Moltmann Darwin, cattivo maestro

Fonte: www.avvenire.it (19.10.08)

di Jürgen Moltmann

Il teologo protestante Jürgen Moltmann interviene nel dibattito sull’evoluzionismo.
  E ricorda che, qualunque posizione si prenda in merito, non si può non partire da una critica agli esiti mortali che ha avuto la teoria della selezione.
  Dalla medicina nazista all’eugenetica che si riaffaccia oggi

 Illogicamente, Darwin è contrario alla guerra fra esseri umani e contraddice il suo fondamentale presupposto di una «guerra di natura» che favorisca l’evoluzione. Ma la ragione di ciò è il fatto che in guerra muoiono i migliori, mentre gli uomini più piccoli e più deboli, dalla costituzione più precaria, vengono lasciati a casa e perciò «hanno una probabilità molto maggiore di sposarsi e di perpetuare la loro stirpe»

Il conflitto ideologico fra darwinisti e fondamentalisti cristiani circa la teoria della discendenza e la dottrina biblica della Creazione persiste ancora oggi negli Usa, ma si tratta soltanto di un conflitto ideologico. Su tale livello ideologico si colloca anche il grande tentativo di Teilhard de Chardin di coordinare la teoria dell’evoluzione e la teologia cristiana della storia nella prospettiva del «Punto Omega». In entrambi i tentativi della teologia di rapportarsi criticamente o al contrario positivamente alla teoria dell’evoluzione è assente la discussione delle conseguenze pratiche che la teoria dell’evoluzione ha avuto sul darwinismo razzista e sul darwinismo sociale.
  Manca la critica agli esiti mortali che la teoria della selezione ha avuto per le vittime dell’evoluzione nella medicina razzista della dittatura nazionalsocialista. «La vita non degna di essere vissuta» degli handicappati, degli ebrei e degli zingari fu sterminata in nome della tesi della «sopravvivenza del più adatto». Anche se questa follia razziale è oggi superata, viviamo però ancora in una società dei vincenti e dei perdenti, e «il vincente si prende tutto». La critica e l’apprezzamento di Darwin, dal punto di vista umano come da quello teologico, deve condurre più in profondità e porre in questione il contesto ermeneutico di riferimento del darwinismo dal punto di vista delle scienze naturali, dell’antropologia e della teologia.
  Esiste davvero una fondamentale «guerra di natura» o la natura mira in fondo alla cooperazione e alla convivenza?
  Una volta descritto «il progresso dell’uomo da una condizione semiumana a quella del nostro moderno selvaggio», Darwin si interrogò sull’influsso «della selezione naturale sulle nazioni civilizzate». È significativo che egli si richiami qui a tre scrittori contemporanei, Greg Wallace e Galton, e che da loro tragga le sue osservazioni. «Fra i selvaggi, i deboli di corpo e di mente vengono presto eliminati; e quelli che sopravvivono godono in genere di un ottimo stato di salute. D’altra parte, noi uomini civili cerchiamo con ogni mezzo di ostacolare il processo di eliminazione». Egli si scaglia contro la vaccinazione antivaiolosa, perché grazie ad essa sopravvivono e possono riprodursi anche i membri più deboli della nostra specie, e fa notare la saggezza di quegli allevatori di animali che non ammettono che vengano allevati gli animali peggiori.
  Illogicamente, Darwin è contrario alla guerra fra esseri umani e contraddice così il suo proprio fondamentale presupposto di una «guerra di natura» che favorisca l’evoluzione. La ragione di ciò è il fatto che in guerra muoiono i migliori, mentre gli uomini più piccoli e più deboli, dalla costituzione più precaria, vengono lasciati a casa e perciò «hanno una probabilità molto maggiore di sposarsi e di perpetuare la loro stirpe».
  «Nell’eterna ‘lotta per l’esistenza’, sarebbe stata la razza inferiore e meno favorita a prevalere, e sarebbe prevalsa in virtù non delle sue buone qualità, ma dei suoi difetti». (Greg citato da Darwin).
 

