Maria incinta di Gesù di Gianfranco Ravasi

Fonte: L’Osservatore Romano di giovedì 25 dicembre 2008

Mistero e sacralità del concepimento

!cid_014701c3c88f$5c2960c0$3474fea9@Scolasticato.jpgC’è un bellissimo proverbio dei Berberi, popolazione discendente dagli antichi Egizi e stanziata nelle regioni montuose dell’Algeria e del Marocco, che afferma: «Se una madre ha nel ventre il figlio, il suo corpo è come una tenda quando nel deserto soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Tutte le grandi culture e le più modeste hanno sempre celebrato con rispetto e amore la gestazione. Si legga, solo per fare un esempio a noi vicino, la stupenda strofa del Salmo 139 che canta la misteriosa azione di Dio che sta «tessendo» e «impastando» la creatura umana all’interno del grembo della madre, realizzando così un vero capolavoro: «Sei tu che hai creato i  miei reni, mi hai intessuto nel grembo di mia madre. Ti ringrazio perché con atti miracolosi mi hai fatto meraviglioso. Il mio scheletro non ti era nascosto quando fui plasmato nel segreto, ricamato nelle profondità della terra. Anche l’embrione i tuoi occhi l’hanno visto e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni, già formati prima ancora che ne esistesse uno solo» (13-16). Le immagini sono quelle del tessitore e del vasaio: talora nell’arte egizia si raffigura nel grembo della donna incinta un tornio, simbolo del dio Khnum, il creatore. Giobbe, in un’altra strofa di grande suggestione, immagina che Dio sia nel grembo della madre – oltre che tessitore e vasaio – come un pastore che sta impastando una forma di cacio: «Sono state le tue mani a plasmarmi e a modellarmi in tutto il mio profilo (…) Come argilla mi hai maneggiato (…) Non mi hai forse colato come latte e fatto cagliare come cacio? Non mi hai rivestito di pelle e di carne, non mi hai intessuto di ossa e di tendini?» (10, 8-11). Secondo la curiosa scienza medica del tempo si riteneva che l’embrione fosse la semplice coagulazione del seme maschile, favorita dal mestruo della donna: tra l’altro, si deve notare che l’ovulo femminile verrà  identificato solo nel 1827 da Karl Ernst von Baer. Il libro biblico della Sapienza, infatti, mette in bocca a Salomone queste parole: «Fui formato di carne nel seno d’una madre, durante dieci mesi (lunari), consolidato nel sangue mestruale, frutto del seme d’un uomo e del piacere compagno del sonno» (7, 1-2). Ma c’è qualcosa di più nella Bibbia: Dio chiama il feto non solo a essere creatura umana ma anche a una vocazione, a un destino, a una meta che l’esistenza dovrà poi attuare. Quante volte si ripete che Isacco, Sansone, Samuele, Isaia, Geremia, lo stesso Israele, il Servo del Signore, il Battista, Paolo e così via sono stati chiamati da Dio fin dal «seno materno». Per tutti citiamo un passo del racconto della vocazione di Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni!» (1, 5). Un padre della Chiesa di Cappadocia in Turchia, Gregorio di Nissa, fratello di san Basilio, vissuto nel iv secolo esclamava: «Il modo con cui l’uomo viene al mondo è inspiegabile e inaccessibile alla nostra comprensione. Come infatti il seme umano, questa sostanza umida, informe e fluida può solidificarsi divenendo una testa, gambe e costole, come può formare il cervello tenero e molle e la cassa ossea così dura e resistente che lo racchiude, come può in una parola produrre questo insieme così complesso che è il corpo? Il seme, prima informe, si organizza e cresce sotto l’effetto dell’arte ineffabile di Dio» (Patrologia Graeca, 46, 667). D’altronde, come si è detto, questa specie di sacralità del feto e del grembo materno è celebrata da tutti i popoli. Basta solo come esempio quanto è scritto nel celebre poema babilonese della creazione, l’Enuma Elish, nella vi tavoletta: «Il dio Marduk decise di creare un capolavoro. Voglio dire un reticolo di sangue, formare un’ossatura e suscitare un essere il cui nome sarà: Uomo. Sì, voglio creare un essere umano, un uomo!». Se ogni sbocciare della vita umana è un evento mirabile, se ogni esperienza di madre è straordinaria, unica è però l’«attesa» della donna di cui ora vorremmo parlare alle soglie del Natale, quella di Maria di Nazaret, incinta di Gesù. San Paolo, nell’unica menzione che ci offre della figura di Maria nei suoi scritti, la presenta semplicemente come madre del Cristo, «Figlio di Dio nato da donna, nato sotto la legge» (Galati, 4, 4). E non ci sarà nessun imbarazzo nell’arte cristiana, soprattutto nelle miniature dei libri d’ore, a raffigurare Maria gravida col ventre ormai ingrossato, mentre la Chiesa etiopica in un genere di inni detto malkee (effigie) esalta le parti del corpo di Maria, sulla scia dei ritratti della sposa presenti nel Cantico dei cantici (4 e 7), arrivando a identificare fino a 52 organi e benedicendo soprattutto il grembo che ha portato Gesù. Per Maria, come è noto dal Vangelo di Luca, tutto era iniziato in quel giorno in cui nel modesto villaggio di Nazaret ella aveva avuto un’esperienza eccezionale: è quella che si è soliti chiamare Annunciazione, una scena divenuta uno dei modelli più luminosi dell’arte cristiana. L’immaginazione di tutti corre, credo, in modo spontaneo all’intatto splendore dell’Annunciazione del Beato Angelico nel Convento di San Marco a Firenze. Noi, invece, immaginiamo ora di entrare nella Nazaret antica, il cuore dell’attuale città della Galilea. Allora essa era un villaggio insignificante e semitroglodita: infatti le povere case erano per buona parte addossate a grotte che fungevano da dispensa, da soggiorno estivo invernale, da camera per ospiti. Ora i pellegrini vedono incombere su Nazaret la mole della basilica francescana progettata dall’architetto italiano Giovanni Muzio e inaugurata nel 1969. Ma questo edificio, come è noto, ingloba nel suo interno non solo le reliquie dei precedenti edifici bizantini e crociati ma anche una grotta che fin dalle origini cristiane era stata una sorta di sinagoga-chiesa giudeo-cristiana gestita dai cosiddetti «fratelli del Signore», cioè i membri della sua parentela e del suo clan. Contadini e gente modesta, essi avevano però conservato il ricordo vivo e ininterrotto della residenza di Maria. Ed è su queste pareti molto umili che è stata trovata quella che potremmo definire come la prima Ave Maria. Ascoltiamo la testimonianza dello stesso scopritore, il francescano Bellarmino Bagatti, famoso archeologo, scomparso nel 1990: «Nell’intonaco dell’edificio-sinagoga si trovò un’iscrizione in caratteri greci. Essa recava in alto le lettere greche XE e, sotto, MAPIA. È ovvio riferirsi alle parole greche che il Vangelo di Luca mette in bocca all’angelo annunziatore: Cháire Maria (Ave Maria). L’ignoto autore di quell’iscrizione aveva insomma voluto ripetere il gentile saluto. Nell’intonaco di una colonna si è trovata quest’altra iscrizione: «In questo santo luogo di M(aria) ha scritto». Nell’intonaco di un’altra pietra, che contiene molti graffiti, ce n’è uno in armeno, nel quale si legge la parola keganuish, la quale è il titolo «bella ragazza» che gli armeni sogliono dare a Maria. Nella stessa casa di Maria si praticava il culto di lei fin dalle origini della Chiesa, perché lì essa era stata scelta a «madre di Cristo». Sullo sfondo di questa grotta che aveva accanto a sé una povera residenza la «bella ragazza» Maria riceve quell’annunzio assolutamente sorprendente: «Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (…) Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Luca, 1, 32-33.35). Le parole che l’angelo pronunzia assomigliano a un piccolo Credo che offre una perfetta definizione dell’identità del Cristo. Egli è il Grande in assoluto, re eterno, discendente davidico, Figlio dell’Altissimo e Figlio di Dio, il Santo per eccellenza. Non siamo di fronte, dunque, al pur mirabile mistero di ogni nascita umana ma a qualcosa di assoluto e di supremo, che non fiorisce dalle normali vicende della concezione e della procreazione. È per questo che il racconto lucano insiste sulla verginità di Maria: «Non conosco uomo», essa risponde all’angelo. Più che all’intenzione di conservare la verginità anche durante il matrimonio come voto, come voleva l’interpretazione di alcuni Padri della Chiesa, questa frase rimanda al mistero che l’evangelista vuole esaltare. Gesù non nasce dalla carne e dal sangue ma dallo Spirito Santo. Pur percorrendo la via biologica dell’embrione, del feto e del neonato, egli non è concepito dal seme di Giuseppe ma dall’ingresso di Dio stesso, attraverso il suo Spirito fecondatore, nel grembo di Maria che Luca compara all’arca dell’alleanza di Sion. Infatti, nell’originale greco abbiamo kecharitoméne, che è un participio passivo «teologico», cioè avente come soggetto sottinteso Dio: Maria è stata pervasa dalla grazia divina che risplende nel Figlio Gesù, la presenza perfetta di Dio tra gli uomini. Di fronte allo sconcerto di Maria e alla sua esitazione, san Bernardo costruisce una deliziosa meditazione: «L’angelo aspetta la tua risposta, o Maria! Stiamo aspettando anche noi, o Signora, questo tuo dono che è dono di Dio. Sta nelle tue mani il prezzo del nostro riscatto. Rispondi presto, o Vergine, pronuncia, o Signora, la parola che terra e inferi e persino il cielo aspettano. Apri dunque, o Vergine beata, il tuo cuore alla fede, le tue labbra alla parola, il tuo seno al Creatore. Ecco, colui che è il desiderio di tutte le genti, sta fuori e bussa alla tua porta (…)  Alzati, corri, apri! Alzati con la tua fede, corri col tuo affetto, apri col tuo consenso». L’esegeta americano Raymond Edward Brown nel suo saggio sulla Nascita del Messia (edizioni Cittadella) mette giustamente a confronto le due annunciazioni parallele, quella a Elisabetta per la nascita del Battista e quella a Maria, e conclude: «Nell’annunciazione della nascita di Giovanni Battista ci troviamo di fronte a un ardente desiderio e a una preghiera da parte dei genitori che sentono molto la mancanza di un figlio; siccome, però, Maria è una vergine che non è ancora andata a vivere con il proprio marito, non esiste da parte sua ardente desiderio o umana attesa di avere un figlio: si tratta della sorpresa della donazione. Non si ha più a che fare con la supplica da parte dell’uomo e il generoso esaudimento da parte di Dio: qui ci troviamo davanti all’iniziativa di Dio che oltrepassa qualsiasi cosa sognata da uomo o da donna». Per un momento lasciamo il testo evangelico e inoltriamoci nel mondo della pietà popolare dei primi secoli, rappresentato soprattutto dai cosiddetti Vangeli apocrifi, espressione di fede e di folclore, di storia e di fantasia. Scegliamo il testo più famoso, il Protovangelo di Giacomo (ma sarebbe meglio chiamarlo La Natività di Maria), scoperto da un umanista francese, Guglielmo Postel, morto nel 1582, opera da collocare già nel ii secolo. L’annunciazione a Maria viene descritta in due tappe: la prima alla fontana del villaggio, che ancor oggi è indicata a Nazaret e la cui sorgente è all’interno dell’attuale chiesa ortodossa di San Gabriele; la seconda all’interno della sua abitazione. Leggiamo la narrazione: «Presa la brocca, Maria uscì ad attingere acqua. Ecco all’improvviso una voce: Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te, benedetta fra le donne! Maria guardava intorno, a destra e a sinistra, per scoprire donde veniva la voce. Tutta tremante, tornò a casa, posò la brocca, prese la porpora, si sedette su uno sgabello e si mise a filare. Ma ecco un angelo del Signore davanti a lei: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia davanti al Signore di tutte le cose. Tu concepirai per la sua parola! Udendo ciò, Maria restò perplessa, pensando: Dovrò io concepire per opera del Signore Dio vivente e poi partorire come ogni altra donna? Ma l’angelo del Signore le disse: Non così, Maria! Ti coprirà, infatti, con la sua ombra la potenza del Signore. Perciò l’essere santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio dell’Altissimo». Ritornando