I martiri del 2008 a causa di Cristo e del Vangelo

Fonte: www.testimoni.org

È un dovere fare memoria di questi nostri fratelli che con la loro testimonianza ci ricordano cosa vuol dire donare la propria vita a Cristo ed essere disposti ad amare “fino all’estremo limite”. Il loro esempio vale più di tanti bei discorsi sul significato della vita consacrata, quando poi magari si vive senza passione per Cristo e per i fratelli.

Ogni anno l’Agenzia Fides raccoglie e pubblica un dettagliato dossier con le testimonianze di uomini e donne che hanno perso la vita violentemente, a causa della loro adesione a Cristo e al Vangelo. Dal 1980 ad oggi il numero dei “martiri” è davvero impressionante: 912. Nel corso del 2008 sono stati uccisi 16 sacerdoti (di cui 7 appartenenti a Congregazioni religiose), 1 religioso fratello, 2 volontari laici e l’arcivescovo caldeo di Mosul (Iraq) mons. Paulos Faraj Rahho. Ricordarli ancora oggi e pregare per loro – lo ha sottolineato il papa Benedetto XVI – «è un dovere di gratitudine per tutta la Chiesa e uno stimolo per ciascuno di noi a testimoniare in modo sempre più coraggioso la nostra fede e la nostra speranza in Colui che sulla croce ha vinto per sempre il potere dell’odio e della violenza con l’onnipotenza del suo amore» (Regina Coeli, 24 marzo 2008). In questo anno paolino lo stesso pontefice in diverse circostanze ha riletto l’esperienza di fede di san Paolo nel martirio di tanti nostri fratelli e sorelle contemporanei: «Anche oggi, duemila anni dopo, Paolo continua a camminare per le strade del mondo, della nostra epoca, sui mille fronti della missione, attraverso vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e in misura sempre maggiore laici, che a causa del Vangelo vengono imprigionati, percossi, messi a morte; che affrontano viaggi estenuanti, i pericoli dei fiumi, dei briganti, della città, del deserto e del mare, la fatica e il travaglio, fame e sete, digiuni, freddo e nudità, fino a dare la suprema testimonianza di una morte violenta. Il loro sangue tuttavia, come quello di Paolo, “non invoca vendetta, ma riconcilia”. Non si presenta comeaccusa, ma come ‘luce aurea’… si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità». (Benedetto XVI, omelia, 29 giugno 2008)

Una vita per Cristo e i fratelli

Scarne sono le fonti che potrebbero fare totale chiarezza sulle circostanze che hanno portato alla morte violenta di un così alto numero di testimoni. Tutti avevano consacrato la loro vita a Cristo e al suo Vangelo e stavano svolgendo il loro ministero pastorale in contesti già difficili come, per esempio, in Iraq. Consapevoli di tale pericolo non hanno esitato a esporre quotidianamente le loro vite per prendersi cura dei fratelli più poveri e sofferenti. Il loro eroismo è stato contrassegnato dalla quotidiana presenza e dedizione a servizio del popolo di Dio. Riguardo alle modalità della loro uccisione, l’agenzia Fides scrive: «Molti sono stati assassinati in apparenti tentativi di rapina, sorpresi nelle loro abitazioni da uomini senza scrupoli che pensavano di trovare chissà quali tesori nascosti, o lungo le strade che percorrevano per andare a svolgere il loro ministero, magari solo per impossessarsi dei loro autoveicoli. Altri sono stati eliminati solo perché opponevano tenacemente l’amore all’odio, la speranza alla disperazione, il dialogo alla contrapposizione violenta. Altri ancora sono stati sorpresi mentre erano immersi nella preghiera, ad attingere nutrimento e forza spirituale per portare avanti la loro missione, e sono così passati dall’adorazione all’incontro con il Padre. Ci sembra opportuno, come abbiamo fatto anche in altre circostanze, fare memoria di questi nostri fratelli che con la loro testimonianza, fino al versamento del sangue, ci ricordano cosa vuol dire donare la propria vita a Cristo ed essere disposti ad amare “fino all’estremo limite”. Il loro esempio vale più di tanti bei discorsi che a volte facciamo sul significato della vita consacrata, adagiandosi poi magari a viverla senza passione per Cristo e per i fratelli.