N
el suo «sommario generale e conclusione» questo pensiero è espresso come segue: «L’uomo ricerca con cura il carattere e la genealogia dei suoi cavalli, del suo bestiame e dei suoi cani, prima di accoppiarli; ma quando si tratta del suo proprio matrimonio, di rado, o meglio mai, si prende tutta questa briga […]. Eppure l’uomo potrebbe mediante la selezione (
selection) fare qualcosa non solo per la costituzione somatica dei suoi figli, ma anche per le loro qualità intellettuali e morali. […].
  […] Se i prudenti si astengono dal matrimonio, mentre gli avventati si sposano, i membri inferiori della società tenderanno a soppiantare i migliori. […]. Deve rimanere aperta la competizione per tutti gli uomini; e le leggi e i costumi non debbono impedire ai più capaci di riuscire meglio e di allevare un numero più grande di figli» (pp. 269-270). In un passaggio precedente egli loda Sparta: «Anche a Sparta veniva seguita una forma di selezione, poiché per legge si esaminavano tutti i bambini appena nati; quelli sani e ben formati venivano allevati, mentre si lasciavano morire gli altri».
  Registriamo criticamente quanto segue: 1) Il fatto che nella «war of nature» la lotta per l’esistenza o la morte esiga l’evoluzione della vita mediante la selezione dei più forti, è contraddetto già dal rifiuto da parte di Darwin delle guerre moderne. La guerra è distruttiva, non produttiva. Nelle guerre perdono entrambi: i vinti come i vincitori.
  2) La conclusione che specie estinte come i dinosauri debbano essere state soppresse da specie più forti come gli esseri umani è falsa. La storia naturale non si riduce alla «lotta fra le specie».
  3) L’umanismo di Darwin non può comunque
essere ignorato. Nel passo citato egli afferma anche: «Il sentimento che ci spinge a prestare aiuto a coloro che ne hanno bisogno è soprattutto un effetto accidentale dell’istinto di simpatia […]. Noi non potremmo ostacolare la nostra simpatia, anche se ce lo suggerisse la dura ragione, senza deteriorare la parte più nobile della nostra natura» (p. 175; cfr. pp. 269­270).
  Nel 1962 ebbe luogo a Londra la celebre Ciba­Conference. Nel 1966 i suoi risultati vennero pubblicati in tedesco da Robert Jungk e Hans Joseph Mundt con il titolo:
Il controverso esperimento dell’essere umano. L’essere umano è un esperimento della natura o un esperimento genetico di se stesso? Incontrai i rappresentanti più importanti dei progetti di eugenetica, che furono presentati in occasione di quel congresso, al Congresso internazionale Hoffmann-la Roche, a Basilea, al quale partecipai. Robert Jungk, lo studioso del futuro, ha scritto in proposito una relazione che fu pubblicata con il titolo La sfida della vita nel 1972.
  Riassumo la discutibile idea che fu sostenuta alla Ciba-Conference circa un «futuro eugenetico dell’umanità».
  1) La selezione naturale mette in pericolo il futuro dell’umanità: gli stupidi si moltiplicano, gli intelligenti si reprimono. In tal modo presso le nazioni civilizzate il patrimonio genetico dell’umanità peggiora e nella società industriale la fertilità diminuisce. Pertanto nelle nazioni progredite abbiamo bisogno di un miglioramento (
enhancement) della costituzione genetica degli esseri umani. Non basta – come avviene oggi in Germania – spingere mediante incentivi fiscali le persone capaci e istruite ad avere più figli e distogliere le persone incapaci e ignoranti dal concepimento di bambini. Occorre passare alla fecondazione artificiale mediante una selezione dei migliori. Dal punto di vista eugenetico l’Aid – artificial insemination from a donor
 (inseminazione artificiale mediante donatore) – è necessaria da un lato per eliminare malattie ereditarie e dall’altro per rendere fecondo il
patrimonio genetico migliore.
  2) Occorre perciò ideare banche del seme con materiale pregiato, dotato cioè di «eccellenti doti di cuore, spirito e corpo». Occorre perciò immagazzinare ovuli umani analogamente «eccellenti». Grazie alle nano-tecnologie sono possibili manipolazioni del materiale genetico dell’umanità. «L’avanguardia idealistica dell’umanità e i suoi discendenti daranno inizio per generale accordo a un sano progresso genetico verso gli eccellenti valori della salute, dell’intelligenza e dell’umanità»: questa è la prospettiva con cui Hermann Müller concluse la sua relazione alla Ciba-Conference.
  3) Joshua Lederberg intendeva regolare la grandezza del cervello umano mediante interventi precedenti il parto. Promise che si sarebbe potuto produrre il 50% in più di geni umani, se si fosse innalzato l’IQ medio della popolazione di un 1,5%; ciò sarebbe necessario, perché «la maggioranza di noi non ritiene l’attuale popolazione mondiale abbastanza intelligente per essere in grado di arrestare un processo generale di distruzione del mondo». Si tratta di un’illusione: i figli dei geni raramente
sono anch’essi geniali. Il figlio di Goethe non era un poeta, il figlio di Hegel non era un filosofo. I più sono persone infelici a causa dei propri padri.
  La convinzione dei partecipanti alla Ciba­Conference era che un’eugenetica di questo tipo non fosse null’altro che l’equivalente biologico della generale educazione morale del genere umano finalizzata al miglioramento e che dovesse essere utilizzata per l’evoluzione dell’umanità.
  Tema di discussione fu quali esseri umani hanno il diritto di avere bambini e quale diritto ha lo Stato sui bambini sani. L’intenzione era quella di coltivare i valori di «salute, intelligenza ed efficienza» così come di eliminare malattie genetiche e handicap trasmessi per via ereditaria. Rimase tuttavia oscuro che cosa si dovesse intendere per «miglioramento dell’eredità genetica umana», perché «bene» e «male» non possono essere giudicati con i concetti della logica genetica. Stranamente non di discusse se da un seme privo di padre e da un ovulo privo di madre potesse mai sorgere un essere umano, vale a dire un essere umano sano.
  La discussione di stampo darwinista sull’eugenetica è oggi svincolata da progetti di biotecnologia, ma i fondamenti ideologici sono rimasti: la fecondazione extrauterina è possibile, è pensabile fare diagnosi sugli embrioni prima della nascita e farli maturare artificialmente. È recente la notizia che il Parlamento australiano ha consentito la clonazione di embrioni e di cellule staminali per riuscire a sconfiggere malattie della vecchiaia come il morbo di Parkinson e il morbo di Alzheimer. Gli embrioni vengono così uccisi e poi funzionano soltanto come «mucchi di cellule» e non come esseri umani, come se i deputati australiani non fossero «mucchi di cellule».
  La definizione di «embrione» corrisponde sempre alla prassi consistente in ciò che si vuole fare con essi. Se gli embrioni sono soltanto «stadi biologici iniziali» dell’essere umano, allora possono essere utilizzati in medicina, se sono
«esseri umani in divenire» occorre rispettarne la dignità umana. Perché in questo ambito per gli scienziati è palesemente difficile considerare il loro specifico oggetto alla luce di contesti più ampi? Se parlano di mucchi di cellule, di embrioni e feti, essi sottraggono al loro oggetto il suo futuro e vedono soltanto il suo stato presente. Tali astrazioni e tali considerazioni decontestualizzate non sono necessarie per poter pervenire analiticamente a risultati esatti; ma per la valutazione dei dati occorre vedere la parte in rapporto alla sua totalità relativa e lo stato presente insieme al suo futuro. Un ovulo fecondato è in potenza un essere umano e null’altro.
 

