La parola del Darwin cattolico

di Vito Mancuso

in “Il Foglio” del 28 settembre 2008

Il Pontificio Consiglio della Cultura presieduto da monsignor Gianfranco Ravasi si prepara a celebrare l’anniversario darwiniano con un convegno internazionale di alto profilo nel marzo 2009.

Io penso che questa lodevole iniziativa sarà inevitabilmente monca se non farà i conti con il padre gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), “il Darwin cattolico”, ineludibile convitato di pietra della Chiesa cattolica ogni volta che il tema è l’evoluzione. Sul Corriere della Sera del 20 settembre ho pubblicato una lettera aperta a monsignor Ravasi, chiedendogli un gesto di apertura verso la teologia più attenta al dialogo con la scienza e per questo, talora, oggetto di sanzioni punitive da parte delle autorità ecclesiastiche. L’esempio più clamoroso tra quelli a noi più vicini è il gesuita Pierre Teilhard de Chardin, del quale ora desidero offrire una breve presentazione. Nella lunga tradizione che abbiamo alle spalle l’amore per Dio era il più delle volte contrapposto all’amore per il mondo, contrapposizione che ha trovato la più classica espressione nel capolavoro di sant’Agostino, “La città di Dio”, con la teoria dei due amori e delle due città tra loro diversi e contrari: “Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste” (XIV, 28).

Tale dualismo agostiniano ha permeato di sé la spiritualità dell’occidente cristiano. Uno dei libri più influenti, classicamente ritenuto il livre de chevet dei papi, l’Imitazione di Cristo, lo ripresenta in modo emblematico: “Questa è la suprema sapienza: mediante il distacco dal mondo tendere al Regno dei Cieli” (I, 10). Dal distacco al più sanguigno “disprezzo” verso il mondo (contemptus mundi) il passo, molte volte, è stato breve. Se c’è stata una cosa nuova nella spiritualità del ’900, tempo terribile ma anche straordinario, è che il dualismo Dio-mondo è apparso superabile. Il ’900 ha prodotto grandi figure spirituali che hanno fatto dell’amore per Dio e dell’amore per il mondo il medesimo movimento, senza nessuna contrapposizione, senza nessun dualismo. Tra i teologi penso in particolare al sacerdote ortodosso Pavel Florenskij e al pastore protestante Dietrich Bonhoeffer che diedero la vita, come cristiani, in fedeltà al mondo, risultando martiri della fede e, nel medesimo tempo, della giustizia. Se per l’Imitazione di Cristo la suprema sapienza consisteva nel distacco dal mondo, per la spiritualità del ’900 la suprema sapienza è tendere al Regno dei Cieli mediante l’immersione, il legame, la comunione, col mondo. Si possono fare altri nomi: Madeleine Delbrêl, Jacques Loew, l’Abbé Pierre, Thomas Merton, don Milani, don Mazzolari, padre Turoldo, Arturo Paoli e molti altri, tra cui ovviamente gli esponenti della teologia della liberazione (la quale, se sbaglia nel ritenere il marxismo un veicolo adeguato al cristianesimo, non sbaglia affatto nel voler unire concretamente qui e ora regno dei cieli e regno della terra). Il Cielo non è più contrapposto alla Terra come sua negazione, ma è la verità della Terra in quanto origine e compimento. Il che, peraltro, almeno per quanto riguarda l’origine, ha un preciso riscontro fisico, essendo la Terra una condensazione di polvere stellare ed essendo i nostri corpi costituiti da molecole organiche basate sugli atomi di carbonio generati dall’esplosione delle stelle di terza generazione una decina di miliardi di anni fa. Di questo amore per il mondo quale lieta nota di novità introdotta dal ’900 nella vita spirituale, il più grande interprete teologico per il mondo cattolico prima del Vaticano II è stato Pierre Teilhard de Chardin. Nato in Francia vicino Clermont-Ferrand il 1 maggio 1881 e morto a New York il 10 aprile 1955, venne detto “il Darwin cattolico” o anche “il gesuita proibito”. Di questo secondo appellativo si vedrà più avanti il motivo, mentre per quanto attiene al primo la cosa si spiega a causa della sua formazione scientifica. Teilhard infatti fu anzitutto uno scienziato, per la precisione un paleontologo, con spedizioni di scavo in Cina, Giava, Mongolia, Somalia, Sudafrica e altri paesi ancora. Io penso però che ogni uomo, ben prima che per le sue prestazioni professionali, sia da valutare sulla base della sua umanità, sulla base di quello che è, prima che di quello che dice, e che questo criterio sia particolarmente importante nel campo del pensiero, dove ciò che si pensa e si pubblica è tanto più vero quanto più esprime la vita concreta dell’autore: un vero pensatore lo si capisce in base al fatto che parla “come uno che ha autorità e non come gli scribi” (Matteo 7,29), come uno che parla del suo, e non come chi ripete i pensieri degli altri. Intendo dire che per il lavoro del pensiero la qualità umana e spirituale della vita concreta è essenziale. Per questo ritengo necessario far conoscere anzitutto ciò che di Teilhard scrissero i suoi superiori militari, quando, durante la Prima guerra mondiale, fu nell’esercito francese come portaferiti. Così il 17 settembre 1916: “Esempio di ardimento, abnegazione e sangue freddo. Dal 15 al 19 agosto 1916 ha diretto le squadre di portaferiti su un terreno sconvolto dall’artiglieria e battuto dalle mitragliatrici. Il 18 agosto è andato a prendere, fino a venti metri di distanza dalle linee nemiche, il corpo di un ufficiale ucciso e l’ha riportato nelle trincee”. Così il 20 giugno 1917 al conferimento di una medaglia al valor militare: “Graduato eccellente. Per l’elevatezza del suo carattere ha conquistato la fiducia e il rispetto. Il 20 maggio 1917, in particolare, si è recato in una trincea sottoposta a un violentissimo tiro di artiglieria per raccogliere un ferito”. Così il 21 maggio 1921 quando venne insignito della Legione d’Onore: “Portaferiti eccezionale che, nei quattro anni di guerra, ha preso parte a tutte le battaglie, a tutti i combattimenti nei quali fu impegnato il suo reggimento, chiedendo di rimanere nei ranghi per essere più vicino ai suoi uomini, con i quali ha sempre condiviso fatiche e pericoli”.