al testo evangelico di Luca, Maria, in seguito alla sua accettazione, espressa con la formula solenne: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Luca, 1, 38), diventa incinta di Gesù. La liturgia cristiana, collocando convenzionalmente la nascita di Cristo il 25 dicembre, sovrapponendola alla festa pagana del dio Sole, ha retrodatato secondo i regolari nove mesi di gestazione l’annunciazione a Maria, datandola al 25 marzo. Questa solennità, che giustamente è definita dalla liturgia «festa del Signore», apparve nel vi secolo in Asia Minore e fu accolta anche a Roma da Papa Sergio (687-701). Famoso è il suo bel prefazio ancor oggi usato, ispirato – pare – all’antica liturgia ispanica: «All’annunzio dell’angelo la Vergine accolse nella fede la tua parola e per l’azione misteriosa dello Spirito Santo concepì e con ineffabile amore portò in grembo il primogenito della nuova umanità». Ma questa improvvisa e sorprendente maternità di Maria creò sconcerto anche in un’altra persona, il promesso sposo Giuseppe. Nella prassi matrimoniale ebraica antica il fidanzamento era considerato a tutti gli effetti il primo atto del matrimonio stesso. A segnalarci questo sconcerto è l’evangelista Matteo che ci narra l’annunciazione a Giuseppe. Di fronte al desiderio di Giuseppe di «ripudiare» – sia pure senza un processo pubblico e col relativo atto ufficiale di ripudio – Maria incinta (per reazione umana o per rispetto di fronte al mistero che si compiva in lei? Il testo matteano può essere interpretato in entrambi i modi), l’angelo Gabriele invita lo sposo promesso di Maria a completare la prassi matrimoniale e a divenire il padre legale di Gesù: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù» (1, 20-21). Molto più pittoresca è, invece, la relazione che gli apocrifi fanno della reazione di Giuseppe di fronte alla scoperta della gravidanza di Maria. Lasciamo ancora la parola al Protovangelo di Giacomo: «Maria era ormai al sesto mese. Giuseppe, tornato a casa dal lavoro, la vide incinta. Allora si schiaffeggiò la faccia, si gettò a terra su un sacco, pianse amaramente e disse: Come farò a guardare e pregare il Signore per lei? L’ho ricevuta vergine dal tempio del Signore e non l’ho custodita! Chi l’ha insidiata? Chi ha commesso questa disonestà in casa mia contaminandola? Giuseppe si alzò dal sacco, chiamò Maria e le disse: Prediletta da Dio, perché hai fatto questo e ti sei dimenticata del Signore tuo Dio? Perché hai avvilito l’anima tua, tu che sei stata allevata nel Santo dei Santi e ricevevi il cibo dalla mano di un angelo? Maria si mise a piangere amaramente: Io sono pura, non conosco uomo! E Giuseppe: Da che parte viene, allora, quello che hai nel ventre? Maria rispose: Quanto è vero il Dio vivente, questo che è in me non so donde sia!». Confortato dall’angelo, Giuseppe è però costretto dai sacerdoti a sottoporre Maria a una specie di ordalia, detta «della gelosia», e descritta nel capitolo 5 del libro biblico dei Numeri. Essa consisteva nel bere una pozione, chiamata «acqua della prova», che avrebbe rivelato il peccato, facendo morire l’adultera. Maria, sottoposta a questa verifica rituale, ne esce sana e salva. Più aspra e sarcastica sarà, invece, la reazione del mondo giudaico dei primi tempi cristiani nei confronti della concezione verginale di Maria. La testimonianza che abbiamo al riguardo è particolarmente complessa. Essa ci proviene da un autore cristiano, Origene, che cita polemicamente il filosofo platonico del ii secolo, Celso, il quale nella sua opera Dottrina verace presentava a sua volta le argomentazioni di un giudeo ostile al cristianesimo. Ora, una delle accuse riguarda proprio «la storia della nascita di Gesù da una vergine». In realtà, stando sempre al giudeo di Celso, le cose sarebbero andate ben diversamente: «Gesù era originario di un villaggio della Giudea e aveva avuto per madre una povera indigena che si guadagnava da vivere filando. Accusata di adulterio, perché resa incinta da un certo soldato di nome Panthera, fu scacciata da suo marito, un artigiano. Errando in modo miserevole, dette alla luce di nascosto Gesù. Costui, cresciuto, spinto dalla povertà, andò in Egitto a lavorare; qui apprese alcune di quelle arti segrete per cui gli Egiziani sono celebri, ritornò dai suoi tutto fiero per le arti apprese e grazie ad esse si autoproclamò Dio» (Contro Celso, 1, 28.32). Effettivamente alcuni rabbini dei primi anni del secondo secolo chiamano Gesù «figlio di Panthera», una tradizione che continuerà nel giudaismo fino al Medioevo quando nell’opera Generazioni di Gesù si dichiarerà «Giuseppe Pandera» padre di Gesù. Non è da escludere che questo nome «Panthera» non sia che una deformazione della parola greca parthènos, «vergine», che i cristiani applicavano a Maria. Si confermava così, sia pure indirettamente, la dottrina cristiana della verginità di Maria, considerata come un dato comune nella Chiesa delle origini. Una curiosa testimonianza indiretta ci è offerta anche da una frase del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, passibile di una duplice lettura, stando ai testi antichi che ce l’hanno trasmesso. Una prima lettura suona così: i figli di Dio, che credono in Cristo, «non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Giovanni, 1, 13). Un’altra lettura, che è attestata anche dai Padri della Chiesa del ii secolo, legge al singolare la frase così da trasformarla in una professione di fede nella concezione verginale di Cristo, «il quale non da sangue – in greco si ha il plurale «sangui» – né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio fu generato». Il plurale «sangui» si spiegherebbe secondo le leggi levitiche della purificazione della donna (Levitico, 12, 4.7; 20, 18). Sta di fatto, comunque, che la frase così letta dichiarerebbe esplicitamente che il figlio di Maria è «l’Unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità», come ancora si legge nel prologo giovanneo (1, 14), e non giunto a noi attraverso i processi genetici umani. Se, però, si volesse tentare una strada di taglio «comparativistico», considerando la verginità di Maria come un reperto mitologico desunto da qualche altro orizzonte storico-culturale, al di là delle varianti strutturali e tematiche, varrebbe sempre la considerazione che l’allora teologo Joseph Ratzinger proponeva nella sua famosa Introduzione al cristianesimo: «Le leggende extrabibliche di questo tipo sono profondamente diverse dal racconto della nascita di Gesù, sia nel loro vocabolario sia nella loro morfologia concettuale. La divergenza centrale sta nel fatto che, nei testi pagani, la divinità appare quasi sempre come una potenza fecondatrice, generatrice, ossia sotto un aspetto più o meno sessuale, e quindi in veste di ‘padre’ in senso fisico del bimbo redentore. Nulla di tutto ciò nel Nuovo Testamento: la concezione di Gesù è una nuova realtà, non una generazione da parte di Dio. Pertanto, Dio non diventa suppergiù il padre biologico di Gesù». Oltre alla demitizzazione c’è, dunque, una dematerializzazione da introdurre per comprendere correttamente l’originalità dell’evento della generazione di Cristo. Ma ritorniamo ai mesi dell’attesa di Maria. Luca ci offre un episodio, quello della visita di Maria alla cugina Elisabetta anch’essa incinta, in cui riappare il mistero di ciò che sta germogliando nel grembo della madre di Gesù. La narrazione ha come sfondo «la montagna e una città di Giuda» anonima, che però la tradizione bizantina e crociata ha voluto identificare con Ain Karim («sorgente della vigna»), un delizioso villaggio ormai aggregato a Gerusalemme. Esso è ora dominato dal santuario francescano della Visitazione, eretto nel 1939, nel cui cortile esterno è riprodotto, su maioliche in decine e decine di lingue diverse, il canto di Maria, il Magnificat. Ma sono le parole di Elisabetta a esaltare la gestazione di Maria. Infatti, se è vero che il bimbo di Elisabetta, il futuro Giovanni Battista, «esulta di gioia nel suo grembo» appena udita la voce di Maria, la benedizione più solenne è riservata alla «madre del Signore»: «Benedetta tu tra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Si tratta di una frase modellata sull’Antico Testamento, ed entrata poi nella più celebre e costante preghiera mariana, l’Ave Maria. Tutta la prima Alleanza incarnata dal Battista, l’ultimo dei profeti, si rivolge al Figlio di Dio e a sua madre accogliendoli con amore e gioia. Maria resta circa tre mesi dalla cugina, fino alla nascita di Giovanni e poi ritorna a casa sua (cfr. Luca, 1, 56). Ormai anche per lei si avvicina progressivamente il grande momento del parto. L’evangelista, infatti, ci aveva ricordato che Maria aveva ricevuto l’annunciazione «nel sesto mese» dalla concezione del Battista. Quando le ultime settimane stanno per scadere, ecco l’incubo del censimento di Quirinio. Lasciamo ancora la parola a Luca: «Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo» (2, 4-7). Gli apocrifi non si accontentano della sobrietà asciutta del racconto evangelico e quei particolari momenti li vogliono seguire con maggior colore e fantasia. Ecco come il citato Protovangelo di Giacomo descrive quel viaggio (a cui partecipa anche un figlio avuto da Giuseppe, vedovo di un precedente ipotetico matrimonio): «Giuseppe sellò l’asino e vi fece sedere Maria. Il figlio di lui tirava la bestia e Giuseppe li accompagnava. Giunti a tre miglia da Betlemme, Giuseppe si voltò e la vide triste. Disse tra sé: Ormai è ciò che è in lei a crearle travaglio. Ma, voltatosi poco dopo, vide che rideva. Le chiese: Cos’hai, Maria, che vedo il tuo viso ora sorridente ora triste? Rispose: È perché io vedo coi miei occhi due popoli: uno piange e fa cordoglio, mentre l’altro è pieno di gioia ed esulta. Giunti a metà strada, Maria disse a Giuseppe: Calami giù dall’asino perché colui che è in me ha fretta di venire fuori. Egli la calò giù e le disse: Dove posso condurti per mettere al riparo il pudore? Il luogo, infatti, è deserto. Trovò però una grotta, ve la condusse e lasciò presso di lei suo figlio e corse a cercare un’ostetrica nella regione di Betlemme». E da questo momento in avanti comincia per questo autore ignoto del ii secolo una sfilata di prodigi che accompagneranno la nascita del Cristo. Noi ci fermiamo qui davanti a Maria, alle soglie del parto, di quel momento in cui, come dirà Gesù nell’ultima sera della sua vita terrena, «la partoriente è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bimbo, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Giovanni, 16, 21). Lo zelo di alcuni scrittori cristiani antichi e di alcuni mariologi aveva negato a Maria le doglie del parto, considerate frutto del peccato originale.  In realtà nel testo della Genesi, come altrove nella Bibbia, le doglie sono usate come simbolo per indicare piuttosto la frattura che il peccato ha introdotto nell’armonia dell’amore di coppia e nella stessa generazione. L’esperienza della gestazione e di quei dolori, come dice Gesù, in realtà dona una ricchezza particolare alla donna. Una ricchezza che in Maria raggiunse l’ineffabile. Un’esperienza che solo Maria poté assaporare e che noi possiamo soltanto immaginare. Una maternità che sorprendentemente lo scrittore e fìlosofo ateo francese Jean-Paul Sartre ha ben rappresentato anche sotto l’aspetto «psicologico» nel suo primo testo teatrale, Bariona o il figlio del tuono, composto per il Natale del 1940 nello Stalag xiiD nazista di Treviri, dove era stato internato. Scrive infatti: «Maria avverte nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo bambino, ed è Dio. Lo guarda e pensa: Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatto di me. Ha i miei occhi. La forma della sua bocca è la forma della mia. M’assomiglia. Nessuna donna ha mai potuto avere in questo modo il suo Dio per sé sola. Un Dio bambino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci. Un Dio caldo che sorride e respira. Un Dio che si può toccare e che ride».

