TESTIMONI: Suor Emmanuelle

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PARIGI, 20 OTT – Suor Emmanuelle, icona francese della solidarieta’ e del sostegno ai poveri e agli emarginati, e’ morta la scorsa notte a 99 anni d’eta’. Lo ha annunciato Trao Nguyen, presidente dell’associazione che porta il nome della religiosa, oggetto di un culto straordinario in Francia. Suor Emmanuelle si e’ spenta ”nel sonno” nella casa di riposo dove risiedeva, ha aggiunto Trao Nguyen. Il 16 novembre avrebbe compiuto 100 anni.

di Xavier Ternisien

in “Le Monde” del 21 ottobre 2008 (traduzione: http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa/081021ternisien.pdf )

In quasi un secolo di vita, il suo destino si è ribaltato più volte: la giovane borghese romantica entra in convento; l’insegnante lascia i licei prestigiosi per una bidonville del Cairo; la “straccivendola” diventa una star mediatica e mette la sua franchezza di linguaggio a servizio dei poveri.

La storia potrebbe cominciare con un quadretto romantico. Una scena degna del film Titanic. Una bella ragazza dagli occhi azzurri con i gomiti appoggiati al parapetto di una nave che attraversa la Manica e porta via i suoi sogni. Fuma una sigaretta, come sfida alle convenzioni della sua famiglia della buona borghesia belga. Un giovanotto biondo le si avvicina. Un bel tedesco. E inizia la conversazione.

“Dove sta andando così, Signorina?” “In convento, Signore.”

“Con quei begli occhi?” “Non li lascerò certo fuori.”

“Ma non le piace l’avventura?” “È per questo che entro in convento…”

Quel giorno, la futura Soeur Emmanuelle rinuncia ad un marito e ad una famiglia. Come un salto nel vuoto, una scommessa pascaliana. Quarantacinque anni dopo, nel suo primo libro, Chiffonnière avec les chiffonniers (Straccivendola con gli straccivendoli, 1977), le esce dal cuore questa dichiarazione: “Anche se sulla mia tomba cresceranno solo dei piscialetto e anche se la mia anima si annienterà con quella del mio gatto, ebbene, valeva la pena di lasciare il mio bel tedesco e… anche qualche altro.” Poi, da figlia obbediente della Chiesa, aggiunge subito: “Attenzione, non ho un’anima di gatto. Credo fermamente alla resurrezione dei morti e alla vita eterna. Amen.”

Era forse il tratto della sua personalità che piaceva di più, di primo acchito, in Soeur Emmanuelle: il suo modo schietto di parlare. Il suo lato “vecchia suora degenere”, come l’aveva definita con senso dell’umorismo il quotidiano Libération. Mentre alcuni non esitavano a canonizzarla mentre era ancora in vita, definendola “la santa del Cairo”, lei non nascondeva nessuna delle sue debolezze: sì, lei aveva avuto dei dubbi, adorava le belle pellicce, i cappelli, il cioccolato fondente e il gelato alla vaniglia… Al colmo della sua notorietà mediatica, faceva questa ammissione: “L’orgoglio si infila dappertutto. Ho un bell’essere suora, quando si parla di me, mi fa piacere.”

Madeleine Cinquin è nata a Bruxelles, il 16 novembre 1908, da padre francese e madre belga. La sua famiglia, benestante, ha fatto fortuna nel campo della biancheria intima. Lei è la seconda di tre figli. Uno shock sconvolge la sua infanzia felice. Nel settembre 1914, quando non ha ancora sei anni, suo padre annega sotto i suoi occhi, a Ostenda. Nuota in mezzo alle onde, sorride, fa cenno a sua figlia sulla spiaggia. Improvvisamente, scompare fra le onde spumeggianti.

A diverse riprese, la religiosa ha affermato che quel trauma era stato all’origine del suo destino. Ne ha conservato un acuto sentimento della precarietà delle cose: “Una bambina ha capito di colpo, una domenica mattina, che non ci si può aggrappare alla schiuma, confidava nel 2000 ad un giornalista di Var Matin. Nell’inconscio, la mia vocazione data da quel momento. Ho cercato l’assoluto, non l’effimero.”

