Il parroco e il Peppone leghista

di Luigi La Spina

in “La Stampa” del 23 ottobre 2008

La Chiesa italiana ha abbassato lo sguardo. Con la ventennale presidenza di Camillo Ruini, infatti, il «vertice» della Conferenza episcopale sembrava privilegiare l’interlocuzione con i palazzi della politica romana, quello del Parlamento, del governo, dei partiti. Ora, l’attenzione del nuovo capo della Cei, Angelo Bagnasco, pare essersi spostata, invece, sul territorio. Sui suoi problemi, dentro al perimetro delle parrocchie, ma, soprattutto, fuori. In un confronto in cui conta di meno l’influenza della gerarchia sulla formazione delle leggi e di più quella sul costume, sulla cultura, sull’educazione della società italiana. Così, appena gli occhi dei vescovi si sono posati con maggior insistenza sulla concretezza della vita quotidiana degli italiani, sono apparse subito evidenti le tre grandi minacce al cattolicesimo della società d’oggi: il pericolo di uno scontro sociale sul problema dell’immigrazione, la difficoltà di contrastare uno stile di vita edonista e consumistico che tende a trascurare i valori di sacrificio e di impegno richiesti dalla professione della fede, gli effetti di una predicazione affidata a un clero con un’età media molto alta, con una preparazione culturale declinante e anch’essa invecchiata. Un clero, inoltre, abituato, da molto tempo, a una selezione alle maggiori responsabilità fondata più sul criterio della fedeltà e del conformismo e meno su quello della promozione di personalità forti, carismatiche, originali.

«E’ la prima volta, dopo la scomparsa della Dc – osserva lo storico del cristianesimo Alberto Melloni – che la Chiesa in Italia trova sul territorio, in un confronto temibile, un interlocutore forte, quello rappresentato dalla Lega». In molte zone del Nord, soprattutto in provincia, le figure che contano, per la popolazione locale, sono due: il parroco e il segretario della Lega. I rapporti tra queste due presenze emergenti possono essere di vario genere. Dallo scontro duro, come è avvenuto nei recenti casi di Pordenone e di Verona, in una riedizione aggiornata delle vicende di Peppone e don Camillo, al dialogo amichevole, là dove si può perfino parlare di un clero «leghista». Ma sarebbe sbagliato interpretare gli ammonimenti vescovili all’accoglienza, alla solidarietà nei confronti degli immigrati, come un obbligo rituale, derivante dagli insegnamenti del Vangelo e della dottrina sociale della Chiesa. O, peggio, come la ricerca di un equilibrato rapporto tra la sinistra e la destra politica del nostro paese. Una specie di ondivago cerchiobottismo episcopale.

Per capire, invece, come sia «centrale», profonda e irrinunciabile, per la Chiesa d’oggi, la difesa dell’integrazione tra lavoratori extracomunitari e cittadini italiani è forse utile anche citare la formazione culturale e pastorale dell’attuale capo della Cei, Angelo Bagnasco. Proprio un sacerdote genovese che ne ha seguito da vicino l’ascesa alla massima responsabilità in Italia, don Gianni Baget Bozzo, ricorda come Bagnasco sia stato un allievo di Siri, formato «nella tradizione della fermezza sui principi, ma anche dell’impegno nella realtà sociale». Il «conservatore» grande arcivescovo di quella città, come tutti sanno, fu anche il promotore dei famosi «cappellani» nelle fabbriche della Genova operaia di quei tempi.

Se, su tale fronte, il rischio di un confronto «territoriale» aspro con la Lega è probabile, più controverso è l’atteggiamento della Chiesa davanti alla trasformazione federalista dell’Italia. Come ha ricordato l’ex segretario della Cei e attuale arcivescovo di Firenze, Angelo Betori, la tradizione culturale cattolica vede con favore lo sviluppo delle autonomie «perché è un concetto che precede l’unità creata dai piemontesi con principi diversi». Ma ci sono due rischi concreti nel modo con il quale si impianterà il federalismo in Italia. Il primo, sociale, è quello di una possibile disparità nei livelli di assistenza tra le regioni. Una eventualità che molti vescovi, soprattutto al Sud, ritengono probabile. Il secondo, più complesso, riguarda il rapporto tra l’«istituzione Chiesa» e l’«istituzione politica».

La domanda è un po’ provocatoria, ma, a questo proposito, è obbligata: è possibile concepire una Chiesa italiana federalista? Per il professor Melloni, la risposta è assolutamente negativa: «La storia ci insegna che, in questa ipotesi, si rafforzerebbe pericolosamente il ruolo di “antipapa”, comunque teoricamente antagonistico, del vescovo di Milano, a capo della più grande diocesi europea». Ma una Chiesa «federalista» accentuerebbe anche le tentazioni di quel policentrismo ecclesiale che, con Ruini, erano saldamente contenute, ma che, con il più «collegiale» Bagnasco, potrebbero dilagare, con il risultato di una Chiesa italiana «dai cento fiori».

Già ora, l’interlocuzione con la politica italiana pare cercare nei leader delle varie regioni italiane la garanzia di un dialogo diretto. Se, infatti, l’unico vero punto di riferimento della Chiesa nel governo centrale è costituito dalla figura del sottosegretario Gianni Letta, quando le pratiche necessità lo richiedono, è evidente la ricerca di un’autorità regionale che assicuri il rispetto delle esigenze della Chiesa in un determinato territorio. Così avviene, ad esempio, per il ministro Claudio Scajola, in Liguria o per il ministro Raffaele Fitto, in Puglia. Ecco perché la moltiplicazione degli interlocutori politici, abbinata a quella più accentuata caratteristica «policentrica» della Conferenza episcopale potrebbero far temere quel rischio che un importante giovane intellettuale cattolico paventa, ricorrendo alla storia: «I vescovi sono come i principi elettori, se concedi loro troppa autonomia si spartiscono l’impero».

Le vicende germaniche dei secoli scorsi sono lontane, certo, nello spazio, ma, soprattutto, nel tempo. Ma l’auspicato radicamento pastorale, il rapporto più diretto con gli umori del territorio dove il vescovo e i suoi collaboratori operano, potrebbe effettivamente accentuare quel desiderio di maggior autonomia, di maggior libertà d’azione, ma anche di pensiero, che serpeggia, in maniera evidente, nella Chiesa italiana. Con effetti contrastanti: positivi, perché consentirebbe l’emergere di personalità più forti, dotate di un carisma aggregante nei confronti della comunità diocesana. Basti pensare, per fare solo un esempio, al crescente e, per certi versi, imprevedibile ruolo di protagonista egemone della città che il arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe, sta assumendo. Ma anche insidiosi, perché l’«istituzione Chiesa italiana», dopo la fase di forte centralismo ruiniano, correrebbe il pericolo di una certa diaspora culturale, religiosa, ma anche pastorale. Perché i «cento fiori» si potrebbero trasformare anche in «cento spine».

(3 – fine. I precedenti articoli sono stati pubblicati il 12 e il 18 ottobre 2008).

Il parroco e il Peppone leghistaultima modifica: 2008-10-23T15:50:00+02:00da borgosotto
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