Se il diavolo veste Facebook

Fonte: Avvenire, 20.1.09, p.29 di Mimmo Muolo

La Chiesa raccoglie la sfida del web  

Come tra Scilla e Cariddi, l’atteggiamento di molti credenti rispetto a internet oscilla ancora tra «esaltazione e diffidenza », tra «paura e idolatria», tra «senso di minaccia e adesione ingenua e indiscriminata». La rete delle reti richiede invece soprattutto «una presa di coscienza». E cioè il fatto che il web «ha sempre di più il carattere del linguaggio e di un ambiente, e meno quello di uno strumento». Si prenda ad esempio Facebook. Occasione di incontro tra le persone o fabbrica di «individualismi interconnessi»? Sono le principali questioni risuonate ieri nel Centro convegni Cei di via Aurelia, dove è iniziato il convegno «Chiesa in Rete 2.0», organizzato dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e dal Servizio informatico della Conferenza episcopale italiana. Le prime le ha poste monsignor Mariano Crociata, inquadrando in estrema sintesi la problematica che fa da sfondo al simposio cui prendono parte oltre trecento operatori dei nuovi media. I riferimenti a Facebook hanno attraversato tutta la prima giornata di lavori, stimolando una riflessione che all’interno della comunità ecclesiale è ancora agli inizi. Proprio per questo il segretario generale della Cei, intervenuto ieri pomeriggio, ha fornito alcune delle chiavi di lettura fondamentali per un corretto rapporto con il mondo virtuale. «Comprendere e conoscere» da un lato. «Educare e accompagnare » dall’altro. «Nell’ambiente del web – ha detto monsignor Crociata – siamo chiamati a vivere perché la sua forza ci condiziona e non possiamo tirarci fuori». Ma occorre farlo secondo «alcuni criteri e regole da seguire». Ad esempio il piano antropologico, cioè «il rapporto tra immediatezza e mediazioni». «Cosa allontana e cosa avvicina? Cosa rende più diretto il rapporto e cosa lo rende lontano?», si è chiesto il vescovo. Subito dopo, a questa prima riflessione ne ha aggiunta una seconda. Occorre, ha sottolineato, «non perdere mai di vista l’irriducibilità della dimensione corporale». E infine ne ha proposta una terza di natura ecclesiologica: «L’irriducibilità della dimensione sacramentale. Tutto deve essere ricondotto alla dimensione sacramentale del nostro essere Chiesa», ha concluso Crociata. Una Chiesa «che ha assunto in modo diretto il proprio impegno» per una presenza significativa nel web. «E la mia presenza oggi qui è una conferma ». Il convegno vuole fare proprio il punto su questa presenza. E il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, don Domenico Pompili, lo ha detto apertamente. «Siamo ormai al tempo del web 2.0. Siamo passati cioè dalla semplice fruizione di contenuti elaborati da altri (come avveniva sostanzialmente nel web 1.0) alla costruzione e condivisione degli stessi (come suggerisce l’esplosione dei blog), per arrivare ai nostri giorni in cui si assiste alla realizzazione di un ‘reale universo virtuale’, non necessariamente alternativo al mondo fisico reale». Chiaro il riferimento a Facebook. «Non vi è dubbio – ha sottolineato – che ci siano in giro difensori entusiasti del virtuale, che tendono a minimizzare il suo impatto, così come vi sono ostinati detrattori che vorrebbero descriverlo necessariamente come antitesi all’umano». Viene in sostanza da chiedersi se questi strumenti non facciano crescere un nuovo tipo di individualismo, e per la precisione (la definizione è del sociologo spagnolo Castells, ha ricordato il direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei) «un individualismo interconnesso che mentre rescinde i legami con il territorio circostante, moltiplica poi le connessioni, magari proprio su Facebook ». In che modo, si è chiesto don Pompili, «questo individualismo interconnesso ridisegna il territorio umano e, dunque, la dinamica relazionale?». In attesa dell’ormai imminente messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (‘Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia’), che «lascia chiaramente immaginare (e in modo dichiaratamente propositivo) come in questo ambito si giochi una partita importante dell’umano », qualche riflessione è venuta dai partecipanti al convegno. La «nuova tecnologia è una risorsa ambivalente » nella costruzione dei rapporti sociali, ha detto Giuseppe Mazza, docente di Teologia fondamentale e di Comunicazioni sociali alla Pontificia università Gregoriana. Se infatti è vero che la tecnologia può «amplificare l’esperienza dell’uomo nel suo mondo, esaltando entrambi i termini in gioco – l’uomo e il mondo, appunto – ed enfatizzandone le occasioni d’incontro»; dall’altro «appare chiaramente come l’interazione virtuale si distingua da altri tipi d’interazione mediata non tanto per via dell’incremento quantitativo di relazioni possibili, quanto per il carattere plurale e sincronico della comunicazione implicata». In altri termini, a differenza della comunicazione faccia a faccia, «non bisogna dimenticare – ha messo in guardia Mazza – che le relazioni mediate da computer risultano spesso prive di regole e che quest’assenza, fatte salve le dovute eccezioni, comporta instabilità, interazioni scarse, se non distorte, tra identità fittizie e ambiguità ». La socialità, pertanto, «ne risulta ridotta». In sostanza anche in questo caso i navigatori della rete devono stare attenti a non naufragare tra Scilla e Cariddi.

E infine internet si trasformò anche in un tempio virtuale. «Sono tre, infatti, i modelli di presenza delle esperienze religiose sul web: la vetrina, cioè l’uso di internet per rendere note le proprie iniziative; il contatto ovvero l’utilizzo della Rete per tenere in collegamento gli aderenti a una comunità religiosa; e infine il modello della sacralizzazione del web, adottato per fondare nuovi culti, per lo più costruiti a immagine e somiglianza delle religioni storiche, con un gran sacerdote e altre figure sacrali». È un altro dei problemi, questo della presenza delle sette nel mondo virtuale, con cui bisognerà fare i conti nel prossimo futuro. A mettere in guardia su tale nuovo fenomeno è stato ieri Adriano Fabris, docente di Filosofia morale dell’Università di Pisa, intervenuto al convegno ‘Chiesa in rete 2.0’. Secondo Fabris (che ha preso parte a una tavola rotonda moderata dal giornalista di Avvenire Francesco Ognibene, presenti anche il sociologo Stefano Martelli e lo studioso di comunicazione digitale Daniel Arasa) emerge nell’uso del web da parte di istituzioni religiose e soprattutto da parte dei cosiddetti «nuovi culti», cioè delle sette, il problema del «corretto comportamento in internet». «Siti non accessibili, difficilmente usabili, dall’apparenza complicata, sono ovviamente un cattivo biglietto da visita», così come è criticabile anche «un abuso nell’utilizzo della mailing list per dare visibilità alle iniziative». Ma soprattutto Fabris ha invitato «tenere sempre ben distinto ciò che è virtuale e ciò che è reale. Perché la relazione più piena, più coinvolgente, più vera, è appunto quella diretta».

 

Vedi anche: www.chiesacattolica.it/chieseinrete

Se il diavolo veste Facebookultima modifica: 2009-01-20T17:50:00+01:00da borgosotto
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