Botta e risposta su Vito Mancuso

Il seme e il frutto della Chiesa

di Luigi Amicone

in “la Repubblica” del 15 gennaio 2009

Caro Direttore, Papa Montini parlava della Chiesa cattolica (dunque dei cattolici) come «entità etnica sui generis». Giovanni Paolo II e Benedetto XVI sono sulla stessa lunghezza d’onda.

Insomma, il cattolicesimo non è universale in quanto cessa di essere particolare. È vero esattamente il contrario: la pretesa universale del cattolicesimo si fonda sul “non negoziabile” particolare della fede nella persona di Gesù Cristo. Il “seme”. Il socialismo, “questo cristianesimo dall’esterno”, come lo definì il grande teologo ortodosso Olivier Clement, è stato invece l’ultimo grande tentativo di costruire quella “religione civile” auspicata, come frutto nel “marcire del seme”, da Vito Mancuso. E sono ormai ricorrenti questi inviti, più o meno stringenti, a mettere il cattolicesimo al servizio di una “buona causa”. Da destra (l’action francaise di Maurras) e da sinistra (la chiesa patriottica di Mao).

È sempre stato in nome di un nobile fine sociale che si è chiesto ai cattolici di rinunciare alla propria identità. Mancuso, oggi, ci offre una versione aggiornata, che potremmo definire pragmatica, mediana o, per usare un linguaggio politico, “centrista”, di questa posizione. Credo però che ci sia un difetto di schematismo nel suo ragionamento. Fin dalle premesse. Secondo le quali, semplifico il discorso, l’Italia sarebbe un paese corrotto, non più come dicevano una volta liberali e marxisti, perché l’Italia non ha conosciuto la riforma protestante. Ma perché, dice oggi il teologo, in Italia manca un legame, una “religione” che sappia mixare gli elementi di tradizione (la chiesa cattolica) e di progresso (laicismo), per insegnare all’individuo il “culto” del bene comune.

Cosa ci viene da osservare? In primo luogo: Mancuso non sa bene come costruire questa “religione civile”, ma dimentica assai bene che religione, etimologicamente e storicamente parlando, non è un “principio unificatore” qualsiasi. Al contrario, era ed è un’identità religiosamente definita che produceva e produce la tenuta, l’unità, la maestà della polis. Se paragoniamo la civiltà romana a quella degli altri popoli, spiega per esempio Cicerone nel suo De natura deorum, si può discutere di tutto circa il ruolo di Roma, dove essa abbia da insegnare o dove invece essa abbia da imparare dagli altri popoli. Ma «Religione, id est cultu deorum, multo superiores»: nella religione, cioè nel culto degli dei, siamo di gran lunga superiore agli altri. Quanto all’America. Anche a lasciar riposare in pace i Padri pellegrini, lo stesso Barack Obama (che come sappiamo è salito alla Casa Bianca accompagnato da un’aura laicista e progressista quasi messianica) ha voluto che il suo insediamento al vertice politico del mondo venisse scandito dalla religione e benedetto dalle preghiere. E dalle preghiere cristiane. Nonostante lo spirito corrosivo dei tempi, basta rileggere la Costituzione americana per ricordare che l’America ha come fondamento il cristianesimo, non un qualsiasi “oppio dei popoli”.

Punto secondo. Cosa suggerisce invece Mancuso per dotare l’Italia di quella “religione civile” che dovrebbe salvarci dalla decadenza e inaugurare l’epoca (danese?) di una moralità nuova? Pensando anzitutto a noi cattolici il teologo ci invita a «porre davvero la fede al servizio del mondo… pensandosi come seme che marcisce nel campo o come lievito che scompare nella pasta». Ecco, «fino a quando il seme vorrà preservare la sua identità di seme senza pensarsi in funzione della pianta, verrà meno al suo compito». Verrebbe da dire, niente di nuovo sotto il sole.

Ben prima del teologo, già agli inizi dello scorso secolo, fu il filosofo e pedagogista John Dewey, a proporre che ogni identità si sacrificasse sull’altare di un’impresa basata sulla “partecipazione di ogni essere umano alla formazione dei valori sociali” e alla formazione di “un’intelligenza finale collettiva”. L’obiezione fondamentale è che non pare proprio che l’esperienza – l’esperienza personale e storica – dimostri che il sacrificio, la negazione o la castrazione della personalità, dell’identità, dell’io della persona umana in vista di un “bene superiore” o di un “futuro radioso”, sia stata foriera di liberazione.

