Tenda, non farti capanna

di Carlo Ossola

in “Il Sole-24 Ore” del 28 dicembre 2008

Ha osservato Riccardo Chiaberge sul Domenicale («Quei vescovi banditi da Oxford», 14 dicembre 2008) che nel Junior Dictionary inglese – non meno che nel Dizionario di base della lingua italiana di Tullio De Mauro – sono stati omessi termini come Aisle (navata) o Abbey (abbazia), tutto un lessico «indispensabile se non per essere buoni cristiani, quanto meno per capire l’arte di Michelangelo e di Caravaggio». Togliete le parole e un po’ per volta le cose non si vedranno più, non nominabili diverranno invisitabili, poi invisibili, infine distrutte. La china si fa più ripida se a essa contribuiscono, in maniera anche più consistente, proprio coloro che quelle parole dovrebbero custodire, amare, far crescere, proteggere. Ho qui davanti a me, percorsa con trepidazione, poi con perplessità e ora con disincanto, la «Nuova versione Cei» della Bibbia, quella che dovrebbe rivelare al popolo italiano i tesori di sapienza dell’Antico e del Nuovo Testamento.

I molti volgarizzamenti dei Testi sacri hanno, per fortuna, creato nella memoria e nella liturgia un sostrato consolidato, difficilmente scalfibile: sicché si può dire che nelle parti più narrative il testo biblico sembra scorrere come sempre, offrendoci la storia di un popolo in cammino verso la terra promessa e verso la salvezza. Purtroppo i guai cominciano là dove si altera la sapienza della Settanta (testo greco) o della Vulgata (testo latino), che avevan calibrato con misura e coscienza di teologia e di storia la difficile dicibilità della Rivelazione divina. Tra le tante dissonanze che si sono presentate alla lettura, non prenderò che una sola nota, emblematica e per la solennità del contesto e per la centralità nell’economia dell’Annuncio: si tratta della pericope che descrive, nei Vangeli sinottici, la Trasfigurazione (Matteo, XVII, 1-9; Marco, IX, 2-8; Luca, IX, 28-36), la gloria di Gesù, lo stupore ammirato degli apostoli. La conclusione, in tutti e tre i testi – come oggi sono tradotti -, è così ricapitolata nelle parole di Pietro: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Tre capanne? Tutte le versioni precedenti dicevano: «Facciamo tre tende», [greco: skēnas treīs; latino: tria tabernacula, cioè appunto «tre tende»]. Tre tende leggere, di chi è in viaggio e in cammino, tende di deserto e di preghiera (tabernacula). Ora, forse per un omaggio alle radici ebraiche, divengono ben costrutte «capanne».Se anche alle lontane origini così fosse la terminologia ebraica, dove è finita la coscienza storica della Tradizione cristiana che da duemila anni si è nutrita del greco della Settanta e della

Vulgata di Girolamo? Dove la fedeltà a un Cristo che dice di essere Alfa e Omega, principio e fine (non solo lontano principio) della Storia, attraversandola tutta, riscattandola tutta sino all’ultimo dei giorni e delle parole? Questa traduzione non solo “fa retrocedere” l’Evangelo alla matrice ebraica, ma lo fissa nell’origine non diversamente da quanto si fa, da parte islamica, per il Corano. E non solo è “regressiva”, siffatta traduzione, ma essa entra in smaccato contrasto con il cuore stesso teologico non solo del Cristianesimo, ma persino dell’Antico Testamento, ove leggiamo, anche nella nuova traduzione (i traduttori evidentemente non si sono parlati, non hanno usato il computer per le concordanze, pur facili ormai, creando tremende cacofonie di senso): «Quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola di Dio: “Va’ e di’ a Davide, mio servo: Così dice il Signore: Non mi costruirai tu una casa per la mia dimora. Io infatti non ho abitato in una casa da quando ho fatto salire Israele [ma in realtà è: uscire Israele dall’Egitto] fino a oggi. Io passai da una tenda all’altra e da un padiglione all’altro”» (1 Cronache, XVII, 3-6). Mai Yahvé ha voluto una capanna, o «una casa di cedro»; quando infine il Tempio è stato costruito, esso è stato per sempre distrutto, perché Dio abita nel vento leggero, non qui o altrove ma si fa adorare «in spirito e verità». E ora ci tocca di leggere che gli eredi di quel Dio di deserto e di esilio, di tende e padiglioni e tabernacoli, di cammino e di rugiada, vogliono costruire, pionieri del Far West, tre solide «capanne»! E non solo Yahvé, ma Gesù stesso non ha mai detto: «Io sono la dimora, la verità e la vita», bensì: «Io sono la via, la verità e la vita»: la via, la tenda, la sosta, il cielo. Almeno ci si potesse consolare pensando che i Nuovi Cristiani ammiccano alla «festa delle Capanne» (sukot) di cui parla – retrocedendo sempre più all’origine- il Deuteronomio: «Celebrerai la festa delle capanne per sette giorni, quando raccoglierai il prodotto della tua aia e del tuo torchio; gioirai in questa tua festa, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava e il levita, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue città.

Celebrerai la festa per sette giorni per il Signore tuo Dio, nel luogo che avrà scelto il Signore, perché il Signore tuo Dio ti benedirà in tutto il tuo raccolto e in tutto il lavoro delle tue mani e tu sarai contento» (XVI, 13-15).

Ma, ormai, anche la migliore tradizione ebraica non è più ferma alle «capanne»: nella diaspora ha appreso la lingua del dolore, il peso della terra, ha coltivato lo slancio della speranza, la comunione nel riparo lieve della tenda: «frei- / werdende Zeltwort: // Mitsammen» (la «parola liberata, svettante / a tenda: // Insieme»: Paul Celan, Anabasis, da Die Niemandsrose,1963).

Ecco, mentre il poeta della diaspora, testimone della Shoah, ci invita a «salire / nel cuore luminoso del futuro» («in die herzhelle Zukunft»), noi configgiamo il candido elevarsi della Trasfigurazione nel gravame oscuro delle capanne!

Tenda, non farti capannaultima modifica: 2008-12-29T11:08:29+01:00da borgosotto
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