I
l contesto di riferimento per l’interpretazione dell’evoluzione della vita non deve essere quello della «war of nature» e della «lotta per l’esistenza». Il principio fondamentale per la costruzione dei sistemi biologici è piuttosto la cooperazione. Questo era già stato dimostrato ai tempi di Darwin dal socialista e anarchico Pjotr Kropotkin nel suo libro
Il mutuo soccorso nel mondo umano e animale, che Gustav Landauer pubblicò in tedesco al tempo della repubblica sovietica di Monaco nel 1920. Anche il celebre scienziato Jakob von Uexküll riconobbe «la relazione» come «principio biologico fondamentale». Ma soltanto la neurobiologia contemporanea ha dimostrato «che noi cooperiamo per natura» e che soltanto grazie a forme di cooperazione riesce la costruzione dei sistemi di vita più complessi.
  Per noi esseri umani dal punto di vista neurobiologico la fiducia così come la risonanza, il riconoscimento e l’accettazione sociali sono costitutivi. I vincoli sociali non sono una debolezza umana e neppure soltanto un istinto sociale (Darwin), ma l’elemento vitale in cui soltanto si può sviluppare la vita umana.
 
(traduzione dal tedesco di Alessandro Bertinetto)

Jürgen Moltmann, nato ad Amburgo nel 1926, è un teologo tedesco luterano. È considerato l’iniziatore della ‘teologia della speranza’ una corrente di rinnovamento della teologia protestante, che ha trovato forse in America la più ampia risonanza. Negli ultimi tempi la sua riflessione teologica si è orientata sempre più verso una ‘teologia della croce’.
  Nato e cresciuto in una famiglia ‘laica’ (il padre era gran maestro della massoneria), Moltmann fu sorpreso dalla Seconda guerra mondiale mentre studiava matematica e fisica all’università.
  Aggregato alle Forze aeree ausiliarie, si consegnò agli inglesi nel 1945. Durante il lungo periodo di prigionia (1945-48) si avvicinò progressivamente anche alla fede. Dirà, anni più tardi: «Non fui io a incontrare Cristo, ma Cristo a incontrare me». Trasferitosi in Inghilterra, iniziò i suoi studi teologici, per poi proseguirli al ad Amburgo. Studiò a Gottinga, dove venne a contatto con i seguaci di Karl Barth. In seguito divenne docente di Teologia sistematica a Bonn (1963) e a Tubinga (1967).
  Pubblichiamo qui un estratto dall’intervento di Moltmann apparso sul numero 3/2008 della rivista ‘Humanitas’, edita da Morcelliana e diretta da Ilario Bertoletti, dedicata a
Evoluzione e teologia, con interventi, oltre a quello del teologo tedesco, di Giuseppe Tanzella-Nitti, Simone Morandini, Angelo Vianello e Federico Vercellone.

Moltmann Darwin, cattivo maestroultima modifica: 2008-10-20T13:11:43+02:00da borgosotto
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