L’assoluto, la ragazza che voga in barca capelli al vento la troverà nella vita religiosa. La sua decisione è presa: nel 1929, entra presso le suore di Notre-Dame de Sion. Una congregazione creata nel 1843 da Théodore Ratisbonne, che gestisce diversi prestigiosi istituti scolastici di lingua francese nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. La futura straccivendola fa la professoressa a Istanbul, a Tunisi e infine ad Alessandria. Complessivamente, dedica quarant’anni all’istruzione delle ragazze delle classi agiate. Lei che, da bambina, sognava di morire martire o di servire i poveri…Ma arriva il momento della pensione. A 62 anni, con il permesso delle sue superiore, quella che le sue allieve chiamavano

Mère Emmanuelle, sbarca al Cairo. Vuole mettersi a servizio dei lebbrosi.Per sete di radicalità. Il lazzaretto è situato in zona militarizzata. Bisogna chiedere l’autorizzazione al ministero della salute, al ministero degli affari esteri, e senza dubbio anche al ministero della guerra. Troppo complicato. Una giovane segretaria della nunziatura le suggerisce la bidonville degli straccivendoli. Lei ci va. E si trova bene. Installa i suoi “penati” in una capanna da capre di lamiera.

E così nel 1971 Mère Emmanuelle diventa Soeur Emmanuelle, la suora degli straccivendoli del Cairo.

Il resto appartiene già alla leggenda. Una serie di fioretti raccontati da Soeur Emmanuelle nei suoi numerosi libri. Le notti con le pulci. I ratti che corrono tra le gambe. Le donne picchiate come bestie. I bambini ubriachi di pessimo alcol che si uccidono col coltello. Ma anche l’alfabetizzazione dei bambini, l’orgoglio ritrovato dei genitori. I giovani che lei porta a vedere il Nilo per la prima volta, e che esclamano: “El Bahr, El Bahr!” (il mare, il mare!), proprio come i soldati dell’Anabase, che gridavano “Thalassa!”.

A Matareya, “Suor Coraggio” apre un dispensario, una scuola materna ed un centro di alfabetizzazione. I copti, venuti dall’Alto Egitto, sono in maggioranza, ma lei interviene anche presso dei musulmani e si sforza di avvicinare le due comunità. La sua linea di condotta è chiara: niente proselitismo verso i musulmani, ma uno sforzo di comprensione reciproca. Sulla porta della sua capanna appende una croce ed una mezzaluna, e il motto “Dio è amore”.

Soeur Emmanuelle si stabilisce poi a Mokattam, la più grande delle bidonville del paese. La sua associazione, Les Amis de Soeur Emmanuelle, è incaricata di raccogliere fondi. La religiosa dà se stessa, la sua persona, e va in giro per il mondo per risvegliare le coscienze. Più volte ha raccontato questo episodio divenuto celebre: “Un giorno, a Ginevra, ho detto davanti ad un’assemblea molto rispettabile: se non trovo 30 000 dollari, non mi resta che fare una rapina. Così ho avuto successo e ho avuto i 30 000 dollari.” Grazie alle offerte raccolte riesce a realizzare una fabbrica per la produzione di compost destinata a riciclare i rifiuti.

La fama di Soeur Emmanuelle si diffonde nelle redazioni. Nel 1990 è invitata da Jean-Marie Cavada a “La Marche du siècle”. A partire da quella data, è regolarmente presente in varie trasmissioni televisive. Con la divisa che si è inventata e con la quale passerà alla posterità: blusa grigia, foulard dello stesso colore e scarpe da ginnastica nere.

Questa donna minuta esercita un vero fascino sui giornalisti e sugli animatori, credenti o no: Cavada, Poivre d’Arvor, Drucker, Pivot, tutti soccombono allo charme della piccola suora in grigio, che dà loro del tu e li chiama “mon petit Patrick” o “mon cher Jean-Marie”. Sullo schermo esplode il suo entusiasmo e la sua gioia di vivere, che traduce con l’espressione “yalla!” (avanti!).

Rispettare chi la pensa diversamente

Snocciola anche alcune delle sue massime forti: “Contrariamente a ciò che ha scritto Jean-Paul Sartre, gli altri non sono l’inferno. Sono il paradiso, se c’è almeno un po’ d’amore. Ho passato vent’anni di paradiso fra i miei straccivendoli.” Ha fatto suo il motto di Marco Aurelio: “L’ostacolo è materia per l’azione.” Diventa famosa per i suoi scoppi d’ira attraverso i media, contro la borghesia, gli intrallazzi della politica o le vendite di armi.