Questo medesimo coraggio, e questo medesimo amore per l’umanità concreta, Teilhard de Chardin li esercitò sul campo di battaglia della teologia. Venne detto “il Darwin cattolico” perché assunse totalmente il dato dell’evoluzione nella sua visione filosofica e teologica del mondo, ristrutturando in base ad esso (cioè in base alla verità quale appare dal mondo naturale) ciò che con esso risultava incompatibile. A questo proposito io penso sia necessario mettersi in testa una cosa: se davvero si vuole rifiutare il dualismo gnostico e manicheo, se davvero cioè si pensa che Dio abbia a che fare con questo mondo concreto, occorre che questo mondo concreto sia lasciato parlare considerandolo a sua volta rivelazione di Dio, e porre, accanto al libro della Sacra Scrittura, il libro della “Sacra Natura”. Questo è stato il metodo seguito da Teilhard de Chardin nelle sue riflessioni teologiche.

Ancora oggi vi è chi pone il dato dell’evoluzione in contrasto con la rivelazione, finendo per fare necessariamente della scienza e della religione due antagoniste accanite, all’insegna dell’alternativa “o è vera l’una o è vera l’altra”. Persone così si ritrovano tra i paladini della religione, basti pensare a coloro che ancora oggi ritengono l’evoluzione non un dato ma solo una teoria, confondendo evoluzione con evoluzionismo e contraddicendo papa Giovanni Paolo II che aveva dichiarato l’evoluzione “ben più di una teoria”. E si ritrovano tra i paladini della scienza, basti pensare a coloro che ritengono la religione uno stadio infantile dell’umanità, confondendo religione e superstizione. Di contro, Teilhard de Chardin è stato il primo pensatore cattolico ad assumere serenamente il dato scientifico dell’evoluzione vedendolo in piena armonia con il nucleo centrale del messaggio religioso, nel senso che la modalità concreta con cui la creazione divina si attua è l’evoluzione. Questo significa che la creazione non va pensata come qualcosa avvenuta una volta all’inizio del tempo e poi destinata a riprodursi staticamente, ma come un processo dinamico, qualcosa che continuamente e ininterrottamente si fa, come “creatio continua”. Più in particolare Teilhard de Chardin lottò contro il dualismo spirito-materia, nel senso che non c’è la materia da una parte e lo spirito dall’altra, ma c’è un’unica sostanza che ora è materia ora è spirito, in continuità evolutiva. Un giorno egli rievocò così il suo innamoramento infantile per la materia: “Non avevo più di sette o otto anni, quando ho incominciato a sentirmi attratto dalla Materia o più esattamente da qualcosa che luccicava nel cuore della Materia… Mi ritiravo nella contemplazione del mio Dio di Ferro. Ho detto bene, il Ferro, perché nella mia esperienza infantile niente era più duro, più pesante, più tenace, più duraturo, di questa meravigliosa sostanza… La consistenza: tale è stata indubbiamente per me la caratteristica fondamentale dell’Essere”. Dall’amore per la consistenza del ferro del piccolo Pierre si può comprendere il tipo di fede che l’abiterà da adulto, una fede in Dio in quanto origine, garante e meta dell’ordine del mondo, che esclude ogni contrapposizione tra la dimensione spirituale e quella materiale. C’è un’unica sostanza, “la stoffa dell’universo”, che si fa sempre più organizzata e complessa. La coscienza e lo spirito nascono dalla materia, come esito di una progressiva organizzazione. Il punto che sta a cuore a Teilhard è (contro la visione tradizionale della religione) che l’evoluzione c’è, ma insieme (contro la visione tradizionale dell’evoluzionismo) che tale evoluzione non è anarchica e senza