Il sogno di Zaher. Il giovane afgano morto a Mestre

Fonte: IL GAZZETTINO, Pag 1 

 “O Dio, promettimi: primavera non finirà” di Giuseppe Pietrobelli

 La vera storia di Zaher Rezai, nato in Afghanistan e venuto a morire sotto le ruote di un Tir alla periferia di Mestre, non la potrà mai raccontare nessuno. Potrebbero farlo soltanto il vento della sua terra lontana, la sabbia del deserto al confine con l’Iran, le rocce delle montagne che ha superato con fatica e ostinazione, i cassoni dei camion che correvano veloci su strade polverose dentro i quali ha trovato rifugio, i mafiosi che gli hanno chiesto il denaro che non aveva, i soldati che lo hanno perquisito, i poliziotti che lo hanno arrestato, i magistrati che lo hanno espulso, i compagni di viaggio che ha perduto, i passeurs avidi che l’hanno condotto in riva al mare, i passeggeri dell’ultima attraversata verso Venezia. Ogni pezzetto di Zaher Rezai è sparso lungo i seimila chilometri che dividono l’Afghanistan dall’Italia. Metterli assieme è impresa temeraria. Eppure alcuni brandelli sono rimasti, sull’asfalto di via Orlanda, in un documento spiegazzato, in un’agendina ancora umida di pioggia, negli innocenti giochi di un bambino in realtà maggiorenne, nella ricostruzione delle ultime settimane sulle isole greche. Zaher è morto una settimana fa, mercoledì 10 dicembre a mezzanotte, sbalzato dal cassone del Tir dove si era legato dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. Un poeta afghano ha scritto: «Se un giorno la morte si porterà via il mio corpo, sia posto in un luogo elevato così che il vento restituisca alla mia patria il mio profumo». Quel ragazzo la pensava così, come testimonia il suo taccuino: «Questo corpo così assetato e stanco forse non arriverà fino all’acqua del mare». A differenza di altri esuli, lui ha raggiunto la riva.

LA CELLA FRIGORIFERA. Zaher avrà una sepoltura, ma difficilmente il suo profumo arriverà a Kabul. Il suo corpo giace in uno dei dodici frigoriferi del cimitero di Mestre. La temperatura è sotto zero per conservare i resti di un ragazzone chiuso in un sacco, con la testa spaccata in due e la faccia così sfigurata da rendere impossibile la conferma che corrisponda alla foto del documento che aveva in tasca. Martedì un medico ha effettuato l’esame esterno. Morte per sfondamento cranico. Le radiografie hanno accertato che l’età non sarebbe di 13 anni, come appariva sul documento (nato l’1 gennaio 1995), bensì di 18. Ha mentito per proteggere il suo sogno.

IL FUNERALE DELLA POVERTÀ. Il viaggio è finito in questo lembo triste di Mestre, a meno che non si esaudisca il desiderio del padre che da laggiù ha chiesto: «Potrò riavere il suo corpo?». Gli hanno spiegato che costa 8-10 mila euro. E all’operatore che lo ha contattato ha detto: «Fai quello che puoi, ma senza perdere l’onore, non spendere soldi che non hai…». Operazione improba, anche se l’appello alla colletta è stato lanciato. L’ultima dimora di Zaher Rezai sarà probabilmente nel Campo P, Reparto V, del cimitero. È lì che mettono i defunti dei rari “funerali della povertà”, cassa semplicissima, spese a carico del Comune. Ma serve il nullaosta della Procura e chissà quanto ancora dovrà rimanere nella cella, visto che manca l’identificazione ufficiale. Sarà comunque un funerale senza prete, senza acqua benedetta, senza qualcuno che spenda una lacrima di dolore. Ma una croce bianca, con il nome (presunto) e la data (certa) della morte verrà ugualmente piantata. Zaher sarà calato nella fossa, non lontano da dove riposa Roberto Succo, il ragazzo che si uccise, dopo aver ucciso, perché la sua libertà era morta in carcere.

LA NAVE DELLA SPERANZA. Sulla banchina 123 dell’ormeggio dei traghetti greci, “Ariadne” della compagnia Anek Lines attracca puntuale alle 8.30 del mattino. È partita lunedì a mezzanotte da Patrasso, martedì era a Igoumenitsa, con una navigazione filata di altre 24 ore è giunta a Venezia. Una settimana fa aveva invece accumulato un ritardo enorme a causa della nebbia. Attraccò alle 21.30, quando il buio rendeva più facile nascondersi. Zaher si era legato sopra le assi di un Tir, dentro la stiva del bestione del mare colorato di bianco e blu. I passeggeri erano soltanto 71, perloppiù conducenti di camion. Chi non ha il biglietto (50 euro sul ponte, sconto del 20 per cento per “under 26”) sale e si nasconde. Cerca un camion da trasformare in cavallo di Troia che eviti i controlli. Il ragazzo sembrava avercela fatta.