Soeur Emmanuelle non fa mistero delle sue posizioni eterodosse in materia di morale. Afferma alta e forte la sua ammirazione per Giovanni Paolo II. Ma, nei suoi dispensari, fa distribuire la pillola alle giovani donne distrutte dalle maternità. Evita di “dire pubblicamente cose diverse da quello che dice la Chiesa”, precisa. Il che non le impedisce di ammettere tranquillamente di essere favorevole al matrimonio dei preti…

Difende la vita religiosa, e i suoi tre voti di povertà, castità ed obbedienza. Ma non ne nasconde le difficoltà. Racconta l’amore provato per un collega professore: “un uomo molto intelligente, molto fine, molto bravo, con il quale parlavo spesso di letteratura, di filosofia”. Dopo una notte di dubbio, che aveva fatto vacillare la sua vocazione, aveva rinunciato a quella passione. Anni dopo, in occasione dei suoi cinquant’anni di vita religiosa, ricevette una lettera da quel professore: “Ebbene, è strano, ma, riconoscendo la sua scrittura sulla busta, il mio vecchio cuore di 70 anni è sobbalzato!”

Sarà per la libertà con cui si esprime che le superiore di Soeur Emmanuelle le chiedono immediatamente di rientrare in Francia, ufficialmente per “riposarsi”. Nel 1993 decide di ottemperare a questa richiesta e lascia l’Egitto. Affida il suo quartiere ad una suora copta, Soeur Sara. Soeur Emmanuelle si sistema in una casa di riposo per suore, nel Var.

Quella partenza le costa molto. A più riprese ripete che le sarebbe piaciuto “morire con i suoi straccivendoli”.

Vuole diventare “orante”, dice, una “sorella universale” unita con la preghiera ai poveri del mondo intero. Promesso, non parlerà più nei media…

Ma la “vieille dame” non riesce a star tranquilla. Scopre ciò che chiama “la miseria spirituale e morale” dei suoi contemporanei. Vuole testimoniare, con delle conferenze e con degli interventi televisivi. Come quei vecchi attori, annuncia regolarmente il “suo ritiro”, il “suo silenzio”, il suo ultimo intervento. Poi ritorna sul proscenio in occasione di un libro e per raccogliere fondi.Si scusa di dare del tu a tutti quanti, compreso il presidente della Repubblica, Jacques Chirac:

“In arabo, tutti si dicono ‘tu’…” Nel gennaio 2002 viene nominata comandante dell’ordine della Legion d’onore.

Spesso i giornalisti la interrogano sull’islam e sull’islamismo: “Fondamentalmente, il musulmano non è né violento né fanatico, assicura. Ne ho conosciuto migliaia. Solo che ogni uomo, soprattutto giovane, è incline a liberare i propri istinti primari.” Non è a favore della proibizione del velo a scuola: “Non è forse essenziale rispettare chi la pensa diversamente? Se oggi fossi una cristiana che va a scuola, porterei il velo unicamente per istinto di libertà.”

Basta poco per far ribollire il sangue da ribelle che le scorre nelle vene. Un giorno, di ritorno dalle Filippine, scopre che il charter sul quale si trova è frequentato da distinti personaggi venuti per abusare dei bambini: “Se avessi avuto una bomba a disposizione, avrei fatto saltare l’aereo, come i kamikaze!”

Volente o nolente, Soeur Emmanuelle era diventata un’icona mediatica. Messaggera dei poveri innanzitutto, dispensatrice di una inamovibile fede nell’uomo, che veniva accettata tanto dai credenti che dagli altri.

La straccivendola del Cairo non aveva età. La celebrità le era piovuta addosso tardi, all’età della pensione. I francesi avevano l’impressione di aver sempre conosciuto quel viso solcato da lunghe rughe, quel ciuffo bianco nascosto sotto il foulard grigio e quella voce insieme flebile e decisa.

Nell’immaginario collettivo era diventata la Madre Teresa nazionale. Una di quelle figure tutelari, come piacciono alla storia del nostro paese. Pensiamo ai versi di Péguy su santa Genoveffa, patrona di Parigi: “e i duri contadini, i duri paesani – che la guardavano invecchiare – l’avevano creduta eterna”.

TESTIMONI: Suor Emmanuelleultima modifica: 2008-10-21T16:06:21+02:00da borgosotto
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