scopo, ma ha una meta, mirando a gradi di essere sempre più raffinati. Teilhard conosce tre livelli di essere: la materia inorganica, la vita biologica, la vita spirituale. Dal primo livello materiale scaturisce la vita (la biosfera), e da questa il livello ancora più organizzato e complesso della vita in quanto pensiero (la noosfera). Non si può però parlare di Teilhard de Chardin omettendo quanto ebbe a soffrire a causa delle sue idee da parte della gerarchia cattolica. Nel 1925 venne costretto a lasciare la cattedra di geologia all’Institut Catholique di Parigi e inviato in esilio in Cina. Per tutta la vita gli venne impedito di pubblicare, essendo i gesuiti tenuti a ricevere un apposito permesso per ogni pubblicazione. Non si esitò a impedirgli la pubblicazione anche del suo capolavoro scientifico, Il fenomeno umano. Le sue opere poterono vedere la luce, inevitabilmente frammentarie, solo dopo la sua morte, quando i diritti erano passati agli eredi. Ciò che Teilhard maggiormente contestava alla dogmatica tradizionale e che gli procurò le persecuzioni e una serie di libelli diffamatori (il più delle volte anonimi, a proposito di coraggio e di qualità umane!), era il dogma del peccato originale, il quale, per la sua mente di uomo di scienza specializzato proprio in paleontologia, necessitava di essere rivisto a causa del presupposto insostenibile del monogenismo (monogenismo confermato da Pio XII nel 1950 con l’enciclica Humani generis, cf. DH 3897). La Santa Sede del tempo però non ne volle sentire parlare, e agli accenni velati contro il pensiero di Teilhard dell’enciclica di Pio XII (“alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico… e con temerarietà sostengono l’ipotesi monistica e panteistica dell’universo soggetto a continua evoluzione”), seguì nel 1962, quando le opere venivano pubblicate con un successo mondiale, un Monitum del Sant’Uffizio che esortava i responsabili delle università cattoliche e dei seminari a “difendere gli spiriti, particolarmente dei giovani, dai pericoli delle opere di P. Teilhard de Chardin”. Da qui l’appellativo di “gesuita proibito”, posto da Giancarlo Vigorelli come titolo della sua bella monografia. Ciò che in sostanza il Sant’Uffizio rimproverava a Teilhard lo si può capire leggendo l’articolo (anonimo!) dell’Osservatore romano pubblicato accanto al Monitum: “Non possiamo seguirlo né approvarlo quando, dopo Dio, pone il Mondo in un posto e in un valore troppo alti”. Eccoci al punto della questione. C’è chi pensa di poter conoscere Dio e l’anima a prescindere dal mondo, e c’è chi, come Teilhard, pensa che a Dio si può giungere solo immergendosi nel mondo, di cui anche la nostra anima è un frutto. Lo spirito nasce dalla vita, e questa a sua volta dalla materia, che si chiama così proprio perché è mater di ogni cosa. La triade metafisica Dio- Uomo-Mondo viene composta non più in modo dualistico, ma, in piena conformità al primo e decisivo articolo del Credo, in una ritrovata e gioiosa armonia. In Italia abbiamo la fortuna di avere un insigne erede di Teilhard de Chardin, il teologo don Carlo Molari, ottantenne come Benedetto XVI e come lui in splendida forma. Molari è stato sospeso dall’insegnamento universitario alla fine degli anni Settanta a causa della sua vicinanza a Teilhard e del suo dialogo con Darwin. Il gesto di apertura che ho chiesto a monsignor Ravasi è di invitarlo tra i relatori del convegno. Sarebbe come dare la parola a Teilhard de Chardin.

La parola del Darwin cattolicoultima modifica: 2008-09-30T13:37:00+02:00da borgosotto
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