Nel segno della croce di G.Ravasi

di Gianfranco Ravasi

in “Il Sole 24 Ore” del 28 settembre 2008

Una monumentale opera in tre volumi illustra gli influssi teologici, artistici e letterari del simbolo

«È là, muto e silenzioso. C’è stato sempre. È il segno del dolore umano, della solitudine della morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo». Così nel 1988 sull’«Unità» la scrittrice Natalia Ginzburg reagiva a uno dei vari tentativi di schiodare la croce dai luoghi pubblici e il titolo di quell’articolo era lapidario: «Non togliete quel crocifisso!».

Certo, la croce è un segno storico, legato a una religione. Ne conosciamo la vicenda narrata nei Vangeli e sappiamo che la crocifissione, il servile supplicium, ossia l’esecuzione capitale destinata agli schiavi e ai ribelli, come la definivano i romani, era «una sofferenza intollerabile, la più penosa delle morti», per stare alle parole di un testimone di tante crocifissioni che già prima dell’occupazione romana venivano praticate in Palestina, lo storico ebreo Giuseppe Flavio nella sua opera La guerra giudaica (7, 202-203).È però fondamentale un’unica crocifissione. Su uno sperone roccioso di pochi metri, denominato in aramaico Golgota, divenuto in latino Calvario, ossia “cranio”, prominenza rupestre ormai inglobata nella basilica crociata del S. Sepolcro, in un giorno di primavera di un anno tra il 30 e il 33, Gesù di Nazaret aveva chiuso su una croce la sua esistenza terrena, dopo aver pronunziato sette frasi, divenute una reliquia letteraria evangelica ma anche un’ideale base per molteplici partiture musicali (chi non ricorda le stupende Sette parole di Cristo in croce di Haydn?). Quel “forte grido” che segnava una fine tragica era in realtà un inizio assoluto, come scriveva l’autore greco del romanzo L’ultima tentazione di Cristo (1952), Nikos Kazantzakis: «Levò un grido: Tutto è compiuto! Ma è come se dicesse: Tutto comincia!».

Il crocifisso è, così, diventato un segno universale, scandaloso ma imprescindibile, come già osservava Paolo scrivendo ai Corinzi: «I giudei cercano i segni, i greci la sapienza. Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani» (I, 1, 22-23). Un segno di contraddizione, quindi, ma un punto di riferimento capitale per la cultura non solo occidentale.

Basterebbe solo percorrere la storia dell’arte per rimanerne convinti, giungendo fino al «Cristo giallo» di Gauguin o alle «Crocifissioni provocatorie» di Dalì o Guttuso. Oppure basterebbe sfogliare il Dizionario di Salvatore Battaglia, per scoprire alla voce «croce» ben 40 suddivisioni in tipologie, simboli, locuzioni (ne elenca almeno 24 diverse che hanno alla base questa parola nella sua accezione “cristiana”), sempre documentate da infinite attestazioni letterarie, a partire da Jacopone da Todi o Dante per approdare a Papini e agli scrittori contemporanei.Ora, è da poco apparso nella magnificenza di tre volumi che totalizzano quasi 1300 pagine un grandioso percorso storico, letterario, artistico, spirituale sull’iconografia e l’interpretazione della croce, a partire dalle sue origini cristiane, fino ad approdare alle soglie del XVI secolo. A fare da guida è un’autorità come Boris Ulianich della Federico II di Napoli che apre la sequenza dei 55 saggi come una significativa riflessione di indole generale sull’«unità del mistero salvifico» che è sotteso a questo emblema capitale della fede e della civiltà occidentale. Non possiamo ovviamente neppure elencare i temi teologici, gli itinerari esegetici e iconografici, le documentazioni testuali che danno sostanza a questo spettro analitico e critico dalle infinite iridescenze: ci si interessa persino di numismatica, si migra fino in Armenia alla ricerca dei

Xac’k’ars tipici di quella cultura e si scende in Etiopia, senza dimenticare il valore della croce per l’Islam; immenso è il patrimonio cristiano che considera questo simbolo come se fosse in pratica il sistema simbolico dei quattro punti cardinali della nostra stessa identità umana e spirituale (c’è persino un saggio sulla «croce nel diritto canonico»!).

Noi abbiamo voluto, più che ricorrere a una recensione – per altro, come si diceva, impraticabile in queste righe -, proporre una libera considerazione su un segno così imprescindibile, nonostante le esitazioni e le reticenze del “religiosamente corretto” attuale. A livello teologico il realismo tragico della crocifissione è, infatti, una prova decisiva del cuore spirituale del cristianesimo, l’incarnazione: Cristo s’insedia nel terreno stesso della creatura umana, segnata dal limite, dalla finitudine, dal dolore, dalla morte e persino dal silenzio di Dio, divenendo in tal modo veramente “carne” umana, nostro fratello che soffre e muore, come ricorderà anche Ungaretti in una sua celebre poesia. Contro l’antica tentazione gnostica – ereditata dal Corano che sostituirà sulla croce un sosia (Giuda Iscariota o Simone di Cirene o un ebreo) per evitare questa umiliazione al “profeta” Gesù – il cristianesimo autentico ribadisce nel crocifisso questa estrema partecipazione del Figlio di Dio alla nostra realtà mortale.

È per questa via che il credente sente che nella sua caducità è stato deposto un seme di divinità che la Pasqua farà esplodere. Ma è per questa stessa via, proprio come diceva la Ginzburg, che nella croce di Cristo si raggruma tutto il dolore dell’umanità in modo autenticamente “simbolico”, cioè in una sintesi suprema di rappresentazione. Nel romanzo Il segreto di Luca Ignazio Silone illustrava limpidamente il messaggio che il crocifisso riserva a tutte le vittime, agli oppressi, ai giusti e agli infelici. Ecco il suo racconto: «Luca, durante l’interrogatorio, guardava fisso sulla parete, al di sopra del presidente. “Cosa guardate?”, gli gridò il presidente. “Gesù in croce”, gli rispose Luca, “non è permesso?”. “Dovete guardare in faccia chi vi parla”, gridò il presidente. “Scusate”, replicò Luca, “ma anche lui mi parla; perché non lo fate tacere?” ».

E Borges, lo scrittore agnostico argentino, attratto da quella figura crocifissa, ben incarnava l’atteggiamento di tutti coloro che, pur senza una confessione di fede, non possono staccare lo sguardo da quel volto: «La nera barba pende sopra il petto./ Il volto non è il volto dei pittori./ È un volto duro, ebreo./ Non lo vedo/ e insisterò a cercarlo/ fino al giorno/ dei miei ultimi passi sulla terra».

Aa.Vv., «La Croce», a cura di Boris Ulianich, Elio De Rosa editore, Napoli (Via Medina, 5) – Roma (Piazzale Clodio, 14), vol. I, pagg. 376; vol. II, pagg. 460; vol. III, pagg. 446, s.i.p.

Nel segno della croce di G.Ravasiultima modifica: 2008-09-29T11:25:39+02:00da borgosotto
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