Natale. Festa dell’uomo o di Dio? di Angelo Scola

OGGI di mercoledì 31 dicembre 2008, Pag 14

di Angelo Scola

!cid_003d01c3c683$60fb4040$7aa81897@o1p4e5.jpgL’ombra minacciosa della recessione economica si è allargata ormai su tutto il pianeta e, anche se sono soprattutto i più deboli a pagarne i costi (l’ultimo Rapporto della Fao parla di un aumento esponenziale del numero di uomini, donne e bambini africani a rischio di morte per fame), ci ha messo tutti in allarme. Ma forse anche questo come ogni momento di rottura di un equilibrio (è questo il significato più profondo di ogni crisi) può diventare occasione di cambiamento e indicare la strada di una novità. Anzitutto può aprirci gli occhi su di un’evidenza: la crisi non è soltanto economica, ma ha radici che raggiungono gli strati più profondi dell’esperienza umana. Oggi, nelle società avanzate come la nostra in cui tutti i «fondamentali » (le nozioni di vita e di morte, di amore, di famiglia, di lavoro…) sembrano vacillare sotto le potenti scosse sismiche di molte scoperte della tecno-scienza, l’uomo «barcolla». E rischia di affogare nella solitudine della mancanza di un significato, di un motivo adeguato per cui valga la pena spendere la vita, di una speranza certa, di un amore che veramente lo assicuri. Il consumismo, così, non è messo alle corde solo dalla crisi economica ma, tanto più nel nostro Occidente ancora opulento, viene progressivamente smascherato nella sua impotenza a saziare la vera fame dell’uomo. Moltiplicare artificiosamente e saziare i piccoli desideri non basta a spegnere l’irriducibile desiderio che abita il cuore di ogni uomo. In questo senso il ritorno del presepe (un popolo in adorazione del Bambino) dice la nostalgia di una Compagnia di cui è impregnata tutta la storia del nostro popolo. Per questo grande è la responsabilità di noi cristiani, pastori e fedeli, nel riproporre che cos’è veramente il Natale. «Rinunciare a porsi la domanda: “Qualcuno mi ama?”, rinunciare soprattutto a una risposta positiva, vuol dire rinunciare all’umano in sé», ha detto in una recente intervista Jean Luc Marion, uno dei più acuti interpreti della cultura contemporanea. Sì, la risposta positiva c’è: questa è la buona notizia che anche quest’anno il Natale viene a portarci. Dio, – «l’Ignoto-Conosciuto, Colui che gli uomini ignorano eppure conoscono, Colui che cercano» (Benedetto XVI) – si è fatto compagnia all’uomo per raccoglierne e salvarne ogni anelito di bene. Dio si commuove della nostra povertà e viene ad abitare in mezzo a noi. Il cristianesimo è un fatto. In un fatto ci si imbatte, lo si incontra. Un fatto non ha anzitutto bisogno di essere spiegato, ma di essere visto e contemplato. E per questo occorre la semplicità dei nostri bambini, i cui occhi sanno scorgere la realtà dietro i segni. O quella dei pastori che, all’annuncio degli Angeli, si affrettarono a seguirlo: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15). In parecchi forse si sta facendo strada la consapevolezza che il Natale di Gesù è qualcosa di prezioso. Non più da cancellare come l’orpello di un passato un po’ mitico di cui vergognarsi, ma da custodire gelosamente nella memoria. Questo però non basta: certo di una memoria si tratta, ma di una memoria viva che riempie di speranza il nostro futuro. Come i pastori duemila anni fa, anche noi possiamo vedere l’avvenimento che riaccade oggi. Come? Lo vediamo attraverso i testimoni. E testimoni siamo tutti noi semplici battezzati con tutte le nostre debolezze. Lo saremo gli uni per gli altri partecipando alla Messa natalizia, rinsaldando gli affetti familiari, non dimenticando chi è nel dolore, soccorrendo chi è nella miseria, ospitando chi è nella solitudine. Di testimoni hanno soprattutto bisogno i giovani, come documentano le folle delle Giornate mondiali della gioventù. «Tieni gli occhi aperti e non fare sconti su ciò che il tuo cuore desidera veramente»: questo è l’invito che gli ultimi due Papi hanno rivolto loro, senza temere di proporgli la misura alta del la santità, cioè di un’umanità veramente riuscita. Capace di amare e di lavorare, perché certa del significato e dell’utilità della vita. Natale festa dell’uomo perché festa del Dio con noi (Emmanuele: Dio con noi), con noi oggi, con noi che aspettiamo il ritorno glorioso di Gesù risorto. Si tratta di cedere al Suo amore.

 

Natale. Festa dell’uomo o di Dio? di Angelo Scolaultima modifica: 2008-12-30T20:33:00+01:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento