OMELIA: XXIX T.O. (A) – 19 ottobre 2008

NOI, TRA DIO E CESARE

Due, credo, sono i principali temi che possiamo cogliere nelle letture di questa domenica: il rapporto con il potere (e tra potere politico e Dio) e il bisogno di collaborare col progetto di Dio. Due dimensione che, come spesso accade, sono strettamente intrecciate tra loro.

La prima dimensione si coglie chiaramente dal Vangelo dove i “potenti” del popolo ebraico non ne possono più delle provocazioni e dello scompiglio causato da Gesù e si incontrano per cercare di metterlo in seria difficoltà: si alleano con i fedeli di Erode (non molto ben visti dai farisei, puri, ma anche neutri nel rapporto con i dominatori romani) e escogitano un tranello molto insidioso: è giusto pagare le tasse a Roma? A un popolo dominatore che attenta alla libertà (anche religiosa) degli ebrei? E’ un bivio stretto: da una parte il si che renderebbe meno popolare Gesù, facilmente accusabile di connivenza con i romani, dall’altra il no che lo porrebbe come un chiaro rivoluzionario, amico degli zeloti, accusabile di fronte alla legge di Roma.

Gesù sa cogliere bene il tranello nascosto dietro le parole di falsa adulazione e risponde: “ipocriti” e stolti: tra le due dimensioni c’è un chiaro primato di Dio (“date a Dio ciò che è di Dio”), ma che non esclude il dovere di contribuire con le tasse a chi è chiamato a gestire il bene pubblico.

Da questo discorso possiamo trarre importanti conseguenze ancora ben attuali:

         la vita è di Dio: nessun potere politico può arrogarsi il diritto di decidere di toglierla o impedire di esprimere le personali convinzioni religiose. Tra le due dimensioni c’è un chiaro primato di Dio e lo Stato non può pretendere ciò che appartiene a Dio. Se lo facesse si dovrebbe resistergli.

         Ma non ci sono scuse valide per evadere le tasse, per non contribuire alla ricerca del bene comune, per quanto ci possano essere dubbi sul modo di ricercare tale bene da parte dei politici di turno.

         Gesù implicitamente riconosce che debba esistere una società civile autonoma, un’autorità che debba provvedere alle esigenze del bene comune. Anzi, il cristiano, per quanto non si debba sentire DI questo mondo, è consapevole di vivere IN questo mondo e che debba collaborare per trasformare fin d’ora questo mondo nel Regno di Dio annunziato e inaugurato da Gesù Cristo. Il cristiano è dunque invitato ad assumersi la propria responsabilità come cittadino per la costruzione di una società migliore. Per quanto amareggiato non può rifiutare la politica in toto, ma anzi dovrebbe impegnarsi per trasformarla a partire dal quartiere, dalla scuola, dal sindacato, dal volontariato, dall’amministrazione locale, fino al vero e proprio impegno politico in senso stretto.

         “Gesù non presenta un “programma politico”, piuttosto invita gli uomini (dunque ciascuno di noi) alla conversione, al pentimento, alla giustizia, all’umiltà del cuore, alla carità, al servizio degli altri, specialmente dei poveri” (G.De Rosa)

  « Rendete a Dio quello che è di Dio » . Ma che cosa gli appartie­ne? « La terra, l’universo e tutti i viventi » (salmo 24,1); «io appar­tengo al Signore» ( Isaia 44,5). A Cesare vadano le cose, a Dio le persone. Cesare non ha diritto di vita e di morte sulle persone, non ha il diritto di violare la lo­ro coscienza, non può impa­dronirsi della loro libertà. A Ce­sare non spetta il cuore, la men­te, l’anima. Spettano a Dio solo. Ad ogni potere umano è detto: Non appropriarti dell’uomo. L’uomo è cosa di un Altro. Cosa di Dio. A me dice: Non iscrivere appartenenze nel cuore che non siano a Dio. Libero e ribelle a o­gni tentazione di possesso, ri­peti a Cesare: Io non ti appar­tengo.

La prima lettura aggiunge altri elementi: il progetto di Dio non si realizza nella storia in maniera magica (o per mezzo di un dio burattinaio che muove le persone come fossero burattini): è grazie a persone che se ne fanno carico o che, in quanto uomini di “buona volontà” (cioè capaci di seguire una retta coscienza) gli permettono inconsapevolmente di agire: Dio tutto può, ma nulla fa contro la volontà umana. Così il profeta Isaia può far parlare Dio di Ciro (re persiano e dunque pagano, il quale dopo il lungo e duro periodo di esilio imposto dai babilonesi permetterà al popolo ebraico di tornare alle loro terre) come di un suo strumento di cui si serve per portare a compimento i suoi progetti di bene nei confronti del popolo. Ci ricorda così come il Regno si realizza sia per mezzo di attivi e consapevoli collaboratori, sia in maniera più misteriosa, insinuandosi tra le pieghe della storia e mostrando come quando l’autorità politica (indipendentemente dalle convinzioni religiose delle persone che la rappresentano) si mette al servizio dei popoli e agisce aiutando i più deboli, diventa strumento di Dio.

Paolo infine, nella seconda lettura, ci permette di ricordare che oggi siamo invitati in modo particolare a pregare e sensibilizzarci nei confronti della dimensione missionaria della Chiesa, lui che, da grande missionario, ha agito (non da solo, ma con stretti collaboratori) costruendo rapporti di solidarietà con le nuove Chiese che veniva a formare.

         Ci ricorda dunque il dovere di non isolarci nei confronti del mondo e in particolare nei confronti delle Chiese presenti nel terzo mondo, da considerare come sorelle giovani.

         Ci ricorda il dovere di sostenere, nella preghiera e concretamente, coloro che, in prima linea (missionari religiosi o laici), sono presenti in questi paesi per edificare comunità mature nella fede e nella carità.

         Ci ricorda inoltre, insieme a quanto detto per le altre letture, il dovere di impegnarci per costruire ad ogni livello un mondo più equo, più giusto, più solidale.

         Ed infine ci ricorda che, come per Paolo, è un dovere per ciascuno di noi annunciare il Vangelo: un annuncio fatto di parole, ma soprattutto di testimonianza concreta attraverso scelte di vita coerenti, dettate dall’amore.

Il cristiano «sta nel mondo senza essere del mondo» (Gv 17,11-16), abita con piena lealtà la città degli uomini, ma la sua vera cittadinanza è nei cieli. È quanto si legge in uno splendido scritto delle origini cristiane: «I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per abiti. Abitando città greche o barbare, danno esempio di uno stile di vita meraviglioso e paradossale. Essi abitano una loro patria, ma come forestieri; a tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come stranieri; ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria è terra straniera».

OMELIA: XXIX T.O. (A) – 19 ottobre 2008ultima modifica: 2008-10-17T10:55:00+02:00da borgosotto
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