Maria incinta di Gesù di Gianfranco Ravasiultima modifica: 2008-12-30T21:08:00+01:00da borgosotto
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3 pensieri su “Maria incinta di Gesù di Gianfranco Ravasi

  1. Giovangualberto Ceri
    E-mail: giovangualberto@tiscali.it

    Firenze, Festa della Natività, A.D. 2009.
    LETTERA AUTOBIOGRAFICA APERTA .
    Cfr. BLOG di “Nuova Agenzia Radicale su Monsignor E. BARTOLETTI”.

    TITOLO
    Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12).

    Gentili Signore e Signori,
    il tema da me affrontato è assai complesso e perciò ho dovuto dividere questa mia lettera autobiografico-dantesca in tre distinte parti.
    La prima esporrà in modo succinto il nuovo senso, da me scoperto, del nono Cielo acqueo, cristallino e di Maria, o Primo Mobile, evidenziando quei punti salienti rimasti fino ad oggi nell’ombra fra i quali primeggia quello della “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Questa prima parte farà anche da introduzione alla successiva trattazione, questa volta rigorosamente scientifico-astrologico-liturgica, dello stesso Cielo cristallino che avverrà nella terza parte e in cui accerterò, in via definitiva, la festa mariana del 15 Agosto 1293 in cui appare a Dante per la prima volta la “gentile donna”. Se in questa prima parte il problema della “gentile donna” sarà trattato genericamente, al contrario si spiegherà con rigore scientifico il motivo per cui il Cielo cristallino si trova sotto l’insegna della Natività: cioè della Beata Vergine in quanto madre di Dio. Questo rigoroso intervento sarà bene farlo immediatamente poiché nella terza parte, risultando la scienza della stessa “gentile donna” che già sappiamo essere comparabile al Cielo cristallino, dipendente strettamente dalla festa di Santa Maria Assunta in cielo del 15 Agosto, ebbene se il Cristallino stesso risultasse già sotto l’insegna della Natività, allora in questo caso verrebbe evidenziato che nello stesso nono cielo saremmo in presenza di due feste che vedono esaltata la Madonna: quella della Natività in quanto Maria madre di Dio, e quella dell’Assunzione di Maria stessa al cielo in quanto “Regina Patriarcarum, Regina Prophetarum, Regina Apostolorum, Martyrum, Confessorum, Virginum, Sanctorum omnium, … pacis” (Litanie Lauretane).
    Il fenomeno emergente del rafforzamento di senso mariano del Cristallino, oltre che creare stupore e meraviglia per la novità esegetica, porterebbe anche a chiarire meglio le intenzioni che animano per Dante lo stesso Cristallino: quasi che il Poeta fosse un seguace dei Sette Santi Nobili Fiorentini Fondatori “Ordinis fratrum Servorum Virginis Mariae” (1230 – 1240).
    UN INCISO STIMOLANTE.
    Dante è fiorentino; Dante punta al massimo sull’idea di nobiltà che anzi lega agli umori umidi e caldi del Sole (Convivio, IV, XXIII, 6 – 14) poiché fecondi e attivi iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, V, 1); Dante è devotissimo a Maria; teoricamente potremmo già concludere che non gli rimarrebbe altro che dichiarasi servo della Madonna per appartenere, almeno moralmente, al fiorentino medievale ORDINE DEI SERVI DI MARIA. Certamente ne sarà rimasto influenzato per cultura: bisognerebbe adesso scavare meglio.
    La seconda parte della lettera cercherà invece di giustificare la mia spinta personale ad affrontare questo tema che affonda le sue radici nella mia biografia.
    La terza parte dimostrerà infine, come ho già accennato, attraverso quale ragionamento rigorosamente scientifico-medievale, cioè matematico, astrologico e liturgico, sono arrivato ad indicare il giorno sabato 15 Agosto 1293, in cui Dante fu visto dalla “gentile donna”, a sua volta scorgendola anche lui e rimanendo piacevolmente impressionato di essere stato ancor prima da lei notato (Vita Nuova, XXXV,2; Convivio, II,II, 1). La qualificantissima scienza simboleggiata dalla “gentile donna” verrà profusa da questo cielo per mezzo dei sapienti avvistamenti che la stessa “gentile donna” riuscirà a fare, di gente in pericolo, affacciandosi alla finestra che dal Cristallino si apre sul Mondo (Vita Nuova, XXXV, 2). Bene inteso se il soggetto avvistato si renderà conto di essere nel suo mirino rimanendo piacevolmente impressionato di costituirne il bersaglio (Vita Nuova, XXXV, 2). Gli interventi provvidenziali delle Dee o, ugualmente, degli Angeli, che dimorano in questo cielo quali veicoli della scienza qui coltivata, in cui risulterà che è simbolicamente Regina la nostra BENEDETTA VIRGO MARIA (Vita Nuova, XXVIII, 1), possono verificarsi anche con sogni e premonizioni (Pur., XXX, 121-145). Il Cristallino rammenterà anche la misericordia qui presente e perciò aperta a considerare positivamente anche la tentazione, mentre rispetto al peccato, cioè ad un possibile cedimento, o incidente di percorso, legato alla imprescindibile libertà soggettiva, al libero arbitrio di fronte alla tentazione, questo stesso Cielo farà notare il ruolo di “advocata peccatorum” che ha la Regina qui imperante: Maria.
    Domanda. Con quale festa maggiormente idonea di quella di SANTA MARIA ASSUNTA in cielo del 15 Agosto, la Beata Vergine quale “Regina caelorum”poteva essere celebrata dalla tradizione e da Dante? Ed è qui collocandola che il Poeta le intona il suo “Ave”.
    Ricorda il teologo CHARLES JOURNET: “Nel XII secolo, l’antifona “Ave Regina coelorum” celebra la gloria della Regina del cielo che ha dato la nascita al Cristo, Luce del mondo” (CHARLES JOURNET, Catechesi sulla Santa Vergine, Libreria Editrice Fiorentina, 1953, p. 59). Orbene Dante, seguendo le mie scoperte, descriverà il Cristallino proprio strettamente in tale modo, cioè ancorandolo strettamente all’inno “Ave Regina coelorum”.

