Teologhese, giù dal pulpito!

Il cardinal Biffi riflette sulle storture di certe «mode» linguistiche che oggi affliggono anche le omelie: «Prima di ‘come’ proporre le verità cristiane, preoccupiamoci ‘che’ siano davvero proposte»

DI GIACOMO BIFFI

Quando nei nostri ambienti si tratta e si discute di evangelizzazione, prevale oggi un’attenzione alla concreta realtà dei destinatari, giusta e lodevole in sé, che però talvolta si congiunge a un’ansia eccessiva di impadronirsi di un’adeguata capacità di comunicazione, col rischio che così ci si preoccupa un po’ meno della sostanza dell’annuncio e della sua integrità. Non è che sia sbagliato cercare in tutti i modi di raggiungere la mente e il cuore delle persone che ci avviene d’incontrare; e di riuscire anche a porsi efficacemente in un dialogo corretto con la cultura dominante e con la sensibilità più diffusa. Purché però non si indulga, anche senza volerlo, a quell’esagerato culto dell’attualità, che Maritain ha addirittura condannato come ‘ cronolatrìa’.

Si trova qualche traccia di questo ‘ culto’ persino in taluni ‘ vezzi linguistici’ – per altro innocenti – del nostro linguaggio ecclesiale. Per esempio, durante la messa veniamo spesso invitati a pregare per gli « uomini del nostro tempo » , come se qualcuno fosse mai tentato di raccomandare al Signore gli Assiro- babilonesi; o a impegnarci a vivere nel « mondo di oggi » , contro il pericolo di sconfinare inavvertitamente nell’epoca carolingia.

A me pare che il nostro problema non sia quello di essere ‘ moderni’ (non abbiamo altra scelta, a meno che dicendo ‘moderni’ vogliamo intendere ‘ seguaci delle mode). Il problema previo e fondamentale è piuttosto di riuscire a fare attenzione a ciò che è eterno e a essere conformi al disegno di Dio.
Quanto alla questione che qui ci interessa, vorrei proporre una prospettiva insolita, eppure di un certo rilievo. L’interlocutore del Dio che si rivela è l’uomo in quanto uomo, non l’uomo nelle sue determinazioni storiche: l’uomo di oggi, l’uomo progressista o conservatore, l’uomo scientifico o l’uomo letterato. Il destinatario dell’annuncio evangelico è l’uomo nella sua verità imperitura.
Del resto, mirando non all’uomo di oggi ma all’uomo di sempre, si coglie ciò che resta sempre sostanziale e primario nell’uomo, anche nell’uomo di oggi. Proprio riflettendo sull’evangelizzazione nella sua natura perenne e nelle sue leggi intrinseche, si arriva a capire ciò che bisogna maggiormente avvalorare nell’annuncio cristiano, pur nell’annuncio cristiano del secolo ventunesimo. Proprio cercando di contemplare Cristo come è in se stesso, si può sperare di appurare che cosa sia Cristo per il mondo, anche per il mondo della nostra epoca. a riflessione sulla vita ecclesiale di questi anni mi ha portato a convincermi che la questione del ‘ come’ – di solito privilegiata nei nostri dibattiti – è molto meno urgente e decisiva della questione del ‘ che’.

Prima di domandarsi ‘come’ credere, bisogna verificare ‘ che’ si creda; prima e più di ‘ come’ annunciare il Vangelo, bisogna darsi pensiero ‘ che’ si annunci effettivamente il Vangelo nella sua autenticità e nella sua interezza; prima e più che chiedersi ‘ come’ parlare (per esempio) del ‘ mistero pasquale’, dobbiamo accertarci ‘ che’ la notizia della risurrezione di Gesù di Nazaret sia data a tutti in maniera efficace e persuasiva; prima e più di ‘come’ proporre le verità cristiane, è urgente preoccuparci ‘ che’ le verità cristiane siano davvero proposte. Una volta che si sia data la giusta attenzione alla questione primaria ( quella del ‘ che’) si può e si deve affrontare anche la questione del ‘ come’.

Il problema del linguaggio è rilevante, ma è secondario; il problema principale è quello del ‘non linguaggio’, vale a dire è quello di un mondo cristiano che è reticente nel presentare una concezione della realtà e un insegnamento esistenziale troppo diversi da quelli universalmente conclamati. Il problema principale è quello di recuperare la fede nella fede e nella sua capacità di toccare i cuori.

Farsi capire è necessario, e perciò bisogna parlare con chiarezza e semplicità; ma la difficoltà maggiore non sta nel farsi capire.

I nostri contemporanei non sono ottusi: quando si sentono annunciare che Gesù Cristo è risorto (cioè è passato dalla morte alla vita), comprendono benissimo di che cosa si tratta, perché anche i più sprovveduti sanno la differenza che intercorre tra un uomo morto e un uomo vivo. Quando li informiamo che esiste un Dio creatore che ci è padre; che la nostra esistenza è una decisione tra una salvezza definitiva e una perdizione senza ritorno; che la verità è una sola ed è quella che ci è stata rivelata dal Figlio di Dio, non fanno fatica a intendere quello che diciamo, anche se poi fanno fatica ad accettarlo.

Il guaio è che ormai non se lo sentono dire con la trasparenza, la convinzione, il coraggio che ci vorrebbero.

Ciò che potrebbe essere messo in discussione ( qualora risultasse così ‘ datato’ da essere incomprensibile ai più) sarebbe il linguaggio degli ‘ addetti ai lavori’ in materia di teologia; ciò che riprovevole è l’uso del ‘ teologhese: cioè un modo di parlare e di scrivere che rifugge dalla chiarezza senza riuscire per altro a essere davvero sostanzioso e profondo. Ma se si usa il vocabolario e il fraseggio delle persone normali e dei comuni credenti si può stare sicuri che le effettive incomprensioni sono rare: gli ascoltatori che rifiutano l’annuncio evangelico, di solito non è perché non lo capiscono; è perché non gli piace.

Una delle cose che mi impressionano di più è che al giorno d’oggi non è più l’eresia, ma è l’ortodossia a fare notizia. Oggi sempre più frequentemente ci si meraviglia da molti quando un papa o un vescovo dice ciò che la Chiesa ha sempre detto (e non può non dire perché appartiene al suo patrimonio inalienabile); come se fosse ormai persuasione pacifica che anche la Chiesa non creda più al suo messaggio di sempre.

Talvolta in qualche settore del mondo cattolico si giunge persino a pensare che debba essere la divina Rivelazione ad adattarsi alla mentalità corrente per riuscire ‘ credibile’, e non piuttosto che si debba ‘ convertire’ la mentalità corrente alla luce che ci è data dall’alto. Eppure si dovrebbe riflettere sul fatto che ‘ conversione’ non ‘ adattamento’ è parola evangelica.

La prima frase che Gesù pronuncia inaugurando il suo apostolato non è: «Il mondo va bene così come va; adattatevi al mondo e siate credibili alle orecchie di chi non crede » ; ma è: « Il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» ( Mc 1,15).

© Copyright Avvenire, 21 novembre 2008

Teologhese, giù dal pulpito!ultima modifica: 2008-11-27T10:41:41+01:00da borgosotto
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