FRONTIERA DEL PORTO. Non conosceremo mai il camion con la targa gialla su cui è salito. Sulla banchina, in piena luce, è tutto un esperanto di sigle, numeri, nazionalità. La gente è tosta, poco incline a dare confidenza. La spianata che conduce alla dogana è lunga mezzo chilometro. Lì si gioca il destino dei clandestini, già in area Schengen, ma non ancora in Italia. Camion in fila. Divise dappertutto. Cani antidroga. Si perlustrano cassoni e serbatoi. «Qualche volta accade che escano da soli…». Forse pensano di essere già in salvo o crollano per la paura del viaggio sospesi a mezzo metro dall’asfalto. C’è un uomo con la barba lunga che i poliziotti riaccompagnano verso la nave. Lo hanno beccato.

«SE L’AVESSIMO TROVATO…». Controllore senza nome: «Se l’avessimo trovato, quella notte, gli avremmo salvato la vita». Lui non lo avrebbe mai saputo e di certo non li avrebbe ringraziati. Perché sarebbe stato affidato al comandante e rimandato in Grecia dalla Polizia di Frontiera. Quella sera è accaduto ad altri cinque afghani. Meccanismo che fa discutere e ha indotto le associazioni umanitarie «Tuttiidirittiumanipertutti» a denunciare, a novembre, abusi proprio nel Porto di Venezia. In nome della legge, ma senza concedere agli stranieri un’assistenza e l’informazione sui propri diritti, senza un’identificazione certa o la verifica dell’età.

«LO ABBIAMO UCCISO NOI…». Ma come era arrivato fino a Venezia, Zaher Rezai? Il suo viaggio è cominciato in Iran, perché aveva lasciato Mazar-i Sharif, la sua città, era espatriato qualche anno dopo il massacro dei civili hazara del ’98. Faceva il saldatore. Aveva un livello di cultura molto basso. I genitori erano rimasti laggiù. Lo hanno accertato gli agenti del Reparto Motorizzato dei vigili urbani che stanno conducendo un’indagine scrupolosa e ammirevole con la collaborazione dei servizi sociali del Comune. Zaher è partito con i pochi risparmi in tasca. Un’avventura, tra ogni difficoltà e uomini senza scrupoli. Quando ha saputo la notizia, per telefono, il padre ha voluto sapere il colore dei capelli, degli occhi, le fattezze. E quanto è stato certo che fosse lui ha detto: «Che Dio perdoni me e gli altri, perchè lo abbiamo ucciso con le nostre stesse mani: io e i miei coetanei qui in Afghanistan, che abbiamo creato solo un ambiente di guerra in cui nessuna possibilità è lasciata ai giovani. E perdoni coloro che lo hanno accolto perché hanno fatto in modo che per cercare salvezza si dovesse infilare sotto un camion». Il padre si chiama Mahmut, la madre Zahro. Sono i nomi che Zaher ha indicato quando lo hanno fermato in Grecia. Ma prima di arrivare nell’Egeo, aveva percorso una lunga strada.

LE ROTTE DEI CLANDESTINI. Testimoni hanno rivelato che partire dall’Afghanistan per raggiungere l’Iran costa 300 dollari. Si cammina in campi minati. Da Herat, per tre giorni fra i monti. Da Nimruz, più a sud, solo una notte nel deserto. La “via dei talebani” che porta in Pakistan è invece troppo rischiosa per le etnie del nord. La prima città in Iran è Zabol. Poi il viaggio continua, in auto o camion. Le tariffe arrivano a 3.000 dollari. I rischi sono altissimi. I posti di blocco incombono, gli incidenti pure. Zaher è passato per le terre dei curdi, è entrato in Turchia. Istanbul, poi Smirne. E intanto pregava Dio: «Tu sei un amico incantevole, sei una seta di passione e bellezza».