    Parte prima

    Tutto l’impianto simbolico del Cristallino sembra però essere stato costruito dal Poeta per mettere in rilievo, sia l’importanza nell’essere umano della libertà soggettiva di decisione, sia la funzione provvidenziale che ha la Madonna nell’accompagnare l’Umanità per questa difficile e pericolosa strada ontologico-spirituale volta ad umanizzarla o, ugualmente, a divinizzarla. Se Dio è Gesù Cristo è perché è Uomo.
    Noi sappiamo dalla preghiera di san Bernardo alla Vergine (Par., XXXIII, 1-39) quanto Dante sia devotissimo a Maria. La nostra Regina non ci vuole però liberi per una libertà diversa da quella di avere scelto in piena libertà, questo è il punto, anche perché è qui che alberga la nobiltà medievale. Si tratta di una componente della vita cristiana dei tempi di Dante e precedenti che la modernità non ha saputo comprendere già fin dal primo Umanesimo e da Francesco Petrarca: Maria come Regina del cielo ed amante della libertà del genere umano. Questo perché nulla sarebbe pieno di grazia, cioè nobile, se prima non fosse stato espresso liberamente. È la libertà a qualificare a monte, in prima istanza, l’umanità dell’uomo. I rischi sono tanti ma, diversamente, non avremmo l’uomo, dovremmo rinunciarvi. Anche la libertà a cui ambivano gli Scettici dell’Umanesimo-Rinascimento, gli Illuministi e infine i Romantici, pare essere una rielaborazione ontologica di questa antica e medievale tensione-intenzione del vivere ancorata all’idea di nobiltà. Recita infatti Ave Regina Caelorum: “Ave … Super omnes speciosa (nobilissima)”.
    La scoperta del rapporto medievale tentazione-libertà porterà di riflesso anche ad avvallare la moderna nostra legge 1° dicembre 1970 n. 898 sul divorzio, non foss’altro che per il positivo ruolo spirituale che, paradossalmente, assumerà la tentazione nella medievale liturgia cristiana celebrativa del momento in cui la “gentile donna”, il sabato 15 Agosto 1293, apparve a Dante.
    Per la liturgia cristiana legata alla “gentile donna” il superamento delle tentazioni porterà, come vedremo, alla beatitudine. Andando il cristiano incontro, a causa della legge 1°/12/1970 n. 898, ad una nuova e inattesa tentazione, avrà logicamente anche un motivo in più per sperare di raggiungere la beatitudine. Ovviamente se saprà giostrarsi davanti al pericolo, e meglio sarebbe dire, seguendo la vita di Dante, se saprà superarlo sia pur tardivamente, per avere avuto accesso ad un nuovo, più intenso, e profondo piacere. In Dante tutto questo può accadere non tanto, o non solo, per la Fede, quanto per scienza: quella, appunto, del Cielo cristallino capace di produrre, con la sua scienza, un più alto e profondo piacere di cui però il Cristianesimo moderno sembra aver perduto le chiavi di accesso.
    A me risulterebbe che Dante, simbolicamente, impiegò quasi undici anni per arrivare a questa metamorfosi, per riuscire ad afferrare definitivamente questo livello superiore di vita vissuta, poiché avrebbe impiegato, omettendo la felice e fruttuosa esperienza precedente con Beatrice, dal liturgico venerdì 9 giugno 1290 giorno di morte di Beatrice stessa (Vita Nuova, XXIX, 1), al sabato 25 marzo 1301, giorno di inizio del viaggio della Commedia, con il Sole in congiunzione, non dobbiamo dimenticarlo, col primo grado dell’Ariete dello zodiaco delle costellazioni, analogamente a come il Sole si trovò congiunto, sia quando Dio creò e poi successivamente mosse il cielo, sia il giorno della Sua Incarnazione e Nascita: anche se questa precisazione può costituire per molti esegeti un’assoluta novità e verità (Inf., I, 37-40).
    Percorrendo il problema della tentazione in Dante e dello smarrimento della “diritta via” (Inf., I, 1-3) egli, morta Beatrice, racconta che abbandonò la sua “Queste du Graal” per mettersi all’ombra di qualche casuale giovane fanciulla in fiore, o “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), ferendosi mortalmente. Risulta che sia stata la scienza ontologica della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia che il Poeta identifica, appunto, nella “gentile donna” comparabile al Cielo cristallino, acqueo e di Maria in cui sono presenti, a gloriare, Lucia e Beatrice (Inf., II, 52 – 126), a tirarlo fuori dalla incresciosa ed imbarazzante situazione, dall’essere stato sopraffatto dalla tentazione perché lasciato libero di peccare. Qui alcune donne, Maria, Lucia e Beatrice, salvano Dante, sembra inoppugnabile, da altre giovanissime donne. Dunque intanto il rapporto, da me evidenziato, fra la legge n. 898 sul divorzio e il ruolo della “gentile donna” appare pertinente, reggere.
    In Dante risulta evidente che il problema della tentazione sessuale non è tanto dovuto alla presenza nella nostra mente dell’altro sesso, quanto all’uso intenzionale che dell’altro sesso la stessa nostra mente ne fa, dal senso che alla persona di sesso diverso e che ci piace, e di cui siamo innamorati, la nostra mente le attribuisce. Di conseguenza in prima istanza il problema della tentazione e del peccato albergherebbe nella forza di sensualizzazione della nostra mente che, probabilmente, è legato anche alla cultura in cui ci troviamo a vivere e, in questo caso, diventerebbe un problema di civiltà. Questa forza di sensualizzazione corrisponderebbe ad una potenza spirituale dell’anima nostra che in Dante potrà essere fatta aumentare solo se l’anima (p. e., Marzia) sarà lasciata libera di scegliere, di divorziare (Convivio, IV, XXVIII, 9 – 19).
    Scrive sintomaticamente MEISTER ECKHART, contemporaneo di Dante e che cito per far capire meglio cosa fosse il medioevo: “Non sono i nostri atti che ci santificano, ma noi che santifichiamo i nostri atti per l’intenzione di cui riusciamo a caricarli. La santità sarà sempre un’idea nuova sulla terra” (RAYMOND ABELLIO, La structure absolue, Essai de phénoménologie génétique, Paris, Gallimard, 1965, p. 472). Beatrice rimprovererà infatti a Dante, al vertice del Purgatorio, di aver seguito altre giovinette, ossia qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 59), invece di pensare a lei quand’era giovanina, giovanina. Recita Dante: “Alcun tempo (io Beatrice) il sostenni col mio volto: / mostrando li occhi giovinetti a lui, / meco il menava in dritta parte volto” (Pur., XXX, 121 – 123). Sarebbero stati dunque gli occhi di Beatrice, soprattutto in quanto di Beatrice giovinetta, ad avere avuto il potere di mantenere Dante, in un primo momento, cioè per qualche tempo, sulla retta via che porta al Paradiso. In altre parole e ricorrendo sempre a Raymond Abellio, se in generale il Mondo avesse un’intenzione pedagogico-spirituale, se cioè esistesse un’Intenzionalità cosmica, Gesù Cristo, tendente a salvarlo, e quindi rivolta verso tutti, l’utilizzazione intenzionale di Dante, attraverso un atto concreto, di tale disposizione cosmica del Mondo, sarebbe costituita da Beatrice (R. ABELLIO, ivi, p. 131). La realtà scientifica ontologico-medievale di umidità dell’età dell’ “Adolescenza” pare svolgere comunque in Dante, anche sotto il profilo spirituale, un ruolo assai importante, in analogia anche a come umido risulterà essere il Cielo cristallino, acqueo e di Maria (Convivio, IV, XXIII, 6 – 8).
    Ciò premesso, l’intero mio lavoro si fonderà su questo presupposto: la tentazione come felice opportunità per l’anima nostra di raggiungere la beatitudine. La proposizione almeno seguendo Dante, e anche dopo aver preso atto, cercando di mostrare la validità della legge n. 898 sul divorzio, che la spirituale richiesta presente nella parte finale del “Pater noster”, il “ne nos inducas in tentationem”, non potrà essere delegata alle leggi dello Stato con l’intento di agevolare il compito del fedele a non cadere nel peccato. Saremo qui di fronte ad un cambiamento di rotta rispetto ai possibili attuali “Decretali” (Par., IX, 134). Dopo aver creato un rapporto fra peccato e reato ed avere inibito con la forza coercitiva delle leggi lo stesso reato, con questi “Decretali” a sostegno della tesi, verrebbe ridotta anche la libertà della persona di fronte al peccato, cioè di peccare, mentre questa situazione, non agevolando la vita spirituale, sarebbe per il Cristianesimo evangelico da respingere. Fra la tentazione è il peccato alberga la libertà e il Vangelo non sopporta altre ingerenze. La tentazione prima di farsi peccato e al fine di evitarlo, può considerare il consiglio dei Profeti, dei Gran sacerdoti, dei Vescovi, di Beatrice personaggio quale Angelo custode di Dante (Pur., XXX, 121 – 135), ma non la volgare coercizione delle leggi poiché esse ontologicamente inibirebbero la ricerca di nobiltà. Anzi la legge, esigendo di venire interpretata, stimola nel soggetto il poterla aggirare. Nobile è ciò che viene fatto gratuitamente, mentre l’obbligatorietà del comportamento essendo per intrinseca natura volgare svolge un ruolo contrario alla spiritualizzazione dell’anima. Ecco perché le leggi, per quanto indispensabili, all’insaputa degli organi legislativi possono finire per svolgere un ruolo involutivo nei confronti della persona, e questo a maggior ragione in ambito religioso. Diceva CARTESIO molto estimatore del “buon senso” quando si rende attento e della libertà: “Rispetto alla moltitudine delle leggi, uno Stato è tanto meglio regolato quante meno ne ha” (CARTESIO, Discorso sul metodo, Parte seconda). Ma la legge n. 898 sul divorzio non è una legge in questo senso. È invece una legge che in parte abroga i divieti assai più restrittivi di altre leggi precedenti, e quindi è una legge in favore della libertà poiché volta a far diminuire la pesantezza presente negli obblighi verso la società senza arrecare danni, o bilanciando intelligentemente gli stessi.
    Nessuna epoca è mai stata maggiormente amante della libertà e della scienza del medioevo ebraico (ABRAMO IBN EZRA), arabo (AVICENNA) e cristiano (da SAN FRANCESCO D’ASSISI e RUGGERO BACONE, a RAIMONDO LULLO, CECCO D’ASCOLI e DANTE), in quanto interpreti, con effetti reali, della tensione-intenzione, più o meno nascosta, di comunione fra gli uomini e di quella di ampliamento di coscienza al fine di poterla raggiungere. In sintesi e sotto il profilo ontologico, la differenza che passa fra il medioevo e l’età moderna potrebbe essere ravvisata anche nella diversa funzione e importanza che ha l’idea di nobiltà e di gentilezza nelle due epoche. Essere riusciti a fare approvare la legge 1° dicembre 1970 n. 898 sul divorzio vuol dire, non solo aver riconsiderato con spirito nobile la nostra società, ma anche averla stimolata ad un nobile comportamento. Questo indirizzo nel medioevo produceva anche l’autenticità del vivere, come nel caso emblematico del rapporto coniugale fra Catone l’Uticense e la sua adorata Marzia (Pur., I, 85-87). Ma che cos’è l’autenticità? È ciò che appare vero alla nostra coscienza, e per cui essa spontaneamente vi aderisce provando piacere. Orbene è questo uno dei pensieri che meglio riassumono l’attività della “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12), e in cui l’essere umano, di fronte alla tentazione, per una questione di nobiltà, cioè spirituale, doveva essere lasciato libero.
    La “gentile donna”, epicentro della mia dimostrazione, essendo simbolo indiscusso della dantiana Filosofia pitagorica e della
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    Morale Filosofia (Convivio, II, XV, 12) ed avendo essa comparazione dichiarata col Cielo acqueo, cristallino, o Primo Mobile (Convivio, II, XIV, 14), finirà per rendere conto, quando sapremo chi essa veramente è, delle intenzioni, nei secoli assai ricercate, che animano questo stesso nono cielo Cristallino, o Primo Mobile. Prima delle mie scoperte, sul nono Cielo cristallino tutti hanno mostrato di saperne ben poco e, da qui, lo stimolo al il mio piano strategico: invertire la situazione cercando di saperne di più.
    Orbene, siccome la gentilissima Beatrice, dopo il suo trapassamento, sappiamo intanto che fu chiamata dal Signore della giustizia, Gesù Cristo, “a gloriare sotto l’insegna della nostra REGINA BENEDETTA VIRGO MARIA” (Vita Nuova, XXVIII, 1), se questa stessa insegna di Maria sventolasse, per ipotesi, nel Cielo acqueo, cristallino, o Cielo primo mobile, bisognerebbe concludere, di necessità, che il luogo simbolico in cui Beatrice stessa è andata a gloriare sia il Cielo cristallino. In altre parole, se Beatrice fosse andata a gloriare sotto l’insegna di Maria, e il Cielo cristallino fosse di Maria, dovremmo concludere che Beatrice stessa è andata a gloriare nel Cielo cristallino. Ma se il Cristallino è quello in cui è presente anche Beatrice la scienza di riferimento della stessa Beatrice sarà la scienza a questo stesso cielo somigliante, la Filosofia pitagorica e Morale Filosofia. Ma allora il comportamento di Beatrice, il ruolo che essa svolge in rapporto a Dante, quanto può essere esplicativo della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia?
    Ciò premesso, se questo mio ricordato sillogismo reggesse, in questo caso saremmo già in vista di un possibile cambiamento di senso delle secolari indagini sul Cristallino e, al tempo stesso, di una eclatante novità che sarebbe la seguente, sempre di intonazione sillogistica.
    Il Cristallino sta alla “gentile donna”, come la “gentile donna” sta alla Filosofia pitagorica e alla Morale Filosofia, come la Filosofia pitagorica e Morale Filosofia a Beatrice, come Beatrice stessa a Maria, come Maria sta alla scienza dell’Amore, dell’imparare ad amare.
