Meditazione sulla morte (C.M.Martini)

fonte: www.avvenire.it (28.9.08)

di Carlo Maria Martini

<>L’arcivescovo emerito di Milano rilegge un famoso testo di un suo illustre predecessore sulla cattedra ambrosiana, Giovanni Battista Montini.
  Una riflessione che assume anche un carattere di vissuto personale, sul limitare della vita, il dolore del passaggio per la porta stretta finale, l’incontro con Dio
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Il confronto con la morte che sta davanti a ogni uomo è onesto, sincero e perfino drammatico nel Pensiero alla morte di Paolo VI. Non si tratta di un monologo soggettivo. Esso è scritto in dialogo costante con Dio. In tale dialogo Paolo VI rivela tanti angoli riposti della sua anima e soprattutto il suo sguardo universale che corre al di là dei tempi e degli spazi della terra, verso l’eternità. Insieme rivela il suo immenso amore per la vita, la sua gratitudine, il suo desiderio di conoscere sempre di più questo mondo.
  Due sono i temi particolarmente ricorrenti: quello dell’ora che viene e quello della luce. «L’ora viene. Da qualche tempo ne ho il presentimento. Più che la stanchezza fisica, pronta a cedere ad ogni momento, il dramma delle mie responsabilità sembra suggerire come soluzione provvidenziale il mio esodo da questo mondo».
  Paolo VI parte dall’inevitabilità e anche dalla ‘opportunità’ della chiusura della sua esperienza terrena, citando tre testi biblici, due neotestamentari (2 Tim 4,6 e 2 P 1,14) e un testo dell’Antico Testamento (in cui è da leggere Ez 7,2 invece di 2,7). Sono testi che parlano della fine imminente, del tempo di sciogliere le vele, di lasciare questa tenda. Gli altri testi biblici citati da lui non sono molti. Uno è riferito appunto al tema della luce: «ambulate dum lucem habetis» ( Gv 12,35). Un altro passo citato specifica come ci giunga questa luce: è il brano di Giovanni nel quale Gesù appare come l’esegeta del Padre: «Proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Il Papa esprime un suo desiderio profondo: «Mi piacerebbe, terminando, d’essere nella luce». La luce gli è apparsa sopratutto in quello che chiama «l’avvenimento fra tutti più grande», cioè «l’incontro con Cristo». Ed esclama: «Tutto qui sarebbe da rimeditare, con la chiarezza rivelatrice, che la lampada della morte dà a tale incontro».
  Un’altra importante citazione viene da san Paolo (1 Cor 1,27.28). È un testo che permette una sincera effusione di spirito che dà voce alla grande umiltà di Montini, che si domanda quasi incredulo: «perché hai chiamato me, perché mi hai scelto?
  Così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore?» E la risposta gli è data appunto da Paolo: Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole… perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.
  Ancora una volta l’autore si richiama a Giovanni (21,18ss) per accennare al destino di Pietro: «Questo disse [Gesù a Pietro] per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: ‘Seguimi’». E Montini parafrasa: «Ti seguo: ed avverto che io non posso uscire nascostamente dalla scena di questo mondo; mille fili mi legano alla famiglia umana, mille alla comunità, ch’è la Chiesa».
 