IL MARE, FINALMENTE. L’Egeo sembra l’ultimo ostacolo. Ma può essere molto più pericoloso di ciò che ci si è lasciati alle spalle. Zaher è passato per Izmir, visto che è stato arrestato il 22 ottobre, a mezzogiorno, a Montamados, dalla Polizia di Lesbo. È l’isola greca più vicina alle coste turche. Qui i clandestini tentano l’attraversata su gommoni che costano fino a 800 dollari a testa. Spesso non reggono le onde. Molti annegati, tanti tornano indietro. Chi ce la fa si ritrova sulla prima delle cento isole dell’arcipelago. Zaher non aveva documenti. Clandestino a tutti gli effetti. A Mitilene gli viene notificato il 24 ottobre un provvedimento di espulsione.

LA CONDANNA ELLENICA. Aveva trenta giorni per lasciare la Grecia. Ma dove andare? Il sogno era l’Europa. Non aveva soldi, viveva alla giornata. È stato arrestato il 3 dicembre. Stavolta è un procuratore di Mitilene a decidere la sua sorte. Non ci sono dichiarazioni a verbale, non servono. Viene affidato alla comunità di accoglienza Teomitor perché ha detto di avere 13 anni e mezzo. Lì si perdono le sue tracce. È fuggito. Sul diario ha scritto: «Giardiniere, apri la porta del giardino: io non sono un ladro di fiori, io stesso mi son fatto rosa…».

PATRASSO, TRA I DISPERATI. Gli spostamenti di Zaher conoscono un’improvvisa accelerazione. Non è facile, dall’Egeo Settentrionale, raggiungere in una settimana Patrasso, individuare la nave, riuscire a salirci. Non c’è traccia del nome di Zaher nell’elenco passeggeri di “Ariadne”. Il porto è il luogo dei derelitti dell’Asia. C’è chi vi rimane per anni, senza riuscire ad imbarcarsi. C’è chi parte e ritorna, respinto. Le testimonianze raccolte sulla spiaggia dal regista afghano Hamed Karim che lavora per il Comune di Venezia sono drammatiche. Ragazzo 1: «Anche se avessi una lettera d’invito di mio fratello in Inghilterra, non mi farebbero passare. Ci trattano così, non abbiamo nessun diritto. L’Europa che cercavamo non è questa». Ragazzo 2: «C’è gente bloccata da anni… due anni della vita di un giovane. E per cosa? Per passare questo mare. Per passare una frontiera. E vedere com’è la situazione». Ragazzo 3: «Una volta ho provato ad imbarcarmi, sono arrivato in Italia ma mi hanno rispedito indietro da Venezia. Sono minorenne, ma non mi hanno chiesto l’età. L’interprete? Non c’era». Altri volti, ma è la storia di Zaher che ricopiava antichi versi: «Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca, che dolore riserva l’attimo dell’attesa».

SETTE CHILOMETRI E MEZZO. Il destino, per Zaher Rezai, sono gli ultimi sette chilometri e mezzo di vita che cominciano in Dogana, dopo lo sbarco. L’Italia è un cartello di benvenuto, le divise che si chinano per scrutare le pance dei Tir. Fermo, zitto. Dentro il suo sogno, verso la morte. Dopo un chilometro il camion è sul Ponte della Libertà. La laguna è fatta di luci riflesse nell’acqua. Ma piove, fa freddo. Chissà se i due pantaloni che si è infilato basteranno. Dopo cinque chilometri e mezzo la rampa di San Giuliano è una specie di gimkana scivolosa, la discesa un vento gelato. Ancora una manciata di vita, fino alla biforcazione di via Orlanda. A destra si va verso l’aeroporto, a sinistra in tangenziale. Zaher muore in quel punto, dove c’è il semaforo e il traffico è costretto a fermarsi o a rallentare. Non sapremo mai se è scivolato o ha cercato di sgusciare fuori dalla trappola. È caduto e le ruote lo hanno maciullato.

CIÒ CHE RIMANE. Tutto ciò che rimane di Zaher è contenuto in un sacchetto trasparente. Un uccellino bianco e nero in plastica, come una specie di rondine. Un leone, una giraffa e un’alce. Un foglio di espulsione dalla Grecia, con la foto di un ragazzo rubicondo, con un grande ciuffo di capelli marroni. Una scheda telefonica. E i fogli di un’agendina (senza copertina), scritti in persiano antico. Alcuni numeri afghani, iraniani e italiani (incompleti). Un paio di schizzi da saldatore. E le parole di una poesia commovente e tristissima: «Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino, ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera».