    Nessuno ha mai dimostrato che la scienza somigliante al nono cielo sia la scienza dell’Amore. E perché non dovrebbe esserlo. Dante chiude la Commedia scrivendo “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par., XXXIII, 145), mentre sappiamo che è il Cristallino a far muovere tutto l’universo sottostante. Di conseguenza è congruo che nello stesso Cristallino si ingegni ad amare. Se è il Cristallino a far muovere tutto l’universo, mentre sappiamo anche che è “l’amor che move” le cose, la scienza del Cristallino non potrà essere che quella dell’amore, dell’insegnare ad amare. Ma potremmo aggiungere un altro inedito particolare.
    Fra i quattro umori, UMIDO, CALDO, SECCO E FREDDO, i primi due, umido e caldo, sono fecondi e attivi, mentre i due successivi, secco e freddo, sono distruttivi e passivi, iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, V, 1). Anche per Dante è l’umido a dare inizio alla vita e al movimento, anche nell’essere umano (Convivio, IV, XXIII, 7-13). Di conseguenza il Cristallino non potrà essere che umido, giustificando in tal modo ancor meglio di dare inizio al movimento dell’universo e alla vita. Ciò posto, per la scienza medievale del Cristallino l’AMORE e l’umore UMIDO sarebbero omogenei e Maria, se è vero che simboilicamente ha la sua dimora in questo cielo, dovrebbe preferibilmente essere rappresentata vicino ad una sorgente d’acqua.
    Orbene se la Beata Vergine può essere simbolo della scienza del nono cielo, l’insegna che la simboleggia potrà essere la festa della Natività di Gesù?
    Il problema fondamentale, la cui soluzione derime tutta la questione, è perciò il seguente. Il Cielo cristallino, con la sua scienza peculiare dell’umidità e dell’amore, può risultare veramente, anche per Dante, il cielo del momento in cui la Beata Vergine dette alla luce il Salvatore del mondo? Gesù Cristo salvatore del mondo, lo fu per amore, insegnando così ad amare?
    Scrive Dante per farci entrare meglio nel problema.
    “Era venuta ne la mente mia / la gentil donna (la scienza del Cielo cristallino) che per suo valore / fu posta da l’altissimo signore / nel ciel de l’umiltate, ov’è Maria”. (Vita Nuova, XXXIV, Primo cominciamento).
    Dopo aver preso atto che il Poeta rende qui la gentil donna omogenea a Maria, come riuscire a scorgere Maria nel Cristallino e vedere nel Cristallino stesso sventolare l’insegna della Natività?
    Io credo Dante abbia in mente il seguente sillogismo.
    Siccome noi già sappiamo che la stessa gentil donna è omogenea alla Filosofia di Pittagora (e quindi della Morale Filosofia), poiché Dante scrive che “la donna (la gentil donna) di cu’io innamorai appresso lo primo amore (Beatrice, Vita Nuova, XXXV, 2) fu la bellissima e onestissima figlia de lo Imperatore de lo universo (Gesù Cristo), a la quale Pittagora pose nome Filosofia” (Convivio, II, XV, 12);
    dichiarando il Poeta che la stessa Filosofia pitagorica e Morale Filosofia è omogenea al Cielo cristallino, poiché egli scrive che “Lo Cielo cristallino ha comparazione assai manifesta a la Morale Filosofia” (Convivio, II, XIV, 14);
    necessariamente porta a concludere che il ciel de l’umiltate, ov’è Maria”. (Vita Nuova, XXXIV, Primo cominciamento), è il Cielo cristallino.
    Il Cielo cristallino è dunque il cielo della Madonna anche per Dante. Per noi è necessario rimanerne convinti poiché l’analisi di questo stesso cielo condurrà ad evidenziare due feste all’insegna della Madonna, quella del sabato 15 agosto 1293 dell’Assunzione di Maria al Cielo e quella della domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo in cui, per Dante e per l’Antico Calendario Fiorentino, la Beata Vergine dava alla luce Colui che sarà la luce del mondo, Gesù Cristo.
    Scrive Dante: “ … la donna di cu’io innamorai appresso lo primo amore (quello verso Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia de lo Imperadore de lo universo (Gesù Cristo) (Convivio, II, XV, 12). Ed ancora: la “ … gentile donna, cui feci menzione ne la fine de la Vita Nuova (XXXV,2), parve primamente, accompagnata d’Amore, a li occhi miei e prese luogo alcuno ne la mia mente.” (Convivio, II, II, 1).
    Nessun uomo più dell’uomo religioso potrà amare la libertà, e Dante dimostra di saperlo bene quando elogia il divorzio fra Catone l’Uticense e Marzia, e il suicidio di Catone stesso in funzione della difesa della dignità umana (Pur., I, 28 – 87). Tale verità ontologica, o “fenomenologico trascendentale e genetica dell’Io sono”, tanto cara all’indirizzo culturale esistenzialista della prima metà del ‘900 e del nostro dopoguerra, e mi vengono qui in mente i nomi di ALBERT CAMUS, JEAN-PAUL SARTRE, RAYMOND ABELLIO, GEORGES BERNANOS, GRAHAM GREENE, ALDUS HUXLEY, SIMONE WEIL, THOMAS MERTON, CHARLES MOELLER, sarà rilevata da Dante seguendo, appunto, la liturgia cristiana del giorno in cui Dante stesso vide la “gentile donna”, il sabato 15 agosto 1293, mentre il calcolo dovrà essere affatto, come vedremo, sia sul Tempo civile che sul Tempo liturgico.
    È intanto di tutta evidenza, che se esiste un luogo specifico dove si gloria sotto l’insegna della Madonna, e per Dante non vi possono essere dubbi (Vita Nuova, XXVIII, 1; Vita Nuova, XXXIV, Primo cominciamento), ne potrà esistere un altro, con relativa insegna, in cui la SANTISSIMA TRINITA’ ha eletto la sua dimora simbolica e destinato alla perfetta adorazione di Essa stessa. Questo luogo, ovviamente, non potrà essere che l’Empireo, o decimo ed ultimo cielo. Del resto in tutti i cieli, a cominciare dal primo della Luna, si gloria Dio con particolari specificità ontologico-spirituali, per cui non desterà sorpresa che a Beatrice il Poeta possa aver riservato simbolicamente il nono Cielo cristallino e che esso sia dedicato alla Beata Vergine. Le premesse esistono.
    Quando allora Dante ricorda che “questo numero (il NOVE) fue amico di lei (di Beatrice) per dare ad intendere che ne la sua generazione (concepimento di Beatrice) tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme” (Vita Nuova, XXIX, 2), potrebbe avere ricordato lo stesso numero NOVE anche per far capire meglio e controllare che Beatrice è andata a gloriare nel nono cielo Cristallino. Se il NOVE “fue amico di lei”, come pensare che per Dante Beatrice sia andata a gloriare in un cielo diverso dalla nona sfera? Ma se questo, come abbiamo già dimostrato, è il cielo di Maria, sarà congruo che Beatrice si trovi anch’essa qui?
    Commenta opportunamente GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, storica molto competente di questo periodo medievale, in certo senso fornendo però elementi per arrivare a smentire che Dante possa aver indicato il Cristallino come dimora simbolica della Madonna ma, al tempo stesso, confermando anche l’importanza della discussione su questo tema durante tutto il XIII secolo.
    “Come sappiamo, nel 1241 e, poi, ufficialmente nel 1244 il Vescovo di Parigi condannò, come quarto errore (Cfr. H. Denifle – E. Chatelain), la tesi che le anime glorificate e la Beata Vergine non sono nel cielo Empireo con gli angeli, ma nel sottostante cielo acqueo o cristallino” posto sopra l’ottavo cielo delle Stelle Fisse (GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Il ‘Lucidator dibitabilium astronomiae (astrologiae)’ di Pietro d’Abano, Programma e 1+1, Padova, 1988, p.200).
    Il Cielo cristallino costituendo però per Dante, in base all’ipotesi da me avanzata e che verrà infine confermata, esclusivamente la dimora simbolica della Beata Vergine, utile cioè solo per quanto attiene all’identificazione del compito assegnato a Maria dalla Divina Provvidenza, e non affatto il suo reale luogo di beatitudine che, insieme a tutti i santi, alla Madonna stessa e a Dio (Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spiritossanto), si trova invece nell’Empireo, concederebbe che esso stesso possa essere di Maria senza incorrere nel quarto errore evidenziato dal Vescovo di Parigi. L’indicazione risultando qui, appunto, solo simbolica e non attinente alla realtà spirituale.
    L’ortodossia cattolica del resto non permette verso la Madonna il culto di perfetta adorazione come per la Santissima Trinità, ma solo quello di iperdulia: e non permettendo verso di Lei l’adorazione già pone le premesse che, per Dante, l’insegna della Madonna sventoli in un cielo diverso dall’Empireo ed inferiore ad esso stesso senza che tale disegno contrasti con l’ortodossia. Per le anime sante sappiamo inoltre che il culto dovrà essere di semplice dulia e quindi di livello ancora inferiore a quello dovuto alla Madonna. Per esse già sappiamo che la dimora è, simbolicamente, nei cieli sottostanti al Cielo cristallino e, a più forte ragione, sottostanti all’Empireo, gerarchicamente costituiti in funzione delle specificità delle stesse anime sante qui presenti a gloriare.
    Ciò posto, siccome Dante riferisce di una insegna della Madonna sotto cui è andata a gloriare Beatrice (Vita Nuova, XXVIII, 1), conseguentemente mi viene in mente questa domanda. Tale insegna, visto che lui ne parla, potrà essere identificata?
    In base ai miei accertamenti, risultando che nel Cielo cristallino gli angeli gloriano sotto una particolarissima insegna, sotto una specifica angolatura liturgica non apertamente dichiarata dal Poeta e coinvolgente anche Maria, quella della Natività, se Beatrice fosse veramente andata a gloriare nel Cristallino, conseguentemente sarebbe andata a gloriare sotto quell’insegna della Madonna costituita dalla Natività. Quando però Dante insieme a Beatrice arrivano nel Cristallino, Beatrice non gli indica il luogo ove lei sarebbe a gloriare. Qui esistono solo i nove cori angelici sbernati “Osanna” (Par., XXVIII, 94-139). Avendo però io già da tempo dimostrato che Beatrice potrebbe essere l’incarnazione dell’angelo custode di Dante, cioè della “dea” da lui venerata (Par., XXVIII, 121), il luogo ove questa stessa dea, o angelo, o intelligenza, o idea platonica, (Convivio, II, IV, 1-6), finita la sua missione, dovrebbe ritornare a gloriare sarebbe fra questi cori angelici e, probabilmente, nel coro dei Principati che poi sappiamo essere quelle Intelligenze che muovono anche il pianeta Venere (Convivio, trattato II – Canzone prima). Nel loro insieme queste notizie sarebbero tanto emozionanti quanto eclatanti. Un punto ci sarebbe però ancora da chiarire. La supposta insegna della Natività presente nel Cristallino può essere all’altezza di celebrare anche la Beata Vergine, sia pure in quanto madre di Gesù, cioè in quanto genitrice di Dio? Chi genera può essere festeggiato insieme al generato? Risultando che il momento della Natività è quello in cui Maria si mostrò madre, bisogna ritenere che tale momento sia all’insegna, almeno per Dante e per senso comune, anche della Madonna. Ma se così già avremmo imboccato la giusta strada per arrivare alla soluzione del problema poiché, tutto sommato, noi siamo alla ricerca di quella MISERICORDIA a noi necessaria per aver ceduto alla TENTAZIONE, mentre è Maria che, col suo intervento a nostro favore, ce la promette. Questo indirizzo di senso a partire dal momento in cui Essa ha accettato di dare alla luce il Redentore. Orbene la “gentile donna” di cui noi qui stiamo mettendo a fuoco il senso, avrà anch’essa a che fare con la Madonna, con alcune sue peculiarità esortative e misericordiose,
    ++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++essendo stata vista da Dante per un’altra festa della Madonna: quella di Santa Maria Assunta in cielo del 15 agosto 1293 e, da qui, il rafforzamento della nostra traiettoria mariologica che è ad esplicazione dell’ontologia dantesca.
    Nella Commedia la Beata Vergine è la protagonista prima e silenziosa della salvezza di Dante (Inf., II, 94 – 96). E come potrebbe essere diversamente, nonostante fra gli esegeti siano esistiti alcuni dubbi circa l’interpretazione da dare al secondo canto dell’Inferno (vv. 94-126)? Per tal motivo il Poeta dedica alla Beata Vergine, costruendola, la preghiera di san Bernardo di Chiaravalle (Par., XXXIII, 1-39). Sull’intervento della MADONNA nella salvezza del Poeta e sulla Sua importanza nel pensiero dantesco in concreto si sapevano ben poche cose concrete prima delle date da me scoperte. Da aggiungere quindi alla Natività, quale festa anche di Maria, a computare dalla domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo, e a quella di Santa Maria Assunta del sabato 15 agosto 1293, anche il giorno liturgico di apertura della Commedia in base alle mie ricerche e corrispondente alla festa dell’Annunciazione a Maria del sabato 25 marzo 1301.
    A questo punto mi sembra utile rilevare che il dovuto culto di iperdulia verso la Nostra Regina Benedetta Virgo Maria sia in Dante mirabilmente rappresentato, e adesso emerge meglio il perché!, proprio dalla già ricordata Preghiera di san Bernando alla Beata Vergine (Par., XXXIII, 1-39).
    Ma qual è il motivo scientifico che permette di asserire che il Cristallino sia il cielo della Natività, e perciò il cielo della Madonna in base alle mie ultime considerazioni?
    Il problema di riuscire ad attribuire al Cristallino la Natività appare, meditando, di non troppo difficile soluzione. Dante riferisce infatti che nel Cielo cristallino sono presenti i nove cori angelici che sbernano “Osanna”, o “osannano”, “di coro in coro”, (Par. XXVIII, 94; XXVI,II, 118), intorno ad un punto fisso luminoso (il simbolo di Gesù Bambino appena nato?), cioè raggiante “lume / acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume (Cristo quale “Lumen ad revelationem Gentium”, o “Jesu Christe, lux vera” della festa della Candelora, dei ceri, cadente il 2 Febbraio e giorno in cui Beatrice, in base alle mio scoperte [Par., XXVIII, 16-18], apparve a Dante]) ”. Tale indicazione lascia intanto ragionevolmente concludere che questo osannare si riferisca proprio al
    “GLORIA IN EXCELSIS DEO ET IN TERRA PAX HOMINIBUS”