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eguono alcune tra le affermazioni più commoventi del documento che ci dicono come egli sentisse un amore fortissimo per la Chiesa e avesse quasi il pudore di dichiararlo apertamente. Così si esprime: «Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare». Ed è qui che l’autore richiama il capitolo XVII del vangelo di Giovanni, quello in cui il discorso di Gesù ai suoi nell’ultima Cena assume il carattere di una solenne preghiera conclusiva.
  Come per Gv 17, così anche per le ultime pagine di questo testo montiniano si può dire che si tratta di qualcosa di formidabile. Chi dice queste parole sta guardando alle realtà ultime con un coraggio che commuove e lascia senza fiato. Montini vorrebbe abbracciare il mistero della Chiesa nella sua totalità: «Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e
nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità».
  Qui la capacità di Montini di moltiplicare gli aggettivi e i sostantivi attraverso il gioco dei sinonimi e dei contrari si esprime in tutta la sua potenza e prelude alle accorate esortazioni finali: «E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te: abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità, e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo».
  Al termine di questa rilettura del testo di Montini, mentre rimaniamo pieni di ammirazione per il suo pensiero sincero e alto, non possiamo non istituire qualche paragone con la situazione di noi che lo leggiamo oggi, in particolare con la mia situazione di Arcivescovo emerito e ottantunenne.
  È vero che il peso del governo di una Chiesa locale, pur se grande, non può
paragonarsi a quello portato da Paolo VI nella sua qualifica di Sommo Pontefice.
  Pur tuttavia la lettura di questo testo suggerisce similitudini e differenze che vale la pena di recensire.
  Paolo VI scrisse queste pagine alcuni anni prima della sua morte, mentre si trovava ancora fortemente impegnato nel molteplice servizio della Chiesa. Io vi rifletto su queste cose con la tranquillità di chi non ha più impegni ufficiali e può prepararsi alla morte. Ringrazio Dio di avermi dato, dopo gli anni impegnati al servizio della Chiesa di Milano, un tempo relativamente lungo (ormai quasi sei anni) per pensare all’anima mia.
  Di fatto mi trovo più vicino alla morte di quanto non si trovasse Montini quando scrisse queste pagine. Sono davanti alla prospettiva di una chiusura prossima dell’esistenza e quindi mi pare di sentire in maniera ancora più forte tutta la grandezza e l’oscurità di quel momento.
  In questa luce mi pare di notare che Montini ha avuto una maggiore intuizione della bellezza del mondo. Perciò può
rammaricarsi di non averlo conosciuto abbastanza e di non averlo studiato a fondo. Io non sento tali rammarichi. Sì questo mondo è bello, ma ci sono anche tante bruttezze e brutture e perciò non mi appare tanto straordinario è attraente.
  Quello che mi appare straordinario è il fatto che questo mondo sia stato creato e amato da Dio e sia stato creato in Cristo.
  Paolo VI riconosce che l’avvenimento più grande è stato per lui l’incontro con Cristo. Sento anch’io profondamente l’importanza di tale incontro, ma sono portato ogni giorno di più a vedere la creazione come immersa nel grande movimento che va verso il Cristo totale.
  Mi percepisco parte di questo movimento e vedo che in esso il mio incontro con Cristo è solo un piccolo aspetto di questo formidabile dinamismo che abbraccia tutto l’universo.
  Particolare impressione mi fanno le parole riguardanti la sua povertà: «così inetto, così renitente, così povero di mente e di cuore» e la sua esaltazione di Dio misericordioso e potente. Se guardo al passato, riconosco che anch’io devo moltissima gratitudine a Dio. Dio mi ha beneficato
ultra quam speraverim. Non immaginavo minimamente di potere avere alcuna capacità di contatto con gli altri né di saper assumere importanti responsabilità o divenire addirittura per alcuni punto di riferimento. Mi sentivo povero, intellettualmente molto modesto.
  Il Signore invece nella sua bontà ha voluto prendere questa modestia e valorizzarla. Perciò riconosco la bontà del Signore e di tutti coloro che mi sono venuti incontro e mi hanno aiutato e anche valorizzato. Si può dire che in qualche modo da ragazzo io avevo paura della vita. Ero timido, molto chiuso. Poi la vita si è rivelata diversa. Le strade si sono aperte, molti mi hanno aiutato. Perciò ora non percepisco rimorsi, ma sento riconoscenza grandissima per tanti eventi che sono successi nella mia vita e che mai avrei immaginato.
 

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i impressiona la qualità della sua fede, tranquilla e abbandonata a Dio. Mi sento in questo senso assai carente. Io, per esempio, mi sono più volte lamentato col Signore perché morendo non ha tolto a noi la necessità di morire.
  Sarebbe stato così bello poter dire: Gesù ha affrontato la morte anche al nostro posto e morto potremmo andare in Paradiso per un sentiero fiorito. Invece Dio ha voluto che passassimo per questo duro calle che è la morte ed entrassimo nella oscurità, che fa sempre un po’ paura. Mi sono rappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle ‘uscite di sicurezza’. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Questa fiducia traspare da tutto il testo di Montini.
  Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero, che richiede da parte nostra un affidamento totale. Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani. La grande fede di Montini gli permetteva di perdersi in Dio con l’animo di un fanciullo. Ispirati dal suo esempio desideriamo anche noi godere di quella pace interiore che vince ogni ansietà e si affida a Dio con tutto il cuore.

Meditazione sulla morte (C.M.Martini)ultima modifica: 2008-09-29T11:04:37+02:00da borgosotto
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