Pag 9 “O amerò o morirò annegato”. Zaher, il ragazzo poeta ucciso dal tir della speranza di Giorgia Gallina

Tradotti i versi del profugo afgano morto dopo lo sbarco. Un’altra storia: “Io, legato al camion, ce l’ho fatta”

 Venezia – «Tanto ho navigato/ notte e giorno/ sulla barca del tuo amore/ che riuscirò alla fine ad amarti/o morirò annegato ». Sono versi di Zaher Rezai, il ragazzo profugo che la scorsa settimana è stato schiacciato dalle ruote del tir usato per entrare in Italia dopo lo sbarco. Scriveva poesie, Zaher. Lo faceva in continuazione. Forse le ultime le aveva composte aspettando di aggrapparsi sotto la pancia del camion che l’ha involontariamente ucciso quando, sfinito, è caduto ed è stato travolto. La sua sensibilità è un urlo che esce dai fogli di block notes scritti con una calligrafia incerta. La guerra di casa sua non l’aveva mai dimenticata e i ricordi li trasformava in parole scritte con tratti balbettanti. La storia di Zaher, 17 anni, parte dalla sua città, Mazar-i Sharif, che nel 1998 fu teatro di una delle tanti stragi di civili che l’Afghanistan ricordi. Lui dai bombardamenti era uscito vivo, ma non aveva più un posto sicuro dove crescere. Prima di cercare la salvezza lontano dalla sua terra era cresciuto in Iran. Qui faceva il saldatore: lavorava come un adulto, con la speranza però di cambiare un giorno il suo destino. I desideri di Zaher erano forti: voleva una nuova vita. Tra i versi delle sue poesie cercava il coraggio di andare avanti, al di là del mare, dove credeva che il suo diritto all’esistenza fosse garantito. Zaher scriveva di sogni e di speranze. «Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano/ sei come un fiore di primavera – si legge nel taccuino – è dolce il tuo affetto/ amo parlare con te/ Tu sei un amico incantevole/ sei una seta di passione e bellezza ». Frasi d’amore e amicizia, tutto il contrario di ciò da cui Zaher era fuggito e che credeva di poter dimenticare per sempre. I genitori lo avevano lasciato libero, sperando che si fosse ricostruito una vita lontano dal dolore. L’ultima notizia che volevano avere è quella che due giorni fa un ragazzo afghano Hamed Mohamad Karim, rifugiato politico che lavora con le politiche sociali di Venezia – ha comunicato al telefono. A scrivere la parola fine alla triste storia di Zaher è stato suo padre: «Che Dio perdoni me e gli altri, perché lo abbiamo ucciso con le nostre stesse mani: io e i miei coetanei qui in Afghanistan, che abbiamo creato solo un ambiente di guerra in cui nessuna possibilità è lasciata ai giovani, e coloro che lo hanno accolto, perchè hanno fatto in modo che per cercare salvezza si dovesse infilare sotto un camion ». Parole dure e piene di dolore che si sono concluse con una richiesta al connazionale trasferito a Venezia: «Se puoi fammi riavere mio figlio. Ma Karim, fallo con onore altrimenti ti ringraziamo comunque». Una richiesta che lascia trasparire la scala di valori e la cultura di un popolo disposto a rinunciare al cadavere di un figlio in nome e nel rispetto dell’onore di un’altra persona. Karim è poco più grande di Zaher: raccontare la storia di un suo coetaneo che come lui ha provato a scappare dalla guerra gli fa male. Riesce però a lanciare un appello a chi può aiutare il Comune a trasportare in patria la salma di Zaher, nonostante le immense difficoltà economiche e burocratiche che rendono il suo ultimo viaggio pieno di ostacoli come la sua breve vita. Per Zaher il Comune si sta già movendo: domani alle 10.30 l’associazione «Tutti diritti umani di tutti» ha indetto un sit-in all’esterno della Marittima mentre domenica pomeriggio dovrebbe svolgersi una fiaccolata che partirà da via Orlanda – la strada dove ha perso la vita Zaher – per finire sul sagrato della chiesa di Carpenedo. Ma la morte di Zaher ha fatto scattare anche le polemiche. Dure le parole di Sandro Simionato, assessore alle politiche sociali del Comune di Venezia. «Uno dei problemi più gravi che la morte del giovane afghano ha evidenziato è quello della mancanza di collaborazione da parte della polizia che opera nel Porto di Venezia. Lì dentro non sappiamo cosa avviene, perché non possiamo intervenire con i nostri operatori e mediatori linguistici – ha spiegato Simionato – La paura di essere respinti al proprio Paese fa sì che questi ragazzi usino mezzi disperati, come quello di legarsi ad un tir». Pensiero condiviso anche dall’assessore alla Pace, Luana Zanella: «Qualcuno giustamente si vergogna delle leggi razziali imposte dal fascismo, ma la morte di un ragazzo a cui non sono garantiti i diritti umani e la dignità sono un motivo per cui dovremmo vergognarci altrettanto e dobbiamo considerare questi ragazzi come se fossero nostri figli – ha continuato l’assessore – Dobbiamo fare in modo che le leggi nazionali e internazionali, anche se carenti, siano applicate per consentire a questi ragazzi almeno l’accoglienza come rifugiati politici».