    della notte della NATIVITA’. Ma se così già avremo fatto un notevole passo in avanti a conferma della tesi. Se così, avremmo identificato anche quale insegna possa sventolare nel cielo di Maria in cui Beatrice è andata a gloriare ( Vita Nuova, XXVIII, 1): la Natività, il Presepe, la Capannuccia. Ma questo simbolo può essere intanto e pienamente anche di Maria?
    Si legge nella liturgia della santa notte di Natale, “… in splendoribus sanctorum ex utero ante Luciferum genui te”. Dunque viene ribadito anche dalla liturgia cristiana che la Madonna, per la Natività, risulti anche Lei in primo piano poiché:

    “ex utero ante Luciferum genui te.”

    Esiste forse nella liturgia cristiana in generale, rispetto al “gloriare”, un momento maggiormente qualificante e poetico di quello di quando gli angeli cantarono, nella notte santa della Natività, “Gloria in excelsis deo …”? No. Di conseguenza quando Dante in questo cielo fa riferimento al gloriare dei nove cori angelici, la nostra mente non potrà che ricondursi alla notte del 25 Dicembre, e questo il Poeta lo sa bene mentre si impegna a fornire anche altri elementi identificativi, e rafforzativi di senso, al fine che il commentatore non divaghi, non perda di mira questo simbolo.
    Ricorda Dante nel Cristallino quanto segue al fine di rafforzare l’idea della presenza della Natività.
    Oltre alla già ricordata luce di Gesù bambino appena nato, penso (Par., XXVIII, 13-21), ricorda anche il Sole sul primo grado del segno del Capricorno (Par., XXVII, 67-72), che può voler dire proprio 25 dicembre.
    Quando Dante sale al Cristallino afferma infatti che qui è come quando il Sole fa ingresso, o entra, in Capricorno, e perciò toccandolo. Egli scrive: “Sì come di vapor gelati fiocca / in giuso l’aere nostro, quando ‘l corno / de la capra del ciel col sol si tocca …” (Par., XXVII, 67-69). Sapendo noi che ai tempi di Giulio Cesare e di Cristo, quando il Sole entrava in Capricorno era il primo giorno dell’inverno e quindi il 25 DICEMBRE, è logico che, ricordando Dante nel Cristallino che qui è come quando il Sole tocca il Capricorno o, ugualmente, in esso fa ingresso, voglia additarci proprio questo stesso 25 Dicembre. Non certo si tratterà dei trenta giorni, o gradi, in cui si estende il Capricorno come spesso si legge nei commenti per mancanza, credo, di sufficienti nozioni astrologico-tolemaiche (Tetrabiblos, I, X, 2; I, XXIV, 3; I, VIII, 2).
    Il Poeta ricorda anche Una eterna nevicata (Par., XXVII, 67-72; 100-102) al fine che si capisca che, per le Regole astrologiche, siamo sempre come nel primo giorno dell’inverno e perciò al Natalis Solis invicti e quindi sempre sul 25 dicembre. Perché? La giustificazione scientifico-medievale è la seguente.
    Per Dante l’inverno è di umore “freddo e umido” (Convivio, IV, XIII, 12- 14), diversamente da come lo indica Tolomeo per il quale è soprattutto “freddo” (Tetrabiblos, I, X, 1). La neve essendo anch’essa fredda e umida è logico che per l’astrologia di Dante essenzializzi tutta la stagione invernale. Ma per le regole astrologiche, ed è questo il punto, il primo momento del darsi di un fatto, di un fenomeno, come anche dell’inverno, è quello che lo essenzializza tutto, che lo caratterizza per tutta la sua durata, analogamente che nel caso della nascita dell’essere umano. Questo dato astrologico-scientifico fa sì che Dante, volendo simbolicamente e poeticamente rafforzare l’idea che qui siamo al 25 dicembre, lo possa fare ricordando la presenza di una eterna nevicata sul suo primo giorno (Par., XXVII, 67-72).
    Da rilevare inoltre che la “primavera sempiterna” presente in Paradiso e ricordata da Dante proprio qui nel Cristallino è sempre a chiarimento di questo problema. La primavera sempiterna, afferma Dante mettendoci in guardia!, state bene attenti poiché “notturno Ariete non dispoglia” affatto (Par., XXVIII, 117), come sareste comunemente inclinati a credere. Una precisazione su cui si è tanto discusso, penso non capendone a fondo l’importanza, e in cui “notturno Ariete” non è affatto, come comunemente si legge, il Sole in Bilancia, né il Sole simbolicamente ed eternamente a Primavera e perciò in Ariete. Queste indicazioni possono essere state date solo da chi non padroneggia Tolomeo e perciò non è in grado di sciogliere i nodi astrologici. In base a considerazioni astrologico-tolemaiche questo “notturno Ariete” risulta essere infatti il Sole in Capricorno e, se così, in grado di giustificare logicamente e perfettamente la terzina per le seguenti ragioni.
    Il segno dell’Ariete, in cui viene collocata la Pasqua di Resurrezione, è il domicilio di Marte iuxta sententiam Ptholomaei (Tetrabiblos, I, XVIII, 6). Il Capricorno, in cui viene collocata la Pasqua della Natività, è invece l’esaltazione di Marte (Tetrabiblos, I, XX, 5). L’omogeneità Ariete-Capricorno, se la valutiamo riferendoci a MARTE, appare evidente poiché DOMICILIO ed ESALTAZIONE sono OMOGENEI. Di conseguenza l’Ariete può stare in Dante per Marte diurno (Tetrabiblos, II, IX, 3) e il Capricorno può stare per Marte notturno. Se sostituiamo, seguendo l’astrologia e per omogeneità, il termine Marte con Ariete, abbiamo che l’Ariete-Marte diurno si dà all’equinozio di Primavera (Pasqua), mentre l’Ariete-Marte notturno, il nostro “notturno Ariete” di Par., XXVIII, 117, si dà invece al solstizio d’Inverno (Natività). Tenendo presente quello che abbiamo puntualizzato sugli umori FREDDO ed UMIDO inerenti l’inverno e puntando l’attenzione soprattutto all’UMIDO, si capisce adesso meglio il motivo per cui Dante specifica che notturno Ariete “non dispoglia” (Par., XXVIII, 117). È questo “non dispogliare” che giustifica la spiegazione umorale da me fornita. Se l’inverno per Dante, diversamente che per Tolomeo, è freddo e umido, sarà l’umidità contenuta simbolicamente in quella neve che lo essenzializza a far sì che l’inverno “non sia dispogliante”. L’umore umido è infatti, iuxta sententiam Ptholemaei, FECONDO E ATTIVO (Tetraboblos, I, V, 1) mentre, iuxta sententiam Dantis, è esso stesso che dà inizio al movimento e alla vita, e dunque anche nell’essere umano (Convivio, IV, XXIII, 7-9). La neve, essendo anche umida, non potrà essere perciò dispogliante. Si tratta di una verità cruciale per la mentalità medievale e di Dante qui riproposta da lui stesso alla nostra attenzione, e non solo per memoria.
    Orbene, come avremo modo di controllare, il ricordato “Gloria in excelsis deo et in terra pax hominibus”, ovviamente con l’eliminazione del tradizionale “BONAE VOLUNTATIS” tanto caro all’Inquisizione medievale, ma anche romana e spagnola, sarà perfettamente aderente al messaggio che noi andiamo cercando e che, più avanti, sarà confermato proprio dalla “gentile donna” (Convivio, II, II, 1). È tale ‘messaggio’ che risulta aperto anche alla possibilità del divorzio coniugale. Infatti con l’eliminazione del “bonae voluntatis” dal “Gloria”, ‘eliminazione’ adesso ammessa anche dalla Chiesa, già viene abolita ogni discriminazione fra buoni e cattivi, rispetto agli effetti su tutta l’Umanità della venuta di Gesù Cristo Salvatore del Mondo. Di conseguenza anche fra chi divorzia e chi no, in nome di una più ampia libertà nell’intima speranza di fare così ampliare spontaneamente le coscienze e di far rafforzare nell’umanità stessa, conseguentemente, le prospettive di amore, e la capacità di amare.
    Entrando subito un po’ più nel merito della scienza comparabile, o somigliante, al nono cielo Cristallino e di Maria, la Filosofia pitagorica e Morale filosofia, e simboleggiata dalla “gentile donna”, si deve evidenziare che essa indica un itinerario aperto ad affrontare le passioni dell’anima nella piena libertà, senza cioè alcun freno inibitore esterno a salvaguardia preventiva di eventuali errori, se non quello, ovviamente, che potrà mettere in atto soggettivamente la coscienza della persona, la sua intenzione soggettiva in quanto retta, magari approfittando, questo sì!, dei buoni consigli di un Buon demone (Virgilio), o della Chiesa, o del proprio Angelo custode (Beatrice?). In quest’ultimo caso potremmo infatti già cominciare a pensare, rispetto a Dante, che Beatrice simboleggi proprio l’Angelo custode di Dante, anche perché essa farà tutto quello che la liturgia, nel giorno di nascita di Beatrice, Venerdì 2 ottobre 1265, e in quello della sua prima apparizione a Dante, Venerdì 2 febbraio 1274, dice che facciano gli Angeli custodi (Pur., XXX, 121 – 135).
    La qualificante spinta di Dante verso la libertà, che si fonda anche sulla necessità del tutto ortodossa, che l’anima sperimenti le tentazioni, anche se non il peccato, la potremo però scientificamente accertare solo dopo aver saputo risolvere, appunto, l’enigma astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiano costituito dal giorno in cui il Poeta stesso fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna giovane e bella molto” (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1).
    Se mi sono anticipatamente soffermato a ricordare il senso che emerge dalla risoluzione dell’enigma posto dalla “gentile donna” ancor prima di averlo matematicamente risolto, è stato anche perché mi piace agganciare subito le mie ricerche alle seguenti motivazioni autobiografiche.

    Parte Seconda

    Ricordo che fu nel dicembre del 1970 che il gentile senatore GIULIO ANDREOTTI, unendosi a monsignor Giovanni Benelli, a Fusacchia e a Gedda, si schierò a favore del Referendum abrogativo della legge n. 898 del 1/12/1970 che introduceva in Italia il divorzio. Egli prevedeva che esso non sarebbe comunque stato possibile per i matrimoni concordatari. La sua previsione si basava su considerazioni logico-giuridiche di un certo spessore, anche se poi non si verificò.
    I pensieri sul divorzio di noi ex-democristiani seguaci di EMMANUEL MOUNIER (cfr. L’avventura Cristiana e La paura del XX secolo) andavano invece in tutt’altra direzione. Erano affini a quelli di DANTE, mi immagino e dimostrerò utilizzando la liturgica del giorno in cui Dante vide, il 15 Agosto 1293 la, “GENTILE DONNA” (Convivio, II, II, 1; Vita Nuova, XXXV, 2), e incontrarono sulla loro strada anche il modo di sentire e di pensare, evangelicamente fondato e disposto a farsi valere, di monsignor ENRICO BARTOLETTI amico del professor GIORGIO LA PIRA Sindaco di Firenze, non senza conseguenze per quest’ultimo.
    Tracciato il campo in cui considererò insieme il pensiero di Andreotti, del Bartoletti di La Pira e di Dante, sarà bene che chiarisca subito perché un tempo fui iscritto anch’io alla Democrazia Cristiana, come ho fatto rimarcare, avendo così per fratello, o amico, l’insigne Senatore alla cui apertura mentale, con la presente, intendo cortesemente rivolgermi. Mi dilungherò nell’inciso anche perché servirà ad apprezzare i positivi contorni entro cui tratterò del divorzio: quelli della libertà di scelta al fine di agevolare la crescita ontologico-spirituale. Se per il cristiano il divorzio può essere infatti considerato contro la morale e non solo, da un’altra angolazione, sempre cristiana, potrebbe invece risultare utile alla crescita spirituale, e qui avremmo dalla nostra, insieme a Dante, anche Emmanuel Mounier, il Bartoletti e La Pira, penso. In tale fertile modo si deduce che potesse valutare il divorzio anche Dante: e non solo attraverso la festa liturgica in cui gli apparve la la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1) ma anche, per esempio, quando riferisce del desiderio di Marzia di divorziare da Catone l’Uticense per seguire Ortensio (Pur., I, 76 – 87): e l’episodio simbolico avrà valore, sia sul piano storico-letterale che su quello anagogico-spirituale, cioè riguardante la via che l’anima può liberamente percorrere per spiritualizzarsi, per liberarsi, attraverso libere scelte, dalla schiavitù del peccato. Possibile che una lezione di libertà possa venirci dal medioevo di Dante ritenuto, per lo più, oscurantista? Io ritengo di sì.
    L’episodio della mia iscrizione alla D.C. coincise cronologicamente con quello dell’inizio della mia amicizia col Bartoletti. Fui iscritto al partito dal 1954 al 1966. Il culmine dell’intensità del rapporto fu raggiunto ai tempi di quando (1957-1960) era DELEGATO NAZIONALE del MOVIMENTO GIOVANILE CELSO DE STEFANIS con, vicino a lui insieme a tutto l’esecutivo nazionale, CARLO FUSCAGNI a cui davo allora amichevolmente del tu e questo, perciò, anche l’ultima volta che lo vidi: e fu poco prima che vincesse LUCIANO BENADUSI, e quindi devo concludere, tanto, tanto, tanto, tempo fa. Per comodità di espressione potrei dire che in quegli anni il Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana possa essere diviso in due correnti di pensiero: una più vicina a E. Mounier e l’altra a Jacques Maritain.
    Nel 1954 io avevo fondato nel Comune di CAMPI BISENZIO (FI) il MOVIMENTO GIOVANILE della Democrazia Cristiana con assidue letture, appunto, di E. MOUNIER. Ben poca cosa quando si pensi che GIULIO ANDREOTTI aveva invece fondato nel 1944 quello a livello nazionale non so se leggendo in lingua, di JACQUES MARITAIN, Umanesimo integrale. Andreotti aveva comunque preceduto, quale DELEGATO NAZIONALE del Movimento Giovanile D.C., il nostro Celso De Stefanis di ben più di dieci anni e perciò la distanza, anche in termini di mentalità, avrebbe potuto farsi sentire. Andreotti un neo-tomista filo integralista, e noi cattolici-esistenzialisti alla ricerca dell’integrità, della completezza, del vivere umano all’insegna di una maggiore libertà. Sarà stato vero, o era stato esclusivamente un fenomeno generazionale?
    L’apertura al divorzio può apparire anche come un’inclinazione a non lasciarsi sfuggire le cose piacevoli della vita, e a cercare di evitare quelle rattristanti anche sul piano ontologico-spirituale, e quindi tale stessa apertura sarebbe anche al fine di riuscire a rendere l’esperienza del mondo, valutata dall’angolo in cui contingentemente ci troviamo, più ampia e completa. Resta da valutare quanto questa esperienza orizzontale, cioè per ampiezza, per quantità, possa essere lentamente integrata, o elevarsi, o, ugualmente, possa crocifiggersi, sulla spinta verso l’esperienza verticale, cioè per intensità, per qualità. Il passaggio di Dante, dai brevi innamoramenti per qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), a quello assoluto per la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), ossia per la scienza dell’amore, indica la possibilità di un percorso ascensionale di portata ontologico-spirituale.
    Se dunque il Bartoletti, con il nulla osta di PAOLO VI, volle che non ci si opponesse alla legge che legalizzava il divorzio, lo volle perché pensava che, attraverso la quantità, l’ampiezza, che il divorzio metteva in atto, emergesse lentamente anche una più alta nobiltà d’animo, facendo migliorare, nella libertà, la qualità ontologico-spirituale del rapporto coniugale.
    Io però non rinnovai più la tessera della D.C. diventando così un ex-democristiano, come ho già riferito, dall’anno dopo in cui il Sindaco di Firenze Giorgio La Pira venne irrimediabilmente defenestrato (1965). Mi ero malinconicamente defilato dal gruppo. Conservo ancora l’originale del RICORSO d’urgenza di La Pira inviato a Roma il 16 Gennaio 1965 a difesa della deliberazione consiliare n. 5555/710/C del 5 ottobre 1964 contro gli APPALTI delle Imposte di Consumo (Dazio) anche perché si sospettava che dietro corressero delle tangenti, o si alimentasse la corruzione. E fu questo ricorso, che allora fece tremare una buona fetta di Firenze e dei Comuni limitrofi che, per me, condusse La Pira ad una inappellabile defenestrazione. Non mi si crederà ma questa, per me, è una delle più importanti verità sulla vita vissuta del nostro illustre Sindaco. Dunque defenestrazione di La Pira per aver perseguito culturalmente mète che, sul finire del XV secolo, possiamo dire essere state care anche ad uno dei personaggi da La Pira stesso più amati, l’intransigente fra GIROLAMO SAVONAROLA. Verrebbe voglia di dire: “Defenestrazione di La Pira? Ma era scontata. Era stato lui ad andare a cercarsela toccando interessi nazionali ben più grandi di lui”. Ma forse potrebbe essersi trattato anche di una buccia di banana coperta dalla sinistra con un manifesto inneggiante a Cristo re di Firenze anche perché lui, ingenuamente, non la notasse, con ciò aprendogli la strada per rientrare nei futuri santi.
    Il nostro Sindaco di Firenze non fu però solo savonarolianamente contro la corruzione, cosa, comunque, fino alle mie rivelazioni non sufficientemente messa a fuoco e documentata, ma fu anche a favore del mantenimento della Legge n. 898 che il 1° dicembre 1970 che introduceva in Italia il divorzio, poiché fu verso la fine di dicembre del 1970 che lui finalmente si decise ad andare a ritirare la firma a favore del Referendum abrogativo di detta legge stessa che aveva apposto pochi giorni prima. Si vadano a leggere i giornali dell’epoca, prego. Quanto, su tale ripensamento, abbia inciso il pensiero di monsignor Bartoletti, decisamente orientato a far mantenere la legge n. 898, resta da valutare, però la questione esiste e a me pare sia stata fino ad oggi sottopesata. Perché?
    A testimonianza della forte amicizia fra il Bartoletti e la Pira che avrebbe poi inciso sul ripensamento di La Pira stesso portandolo a valutare positivamente la legge 898 sul divorzio, io posso ricordare la fotografia di La Pira e il Bartoletti insieme mentre, sorridenti, camminavano velocemente (“speranza”) sul viale del seminario attorniati da un gruppo di giovani seminaristi: ‘fotografia’, ed è questo il punto, che lo stesso Bartoletti tenne, sulla sua scrivania, a Montughi, per diversi anni quand’era Rettore del Seminario Minore. Ad indicare cosa? Tale fotografia io l’ho pubblicata sulla rivista “Sotto il velame” di Torino dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali diretta da Renzo Guerci insieme al citato ricorso di La Pira datato 16/01/1965 (n. VI, Il leone verde edizioni, Torino, settembre 2005, pp. 156 – 161). Tuttavia anche quella volta che lo stesso Bartoletti mi disse, a Lucca: “te hai in comune con La Pira di arrivare sempre senza prima preavvertire”, aggiungendo poi che andava bene così, potrebbe ugualmente testimoniare di quanto i due si frequentassero e se la intendessero. Ovviamente c’era un limite, e io lo scoprii in un’altra occasione, quando il Bartoletti mi confessò, ovviamente esagerando, ma comunque così dicendo: “Fra la Pira è te, preferisco te”. Poi forse perché mi vide negli occhi scoppiare dalla contentezza, aggiunse: “Fra te e Dossetti preferisco invece Dossetti.” Notandomi sul volto che cercavo di nascondere un po’ di amarezza aggiunse: “Ma questo è quello che penso io personalmente e, non è detto, che valga in generale.” Dunque l’intesa fra La Pira e il Bartoletti appare dimostrata, se io ho detto il vero, anche se pur imperfetta.
    Non sono però bene al corrente di cosa pensasse concretamente Don GIUSEPPE DOSSETTI circa le sorti da augurare alle legge n. 898 sul divorzio e poi a quella sull’aborto. Certo non avrebbe condiviso che la cristianità corresse ai divieti giustificandoli con luoghi comuni, con idee di retroguardia e imparaticcie, e inoltre basandosi solo sulla Teologia dogmatica e morale, come ai tempi di Dante ci si avvaleva dei “Decretali” del Vaticano per nascondere la sostanza del Vangelo (Par., IX, 133 – 135), poiché egli ambiva di vedere sorgere “nuove motivazioni e di idee creative” a maggior comprensione di tutta la materia che si basassero sul Vangelo. Ma allora le mie scoperte su Dante avrebbero potuto accontentare Dossetti mentre risultavano certamente in linea con la sensibilità del Bartoletti?