Terzo, l’accusa fatta ai cosiddetti “atei devoti” di puntellare l’ideologia usando il cristianesimo come instrumentum regni, qui, nello schema mancusiano di cattolicesimo che rinuncia alla propria specificità per “servire il mondo” (e poi, quale mondo? Quello dell’individualismo e del principio di “autodeterminazione” etico, come sul Foglio va proponendo lo stesso autore?) diventa davvero pertinente e attuale.

Quarto, come tanti intellettuali cattolici hanno provato a fare prima di lui, Vito Mancuso sembra impegnato a offrire il suo contributo al “suicidio assistito” di quel “popolo sui generis” di cui parlava papa Montini.

Quinto, la suggestiva proposta socio-teologale dell’ex sacerdote di Carate Brianza e pupillo dell’ex cardinale di Milano Carlo Maria Martini, mi pare perfettamente omologa a quel filone ecclesiastico e intellettuale che, in nome della democrazia, del progresso, del servizio al mondo, dal ’68 in avanti hanno costantemente tentato di strumentalizzare il Concilio Vaticano II per introdurre nella chiesa cattolica una visione “collegialista” (o “socialista”) minante la dottrina del primato petrino. Il mio spirito birichino sarebbe tentato di concludere, parafrasando un Tischreden di Lutero, che questo tipo di teologia è una teologia furba e ricca, che ha come gioco e carte, re e principi potentissimi. L’ateo devoto è il 4 di fiori, il papa è il 6 di quadri, il Musulmano l’8 di quadri, l’Americano è il re; alla fine Dio distribuisce il gioco, e batte il papa con Mancuso che è il suo asso.

La natura della pianta cristiana

di Vito Mancuso

in “la Repubblica” del 15 gennaio 2009

Non ho capito tutte le appassionate argomentazioni di Amicone. Per quello che ho capito però mi sento di dire due cose.

1) Aspettavo da tempo che, per contrastare le mie idee, si facesse riferimento al fatto di essere stato ordinato sacerdote. Al mio primo articolo su Repubblica, puntuale, dando un raffinato esempio del vero spirito cristiano, è arrivato Amicone. Allora avevo 23 anni. Dopo neppure un anno capii di aver sbagliato strada, che la mia vera vocazione era la teologia, non il sacerdozio. E iniziai, con grande fatica, ma sempre senza perdere neppure per un secondo la fede, un´altra vita. Si tratta di un tema tanto delicato però che merita una riflessione particolare, senza sporcarlo con le polemiche. C´è tanta, tanta sofferenza, dietro la mia e le storie di molti altri.

2) Sul merito della questione, mi limito a dire che non c´è nessuna identità che deve scomparire, just relax. Si tratta semmai di essere veramente fedeli all´identità del tutto particolare del cristianesimo, il quale è veramente se stesso quando è veramente per gli altri. E´ questa la logica cristiana, già a partire dalla Trinità. Non c´è prima l´identità di Padre, di Figlio e di Spirito, e poi la loro relazione (che sarebbe triteismo). C´è prima la reciproca relazione, da cui, poi, sorgono le persone in quanto “relazioni sussistenti”, come insegna Tommaso d´Aquino. Il che significa: più la relazione col mondo è sincera e totale e gratuita, più costituisce la vera identità cristiana. Dire che il seme è in funzione della pianta, non significa auspicare la scomparsa dei semi: significa solo capire la loro vera natura.

VEDI ANCHE:

La Repubblica 16 Gennaio 2009
di Adriano Prosperi

Il peso della storia nella fragilità
delle istituzioni del nostro Paese

LA CHIESA IN CAMPO
E L`ITALIA DIVISA
Dirò subito perché la proposta di Vito Mancuso sulla religione civile mi pare importante e degna di attenzione al di là della solidità dei mattoni con cui è costruita. Il suo appello è rivolto ai cattolici che avvertono …
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Botta e risposta su Vito Mancusoultima modifica: 2009-01-15T18:17:00+01:00da borgosotto
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