La Bibbia non è un soprammobile

Fonte: http://www.sanpaolo.org/fc/0905fc/0905fc48.htm

Monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura e direttore della nostra opera: «Famiglia Cristiana porta la Bibbia nelle case. Non mettetela sullo scaffale».

Cinquemila pagine le ha scritte solo sui Salmi. Monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura, il biblista più noto del mondo, nemmeno si ricorda quante volte ha letto la Bibbia. La cosa certa è che non ha ancora smesso. Ha scritto un’ottantina di libri e altri ne scriverà. Scava e scava e scava tra le parole, con pazienza certosina: «C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire».

  • Eccellenza, quando le venne la passione per la Bibbia?

«Ho sempre amato la letteratura italiana e quella greca. E dopo gli anni di teologia all’Università Gregoriana mi danno da studiare una letteratura particolare, la letteratura biblica».

  • Perché particolare?

«Nella Bibbia ci sono tutti gli stili e tutti i generi letterari: il romanzo storico, l’epica, la poesia, il giallo, le norme giuridiche, i rapporti statistici, la polemica. Per conoscere la Bibbia bisogna partire dalla dimensione delle parole, da collocare in modo preciso».

  • Ma è anche parola di Dio…

«Vero. Ma Dio si serve delle parole umane. E senza un’analisi seria delle parole, quei 73 libri assomigliano solo a un grande pasticcio».

  • Iniziamo dall’epopea: dove si trova?

«Canto di Mosè, capitolo 15 dell’Esodo e la descrizione del passaggio del Mar Rosso. Chi scrive intinge la penna nell’epica. Ma è bravissimo e riesce a evitare la tentazione del mito».

  • La poesia?

«Cantico dei cantici, ma sarebbe troppo facile. Resta un capolavoro. Un libro poetico è Giobbe. Bisogna leggerli uno dietro l’altro e partire da Giobbe, il libro della crisi, che descrive la notte del dolore per arrivare alla luce dell’amore».

  • Perché i Salmi le piacciono tanto?

«Sono poesia applicata alla liturgia. Nei Salmi ci sono la musica e l’arte della parola. E indicano anche un impegno. Il Salmo 47 dice “Cantate a Dio con arte”. Hanno ispirato ogni canzone liturgica».

  • Si può dire che i libri sapienziali siano saggi di filosofia?

«Sì. Qoelet è il sapiente che si interroga sul senso o il non senso della vita. Ma anche le prime pagine della Genesi sono un po’ sullo stesso tono. L’uomo diventa protagonista delle sue azioni e l’autore riflette sulle sue relazioni fondamentali con Dio, con la natura, con la donna, con il dramma del male».

  • Invece il giallo dove si trova?

«Nella storia di Susanna, al capitolo 13 del libro di Daniele. Leggetelo. È un vero e proprio giallo giudiziario».

  • E la teologia?

«Le parabole del Vangelo, esempio facilissimo di teologia simbolica».

  • Che libro è la Bibbia? Storico, un ricco romanzone, e anche parola di Dio?

«Esattamente come lei ha detto. Gli uomini che l’hanno scritta avevano a disposizione tutta l’attrezzatura della cultura. Ma avevano una preoccupazione in più della sola descrizione degli eventi e, potremmo dire oggi, dei dibattiti in corso. Dovevano riuscire a spiegare l’agire di Dio nei fatti storici».

  • A uno che non crede, quindi, la Bibbia non dice proprio nulla?

«Assolutamente no. La Bibbia è anche il grande codice dell’Occidente. Senza la Bibbia, dell’uomo occidentale io non capisco nulla».

  • Faccia un esempio…

«Il decalogo: senza il decalogo l’etica occidentale non sta in piedi. La Dichiarazione dell’Onu sui diritti umani nessuno l’avrebbe potuta scrivere. Li violiamo continuamente, i comandamenti, eppure sappiamo che esistono. E poi, anche l’arte senza la Bibbia sarebbe stata sicuramente più povera. Marc Chagall ha ammesso che i pittori di tutte le epoche hanno intinto il pennello nell’alfabeto colorato della Bibbia».

  • Va bene anche se gli artisti molte volte hanno sbagliato?

«Va bene, va bene così, anche se si sono inventati allegorie, se sono stati usati anacronismi, come quello, per esempio, di vestire i personaggi biblici con abiti di ogni tempo».

  • Ma lei non si stufa davvero mai di leggere la Bibbia?

«No. Scopro significati sempre nuovi. E poi ogni epoca ha la sua esegesi».

  • Appunto: che scienza è l’esegesi?

«Una scienza aperta alle provocazione della cultura del tempo. L’ultima è la psicanalisi. Anche uno come Jung si occupa dell’esegesi della Bibbia. Sbaglia, però si confronta».

  • Chi l’ha inventata l’esegesi?