    Se il divorzio, da un punto di vista ideale, era stato per Dante una necessità ontologico-vissuta, figuriamoci per noi. Ontologicamente e spiritualmente Dante “divorziò” infatti da Gemma Donati per sentirsi vicino a Beatrice, e poi da Beatrice stessa, dopo la sua morte, per buttarsi dietro alle gonnelle delle giovani fanciulle da lui identificate più chiaramente in qualche “pargoletta” (Pur., XXXI, 58 – 60), finché non arrivò infine ad innamorarsi per sempre di quella “donna gentile” di cui io in questo lavoro intendo riferire. Essa già sappiamo corrispondere ad una scienza, a quella della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia simigliante al nono cielo Cristallino, acqueo e di Maria, e sarà atta a fare innamorare in generale e quindi a far muove tutto l’universo poiché, per Dante, è “l’amor che move il sole e l’altre stelle” (Par., XXXIII, 145). È congruo dunque che, per Dante, sia proprio il cielo Cristallino e di Maria ad imprimere il moto al cielo sottostante delle Stelle Fisse, e poi di Saturno, di Giove, di Marte del Sole eccetera, proprio perché il Cristallino è il cielo della scienza dell’Amore. E qui emergerebbe un principio metafisico, a mio giudizio tanto caro a Dante: l’umido e l’acqua simboleggianti l’amore. Il battesimo della Chiesa non sarebbe quindi, da un punto di vista simbolico, tanto per purificare quanto per fare innamorare. Ma se il cielo Cristallino, acqueo e di Maria presiede alla scienza dell’amore, sarà perfettamente congruo che in esso, attraverso la festa di quando apparve a Dante per la prima volta la “gentile donna” (Convivio, II, II, 1), sia lasciata aperta la possibilità anche di divorziare in piena libertà. Può l’amore esistere senza la libertà, ovvero esistere per decreto legislativo? Dunque psicologicamente la vita di Dante risulta tutt’altro che ingessata a Gemma Donati.
    Potremmo dunque riassumere che gli influssi del Cielo cristallino sono contrari alla mediocrità umana e spirituale, e come potrebbe essere diversamente visto che siamo quasi nell’Empireo!, mentre essi tentano con la specifica scienza di questo cielo di vincerla. Per monsignor Bartoletti i difetti e i mali dell’ideologia comunista, nazista, fascista e capitalista, penso che pensasse che non fossero legati solo ai relativi impianti filosofici, quanto alla mediocrità umana e spirituale di cui essi stessi si alimentano nel momento in cui storicamente si incarnano. Nel mondo capitalista, per esempio, quando i PRIVILEGI E LE RACCOMANDAZIONI arrivano a togliere DIGNITA’ e LIBERTA’ a che non può, o non vuole, approfittarne, possono creare situazioni analoghe a quelle del Cominismo e del Nazifascismo. Per questo lui fece un convegno su i “MALI DI ROMA”.
    Orbene, dal momento che La Pira lo vogliono fare santo il citato suo RICORSO contro gli appalti e la sua presa di posizione in favore del mantenimento della legge sul divorzio, con fotografia insieme al Bartoletti, io ho sentito il bisogno psichico di mandarlo anche in giro. Perfino al Cardinale JOSÈ SARAIVA MARTINS che, non sapendone nulla, piacevolmente e sorprendentemente mi rispondeva con la sua devotissima del 24 novembre 2007. E tutto ciò l’ho fatto per mettere a fuoco anche il vero ed autentico motivo per cui il nostro Sindaco fu fatto deambulare fuori di Palazzo Vecchio con martirizzazione ontologico-psichica. Volere la “pace fra i popoli”, darsi daffare per “togliere la fame nel mondo” e insistere per “un’occupazione stabile per tutti i lavoratori disoccupati”, impegnandosi con
    lettere, viaggi, discorsi e consigli, alcune volte anche con risultati concreti positivi, è una cosa encomiabilissima ma rientrante, per Dante, nel quarto cielo del Sole, della luce della coscienza. Diverso il caso di chi si decidesse a por fine direttamente a degli appalti “criticabili” perché minano la dignità dell’attività imprenditoriale e la democrazia, e potesse farlo in prima persona perché ne ha il potere decisionale amministrativo. Questo intervento che La Pira fece, data la sua pericolosità rientrerebbe, per Dante, nel quinto cielo di Marte dove viene versato il sangue per amore della verità. Per un cristiano impegnato come La Pira, anche schierarsi “a favore della legge sul divorzio” con un intervento concreto e orientativo per la cristianità, forse potrebbe rientrare ugualmente che la “lotta agli appalti e alla corruzione” nel cielo di Marte, a condizione però che l’iniziativa non sia stata compresa subito e sufficientemente dai Fedeli e dalle Autorità ecclesiastiche, e perciò con la stessa facilità con cui comunemente si comprende la bontà della “pace nel mondo”, della “lotta alla fame” e del “diritto al lavoro”. Questi cinque temi dovrebbero però sempre risultare sussumibili sotto gli insegnamenti del Vangelo.
    Con il Vangelo anche i “MALI DI ROMA”, cioè le omissioni tendenti ad ottenere dei vantaggi e gli arricchimenti criticabili, avrebbero dovuto trovare un limite invalicabile: ma si trattava per il Bartoletti di dare anche dei consigli concreti, di prendere delle decisioni. Con la morte di Papa ALBINO LUCIANI, che alla C.E.I. era stato il braccio destro del Bartoletti almeno per quello che allora a me direttamente risultava, ritengo che a sostegno dell’importanza dei Sacramenti sia ritornata la Teologia razionalista facendo cadere le parole de “l’Evangelio” al secondo posto, con ciò giustificando meglio, o facilitando, un impegno più o meno indiretto della Chiesa nell’attività legislativa.
    Quale Delegato Giovanile della D.C. io avevo invitato a parlare nel 1955, nel mio COMUNE DI CAMPI BISENZIO, nel teatrino parrocchiale della Pieve di Santo Stefano, MONS. GIULIANO AGRESTI che stimavo, sul tema “IL SIGNIFICATO RELIGIOSO DELL’ATESISMO CONTEMPORANEO”. Era tutto un programma. Facemmo il pieno di compagni Comunisti, in un Comune dove loro avevano la maggioranza assoluta. Ero andato io, con la mia automobile 1100, Fiat 103, a prendere nel 1955 don Giuliano Agresti a Firenze in Via De’ Pucci che, in macchina al ritorno, notai però che mi stava parlando del Bartoletti con minore fascino di quanto avrebbe potuto manifestare lo stesso Bartoletti per lui, se ne avesse dovuto parlare. Dell’accaduto feci subito la spia. Dopo che l’Agresti fu nominarono Arcivescovo di Lucca al posto del Bartoletti, e perciò quasi vent’anni dopo, andando io a trovare a Roma lo stesso Bartoletti, egli mi domandò cosa pensassi di tale nomina. Rimasi piacevolmente sorpreso della stima, ma la mia risposta fu tiepida proprio per il diverso orientamento culturale esistente nei due e lui, mi sembra di ricordare, subito annuì dicendomi, “loro hanno voluto così!”, ma cambiando però immediatamente discorso. Non so se Lucca, dal 1973 in poi, si divise in due: una parte bartolettiana pro legge sul divorzio, e un’altra invece, legata all’Agresti, contro.
    Forse queste sono cose riservate, che non avrebbero dovuto essere rivelate. Ma dopo che le due lettere di Don LORENZO MILANI inviate a MONS. BARTOLETTI, in data 10 settembre 1958 e 1° ottobre 1958, sono state pubblicate senza il consenso dell’amico Don ALESSANDRO CAMPANI, e senza preavvertire me per la citazione in una di esse di mio fratello DON SERAFINO CERI, nel volume di MASSIMO TOSCHI, Don Lorenzo Milani e la sua Chiesa, (ed. Polistampa, Firenze, 1994, pp. 158 – 168), ho sentito di dovermi anch’io fare avanti dicendo la mia, autobiograficamente. Si è trattato comunque di cose dette e fatte dal Bartoletti, che ciascuno potrà prendere liberamente come vuole, o con le pinze: però lui non parlava mai a caso, o per divertimento, ma sempre pensando ad un fine, ad una utilità per il nostro domani, essendo, ne sono convinto, un PROFETA, simile a quelli tanto amati e stimati nelle Comunità seguaci della DIDACHÉ, cioè della Dottrina degli Apostoli (70 – 150 d.C.), assolutamente fedeli allo spirito del Vangelo.
    In questo mio intervento ho teso ad opporre il pensiero di GIULIO ANDREOTTI sul divorzio al nostro di ex-democristiani di ispirazione esistenzialistico-cristiano-francese. Ma è stato solo per comodità e per alcune circostanze casuali e marginali, e non perché il gentile Senatore, da molto tempo più laico di tanti altri democristiani e pur sempre memore dell’esperienza di Alcide De Gasperi, ritenesse, ai tempi del CONCILIO VATICANO II, di opporsi allo spirito cristiano-rinnovatore del nostro E. MOUNIER. Del resto i recenti e saggi consigli dello stesso Andreotti al Governo Berlusconi, di non intervenire sul caso “ELUANA”, pur non rifacendosi a CATONE L’UTICENSE che per una questione di dignità esistenziale preferì il suicidio (Pur., I, 71-72), ben mostrano l’alta qualità della stoffa con cui il Senatore si riveste, improntata al laicismo pur non lasciandosi andare giù senza freni, come invece faccio io volentieri, non so se a dispetto, o a compensazione, per come sono andate le cose nei secoli passati.
    Orbene, essendo Giulio Andreotti PRESIDENTE DELLA CASA DI DANTE IN ROMA ed essendosi direttamente interessato, quale uomo politico, del tema divorzio e quindi facendolo rientrare nel più vasto campo della dialettica libertà-reato, se Dante si fosse effettivamente occupato anche lui dell’eventualità dello scioglimento del vincolo matrimoniale, pur facendo rientrare nella dialettica libertà-peccato, lo stesso Giulio Andreotti si troverebbe nell’ottica di potere parlare del divorzio con competenza e legittimità per due ragioni. Perché è dovuto entrare nel merito della legge per motivi di lavoro; e perché dello stesso divorzio se ne sarebbe interessato Dante con il rapporto Catone-Marzia-Ortensio (Pur., I, 76 – 87) e, ancor più, con la scienza legata alla “donna gentile” (Convivio, II, II, 1). In altre parole, essendosi occupato del divorzio la persona, Dante, presa a simbolo di quell’ente culturale, la “CASA DI DANTE” in Roma, di cui il Senatore Andreotti è Presidente, lo stesso Presidente di tale benemerita associazione, la “CASA DI DANTE” in Roma, avrebbe piena legittimazione ad intervenire sull’argomento prendendo posizione, specialmente dopo che le mie dimostrazioni l’avranno convinto, se lo convinceranno.

    Così mi scriveva il Presidente.

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