 Venezia – Ali e Armed ce l’hanno fatta. Ascoltano in silenzio la storia di Zaher come se fosse la loro: hanno la stessa età, 17 anni. Ali ha usato lo stesso sistema per passare la frontiera e i controlli del Porto di Venezia: sette mesi fa è arrivato aggrappato alla pancia di un Tir dal quale si è staccato solo dopo essere stato sicuro di essere fuori dallo scalo. «Mi sono lasciato cadere a terra pensando di potermi rialzare per scappare a piedi ma quando ho voltato la testa ho visto un camion che mi saliva sopra e poi mi sono ritrovato in ospedale». Perché Ali è stato miracolato: le gomme del Tir gli hanno schiacciato una gamba. Ferite profonde che lo hanno fatto stare in ospedale un mese intero. Prima di arrivare a Venezia aveva già provato a entrare in Italia: ero sbarcato ad Ancona ma quella volta mi avevano trovato e mi hanno rimandato in Grecia. Prima di riprovarci ho aspettato 4 mesi e poi sono ripartito». Ma quella brutta storia sembra quasi dimenticata. Preferisce andare avanti e pensare a quello che lo attende nella sua nuova vita. In Afghanistan ha lasciato la sua famiglia, papà e fratello che sente ogni tanto. «Sono felice», dice Ali sorridendo alla vita. Parla perfettamente l’italiano, solo qualche volta risponde nella sua lingua. Quando si accorge di farlo chiede scusa e ricomincia il racconto. Da quando è arrivato a Venezia vive nella struttura del comune di Mestre. Ogni mattina si alza e va a scuola: «Studio per diventare elettricista, mi piace stare qui. Posso andare a passeggiare con i miei amici, conosco molte persone che mi vogliono bene e che mi hanno regalato la possibilità di avere una nuova giovinezza e un futuro ». Cose che nella sua terra non poteva fare. Di ritornare a casa sua non ne vuole proprio sentire: «E cosa vado a fare. Lì per me non c’è speranza». Armed lo ascolta ma non capisce ancora la nostra lingua. Anche lui però racconta la sua storia usando il suo nuovo amico come traduttore. Ma anche se non parlasse la sua vita gliela si potrebbe leggere negli occhi. Neri e profondi, pieni di tristezza, ma spalancati verso un nuovo mondo. Lui a Venezia è arrivato solo due settimane fa. Per entrare è salito a bordo in un tir con altri ragazzi più grandi di lui. Non si è attaccato sotto a un camion ma si è nascosto tra gli scatoloni.

Il sogno di Zaher. Il giovane afgano morto a Mestreultima modifica: 2008-12-19T18:58:00+01:00da borgosotto
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3 pensieri su “Il sogno di Zaher. Il giovane afgano morto a Mestre

  1. In un giorno profumato di biancospino ho incontrato Zaher.
    Nel bosco di Mestre erano le tracce della sua memoria raccolte e rese visibili da una sensibilità umana.
    Non so se poeta o solo ragazzo, comunque un simbolo. Una speranza di cambiamento in questa nostra società malata, individualista e sul baratro del suo annientamento.

  2. Oggi in quel Bosco con il suo nome, ho visto la scultura a lui dedicata e mi sono fermata e leggere…non conoscevo la sua storia, ma quelle frasi poetiche trovate nel suo diario,mi hanno commosso e fatto vergognare…perchè troppe sono ancora le volte in cui dimentico che altri fratelli nel Mondo, scappano per inseguire il sogno della Libertà, della Rinascita, della Vita fatta di umanità…
    Non lo dimenticherò più perchè in questo Bosco ricorderò sempre che un ragazzo di nome Zaher aveva un Sogno grande come la Vita.

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