Essere felici in tempi di crisi

LA REPUBBLICA di domenica 28 dicembre 2008, Pag 1

di Ilvo Diamanti

Chissà cosa induce gli italiani, in un’epoca tanto grigia, a dirsi felici. Eppure nove persone su dieci – l’86%, per essere precisi – a uno specifico quesito posto da un recente sondaggio di Demos (novembre 2008) rispondono così. Si dichiarano, cioè, molto o abbastanza “felici”. Nella stessa indagine, peraltro, gran parte degli intervistati si dice pessimista verso il futuro dell’economia nazionale, circa il reddito e il lavoro personale. Si dichiara, inoltre, delusa dalla politica e lontana dalle istituzioni. Gli italiani. Hanno ridotto i consumi: quelli alimentari e ancor di più le spese per l’abbigliamento. Escono meno di casa, vanno al ristorante e perfino in pizzeria molto più di rado. Rispetto all’anno scorso, i consumi, nel periodo natalizio, sono scesi del 20%, secondo le Associazioni dei consumatori. Eppure si dicono felici. Più ancora degli ultimi anni. Senza troppe differenze dal punto di vista anagrafico, sociale e territoriale. Si sentono felici gli uomini e le donne. I giovani (e soprattutto i giovanissimi) ma anche gli anziani. Gli operai, gli imprenditori e i pensionati (unica, comprensibile eccezione: i disoccupati). Nel Nord, nel Centro e ancor più nel Sud. I cattolici praticanti, non praticanti ma anche gli atei e gli agnostici. Si sentono felici quelli di destra, di centro e di sinistra. Democratici, dipietristi, berlusconiani e (un po’ meno) leghisti. Nonostante il mondo ostile, le prospettive difficili. Nonostante sia cresciuta la diffidenza nei confronti degli altri. Nonostante l’ambiente degradato, le città inospitali. Nonostante tutto e tutti: siamo felici. Abbastanza, almeno. E la maggioranza degli italiani si dice, inoltre, soddisfatta del governo e del Presidente del Consiglio. Solo Napolitano riscuote più fiducia di lui. (Chissà che invidia…). Anche se (o forse proprio perché) Silvio III – contrariamente al I e al II – ha rinunciato a predicare ottimismo. Al contrario, annuncia – lui per primo – un futuro difficile, incalzato dal suo superministro economico, Tremonti. Inutile attendersi miracoli. Al massimo qualche consiglio (e qualche “buono”) per gli acquisti, per sostenere i consumi che calano. Silvio III, l’imprenditore, predica il ritorno dello Stato Protettore. E dedica un’attenzione quasi ossessiva nei confronti dei media, soprattutto della tivù. Che parla troppo di crisi. E parlare di crisi genera crisi. Parlare di sfiducia genera sfiducia. Silvio III, il mago della comunicazione, lo sa bene. In passato, quand’era esiliato all’opposizione, ha sperimentato la strategia della sfiducia mediatica. Ne ha verificato l’effetto e l’efficacia ai danni dei governi di centrosinistra. Ovvio che oggi, dopo essere tornato al comando, tema che l’inquietudine dai media si trasmetta agli italiani. I quali, nove su dieci, si dicono felici. Ma perché? Come possiamo sentirci felici se il mondo congiura contro di noi? Proprio per questo, vorremmo dire. Tanto più per questo. Perché ci sentiamo assediati. Per cui, più ancora che in passato, cerchiamo sicurezza e felicità nella cerchia degli affetti e degli amici. Ma soprattutto: in famiglia. Da sempre, in Italia, al centro di tutto. E oggi più che mai – dicono i sondaggi. Anche se è cambiata e sta cambiando in fretta, la famiglia resta il gancio a cui attaccarsi nelle difficoltà: per i più giovani e i più anziani (magari con l’aiuto di una badante). Il rifugio. D’altronde, il tempo trascorso in casa si è allargato in modo rilevante nel corso di questa crisi. La quota di persone che festeggerà Capodanno fra le mura domestiche sembra destinata a crescere notevolmente, secondo i sondaggi. Senza eccessivi sacrifici, peraltro. Anni e anni passati davanti alla tivù a guardare – a ogni ora del giorno e della notte – cuochi e cuoche, gastronomi e sommelier mentre preparano ogni bendiddio hanno convinto la casalinga e il professionista, l’operaio e l’impiegata, il pensionato e l’imprenditore che Vissani è fra noi. Uno di noi. Come noi. E noi lo possiamo emulare. Se lo fanno Vespa e la Clerici… Negli ultimi vent’anni, d’altronde, si sono diffusi e consolidati stili di vita e di consumo caratterizzati dalla ricerca del gusto e del piacere. La crisi li ha ridefiniti, non vanificati. Gli italiani (gran parte di essi) hanno, invece, modificato le loro strategie di spesa e oggi praticano un consumo selettivo e intermittente. Vanno all’hard-discount per la spesa quotidiana, ma non rinunciano al cibo e alla bottiglia di qualità. Più in generale, al prodotto (e al ristorante) raffinato. Anche se escono di casa – e nel complesso spendono – molto meno. Per citare il filosofo Gilles Lipovetsky, cercano la felicità nell’iperconsumo. Anzi: nell'”iperconsumerismo”. Perché consumano meno, ma in modo consapevole, attenti al prezzo, come alla qualità e alla provenienza (come mostra Luigi Ceccarini nel saggio “Consumare con impegno”, pubblicato da Laterza). Gli italiani. Delusi dalla politica. In maggioranza si rivolgono all’impolitica (impersonata efficacemente da Silvio III). In minoranza, quelli di sinistra, scoraggiati dai loro partiti e dai loro leader: non sanno dove guardare. Tutti, però, rivogliono lo Stato, anche se ne diffidano. Così, per alleggerire il peso opprimente del futuro, investono sul presente immediato. Affidano ai consumi la loro domanda di gratificazione personale. Per difendersi dagli “altri”, trasformano i confini della famiglia – ma anche delle reti amicali – in barriere invalicabili. Dove rifugiarsi: da soli, con i nostri cari, i nostri pari, i nostri affetti, gli amici di tutti i giorni. Insieme a quelli che la pensano come noi, con cui condividiamo le stesse ansie, le stesse passioni, gli stessi nemici… E se il mondo è divenuto troppo grande (e insicuro), per reazione noi ci sentiamo più felici. Nel nostro piccolo.

Essere felici in tempi di crisiultima modifica: 2008-12-30T21:15:00+01:00da borgosotto
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