
  Questo richiamo al Cristo reale è quanto mai opportuno in questi tem­pi in cui non mancano sedicenti e­sperti, che, come patetici dilettanti al­lo sbaraglio – e quindi molto lontani dall’impostazione culturale del Celso avversario di Origene –, si fanno ripe­titori degli arruginiti stereotipi della
 Leben Jesu Forschung illuministica, che, con il pretesto di raggiungere il vero Gesù storico, danno luogo a ca­ricature cristologiche, che hanno co­me comune denominatore la nega­zione della presenza di Dio nella sto­ria, il rifiuto delle redenzione univer­sale operata da Gesù e il rigetto della Chiesa, comunità fondata dal Signo­re Gesù, come sacramento universa­le di salvezza. Ma soprattutto partono da un pre­supposto ideologico, oggi scientifica­mente insostenibile, e, cioè, che i van­geli rifletterebbero la vita e la fede del­la chiesa postpasquale, che non a­vrebbe avuto alcun interesse nei con­fronti della storia di Gesù di Nazaret. (…) Il genere letterario Vangelo, infat­ti, corrisponde in pieno al genere let­terario Biografia, per cui la Chiesa ha «documentato» – non «inventato» o «trasfigurato» – lo straordinario even­to di Gesù di Nazaret, personaggio sto­rico inequivocabile, che ha dato tutti gli indizi utili per la sua riconoscibilità divina, non ultima la sua risurrezione.
 6. Un certo smarrimento teologico

 Purtroppo, ancora oggi la vulgata ac­cademica ripete in modo ostinato il vecchio pregiudizio, superato anche dalle ricerche archeologiche e papi­rologiche. Questo pregiudizio ha da­to luogo a elaborazioni cristologiche cosiddette «cattoliche» gravemente deficitarie. Nel dialogo con la cultura contemporanea, non sempre la cri­stologia cattolica ha rispettato la com­pletezza del dato biblico. Nel dialogo interreligioso, ad esempio, non rare volte si tende a minimizzare la figura di Gesù e a negare l’universalità del suo mistero salvifico. (…) Anche il dialogo culturale, che emer­ge da una teologia fortemente inte­ressata al risvolto umano della salvez­za in Cristo, non può trascurare o ne­gare la verità sul Signore Gesù, dal qua­le sgorga la forza per soccorrere i po­veri, per liberarli dai cerchi della schia­vitù e della miseria, per aprirli alla gioia di una esistenza umana e cristiana li­berata.
 
(…) Ora, senza il riconoscimento pieno del Signore Gesù, vero Dio e vero uomo, il cristianesimo si ridurrebbe a mera ideologia, caduca e inefficace come tutte le altre. Solo professando la fede biblica ed ecclesiale nel Signore Gesù, l’umanità può essere salvata ed ele­vata alla figliolanza divina che le dà la sua più alta dignità.
  Se si obbedisce a una sana metodolo­gia teologica, ogni cristologia deve at­tingere alla divina rivelazione la pro­pria proposta di fede, motivandola e comunicandola in dialogo con la cul­tura contemporanea. E la finalità irri­nunciabile di ogni proposta cristolo­gica non può non essere che un ap­pello salvifico alla conoscenza del Si­gnore, alla perseveranza nella sua se­quela e a una conversione continua: «Convertitevi e credete al Vangelo» (
Mc 1,15).
  Anche oggi, come ieri e come doma­ni, l’annuncio umile e schietto del Van­gelo accende nell’animo umano quel­la scintilla di luce, che li apre all’acco­glienza del Signore Gesù. Jean-Clau­de Guillebaud, per vent’anni giorna­lista del quotidiano
Le Monde e poi di­rettore della casa editrice Seuil, ha ap­pena pubblicato un libro sulla sua ri­conversione al Cristianesimo. All’ini­zio ha riportato il famoso richiamo che Albert Camus, da non credente, rivol­geva nel 1948 ai Domenicani del con­vento parigino del boulevard La Tour­Maubourg. Senza alcuna acrimonia, li rimproverava di non esprimersi più con voce alta e comprensibile sul lo­ro credo. Si riferiva alla timidezza dei cristiani del dopoguerra di fronte al terrorismo staliniano. Ecco le parole del letterato francese: «Quello che il mondo attende dai cristiani è che par­lino con voce alta e limpida, che por­tino la loro condanna in modo tale che nessun dubbio, mai, possa nascere nel cuore dell’uomo, neanche del più semplice. E che escano dall’astrazio­ne e si pongano di fronte alla figura in­sanguinata che è entrata nella storia odierna». ( J.-C. Guillebaud, Come so­no ridiventato cristiano, Lindau, Tori­no 2008, p. 5). I cristiani non possono rinchiudere il Vangelo nei sotterranei, non possono dormire sul tesoro più ricco della sto­ria, non possono arrendersi di fronte all’aggressività chiassosa di una cul­tura anticristiana cinica e menzogne­ra. Il Vangelo ha ancora oggi un ineli­minabile valore fondativo. La tradi­zione cristiana non è un arcaismo re­siduo, anche se rispettabile, e ha an­che molto da dire. Occorre riannun­ciare ad alta voce il Signore Gesù, co­me via, verità e vita.
  arcivescovo Angelo Amato prefetto della Congregazione delle cause dei santi

Amato: la verità su Gesù il nostro dono al mondoultima modifica: 2008-09-29T11:09:00+02:00da borgosotto
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