«La Bibbia, e non si sorprenda. Dentro la Bibbia stessa ci sono le prime risorse per capirla. Il libro della Sapienza è stato scritto alle soglie del cristianesimo, per cercare di interpretare concetti ed esperienze storiche del popolo di Israele, come per esempio l’immortalità dell’anima e l’Esodo, tenendo conto delle categorie filosofiche di Platone, quelle che erano diffuse allora».

  • E questo cosa insegna?

«Che ogni scienza può aiutare a capire la Bibbia. Oggi vi applichiamo la semiologia, autorizziamo approcci socioesistenziali, psicanalitici, canonici. Per questo motivo i commenti alla Bibbia non finiranno davvero mai».

  • Quali sono, secondo lei, le pagine più noiose di questo testo?

«Normalmente si dice quelle dei libri dei Numeri. Ma è sbagliato. Certo, i capitoli dedicati al censimento degli ebrei sono un po’ faticosi da leggere. In realtà, il libro è pieno di avvenimenti del cammino di Israele nel deserto. Più noioso è il Levitico, il libro dei sacerdoti, delle rubriche del culto degli ebrei».

  • E le pagine più difficili?

«Potrà sembrare paradossale, ma dico i Vangeli, che tutti ritengono facili. Sono costruiti su un equilibro delicatissimo tra la storia e la loro interpretazione trascendente ed è facilissimo sbagliare. Basta considerare la quantità di critiche, di interpretazioni antitetiche che ci sono in giro. Sbaglia chi li considera una raccolta di tesi o solo una narrazione di eventi. Il rischio di letture fondamentaliste, cioè soltanto storicistiche o soltanto spiritualiste, è una costante nell’analisi dei Vangeli».

  • Lei da dove consiglia di cominciare nella lettura?

«La tradizione monastica cominciava dalla Genesi e andava avanti fino all’Apocalisse. I lettori di Famiglia Cristiana potrebbero fare anche così. Ma un volume alla settimana è forse troppo. Allora io suggerisco, intanto, di non mettere i libri sullo scaffale, ma di tenerli a portata di mano e di cominciare dall’Esodo e poi di leggere Giobbe, un capolavoro, la storia di uno che lotta con Dio, che si pone il problema del male per parlare di Dio. Quindi passare ai Salmi, leggere il Qoelet e il Cantico dei cantici. Secondo me questa è la porta migliore per entrare nella Bibbia».

  • E il resto? I profeti?

«Cominciare da Ezechiele, da Isaia e da Geremia può essere faticoso. Meglio iniziare a leggere Amos e Osea. Amos tratta soprattutto del tema della giustizia, quindi la società, la politica, il potere, le critiche al falso culto. Osea parla dell’amore tradito, di una religiosità costruita non sugli obblighi, ma sull’amore e sull’adesione libera, dove prima c’è il perdono e poi la coscienza del peccato, dove la prospettiva della visione cristiana non è assolutamente quella del delitto e del castigo».

  • Quando si arriva al Nuovo Testamento quali accorgimenti usare?

«Prendere un Vangelo, quello di Marco per esempio, e leggerlo tutto da capo a fondo. È un Vangelo essenziale, dove alla fine è il centurione a riconoscere Gesù Figlio di Dio. E ha davanti uno sconfitto, appeso alla croce. Serve per farci capire che la scoperta del mistero della fede è aperta a tutti e non è pratica riservata ai preti o ai fedelissimi».

  • E Paolo, che quest’anno citano tutti?

«In realtà le lettere di Paolo si leggono pochissimo. Io suggerisco di leggere la Prima lettera ai Corinzi, non per scoprire il Lenin del cristianesimo, come diceva Gramsci di Paolo, ma l’uomo che affronta i problemi della società, del welfare, della visione intellettuale o meno del cristianesimo, anche con critiche feroci alle liturgie».

  • L’ultimo libro è l’Apocalisse: un mito nel bene e nel male?

«L’Apocalisse non è l’oroscopo delle sciagure. Bisognerebbe una volta per tutte finirla con questa leggenda nera contro l’Apocalisse».

  • La colpa di chi è?

«Di tanti e anche del film di Francis Ford Coppola Apocalypse Now, con la danza degli elicotteri e le musiche di Wagner. Nell’Apocalisse non ci sono soltanto distruzioni, catastrofi e la fine del mondo».

  • E il libro più bello per lei?

«Indico un brano: capitolo III, versetto 20 dell’Apocalisse. La storia di uno che bussa a cui noi possiamo, se vogliamo, aprire».

  • Anche la Bibbia può bussare?

«È quello che fa Famiglia Cristiana: bussa e porta nelle case la Bibbia. Sono tante le occasioni per far entrare Dio in casa. Basta non metterle sullo scaffale come un soprammobile».

Alberto Bobbio
La Bibbia non è un soprammobileultima modifica: 2009-01-27T18:51:01+01:00da borgosotto
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