Il primato spetta all’Asia

Il triste primato del numero di operatori pastorali uccisi nel 2008 appartiene al continente asiatico. L’Asia è stata bagnata dal sangue di 1 arcivescovo, 6 sacerdoti, 1 volontaria laica, uccisi in Iraq, India, Sri Lanka, Filippine e Nepal. Di particolare tragicità la morte di mons. Paulos Faraj Rahho, arcivescovo caldeo di Mosul (Iraq). Tra i sacerdoti uccisi in India citiamo don Bernard Digal, dell’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneshwar, in Orissa (India): è il primo sacerdote cattolico rimasto ucciso nella campagna di violenza anticristiana in questo stato che ha provocato, secondo i dati forniti dalla Conferenza episcopale indiana, 81 morti; 22.236 profughi accolti nei campi predisposti dal governo e oltre 40.00 persone fuggite dal distretto di Kandhamal; 450 villaggi colpiti dai disordini; 4.677 case distrutte; 236 chiese e 36 fra conventi, istituti e aule religiose distrutti; 5 sacerdoti cattolici e 15 pastori percossi violentemente, una suora violentata e umiliata pubblicamente. Don Bernard venne aggredito e malmenato il 25 agosto, all’inizio dell’ondata di violenze, ed è deceduto due mesi dopo in seguito alle gravi lesioni riportate. «Durante la sua vita p. Bernard ha mostrato determinazione e coraggio nel testimoniare e morire per Cristo. È morto da vero cristiano, e subito dopo l’aggressione subita ha perdonato i suoi nemici e persecutori » ha detto p. Mrutyunjay Digal, sacerdote della stessa arcidiocesi. Ancora in India, nello stato indiano dell’Andra Pradesh, è stato assassinato il sacerdote carmelitano p. Thomas Pandippallyil, mentre si recava in un villaggio per celebrare la santa messa.

Nello Sri Lanka, ad Ambalkulam (diocesi di Jaffna), in un territorio che è terreno di scontri fra l’esercito e i ribelli tamil, è stato ucciso il sacerdote Mariampillai Xavier Karunaratnam, parroco della chiesa di Vannivi’- laangku’lam, attivista per i diritti umani, fautore del dialogo e della riconciliazione, fondatore e presidente dell’organizzazione “North East Secretariat on Human Rights”, che aveva denunciato le violazioni e gli abusi della guerra e fornito assistenza psicologica alle popolazioni rimaste vittima del conflitto. Padre Jesus Reynaldo Roda, OMI (Missionari Oblati di Maria Immacolata) è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Tabawan (Filippine), dove guidava una piccola stazione missionaria, portando avanti l’attività pastorale per una comunità cattolica di una trentina di persone, gestendo programmi di istruzione e di dialogo interreligioso. Mentre stava recitando il Rosario un gruppo di aggressori ha tentato di rapirlo, e alla sua resistenza è stato percosso e ucciso. Secondo la Conferenza episcopale delle Filippine, il sacerdote aveva già ricevuto minacce da parte di dissidenti islamici legati al gruppo Abu Sayyaf, ma aveva rifiutato la scorta. Anche la piccola comunità cattolica del Nepal conta il suo primo sacerdote ucciso, il salesiano p. Johnson Moyalan. (cf. Testimoni, 15/2008, p.1)

America, Africa ed Europa

Sono 5 i sacerdoti uccisi in America: 2 in Messico e 1 in Venezuela, Colombia e Brasile. In Messico sono stati uccisi don Julio Cesar Mendoza Acuma, morto in ospedale in seguito all’aggressione subita nella sua casa parrocchiale la notte precedente, e don Gerardo Manuel Miranda Avalos, ucciso da un colpo di pistola al petto mentre stava entrando nell’Istituto “Fray Juan de San Miguel” di cui era direttore. Nella sua abitazione a Caracas (Venezuela) è stato trovato il cadavere del sacerdote Pedro Daniel Orellana Hidalgo. Sul corpo i segni di strangolamento, le mani legate, un bavaglio sulla bocca e diverse escoriazioni. Dal suo appartamento erano stati rubati oggetti personali. Don Jaime Ossa Toro, dell’Istituto per le Missioni estere di Yarumal, è stato accoltellato a Medellin, nel nordest della Colombia. Il corpo è stato trovato nella sua abitazione, accanto alla chiesa di Emaús, dove era parroco. Infine il sacerdote Nilson José brasiliano, è stato ucciso a coltellate nello stato brasiliano del Paranà, e il suo corpo gettato in una scarpata lungo la strada, tra la paglia e il fogliame, vittima di una rapina. In Africa hanno perso la vita in modo violento 3 sacerdoti, 1 religioso e 1 volontario laico: in Kenya, Guinea Conakry, Nigeria e Repubblica Democratica del Congo. In Kenya sono stati uccisi P. Michael Kamau Ithondeka, vicerettore del Mathias Mulumba Senior Seminary di Tindinyo, e P. Brian Thorp, dei missionari di Mill Hill, ritrovato senza vita nella canonica della sua parrocchia a Lamu, nell’arcidiocesi di Mombasa. P. Michael è stato ucciso a un posto di blocco illegale stabilito da una banda di giovani armati sulla strada Nakuru – Eldama, nella Rift Valley, la zona dove sono più violenti gli scontri e le vendette a sfondo etnico, mentre p. Brian apparentemente risulta vittima di una rapina a mano armata avvenuta nella notte. Fratel Joseph Douet, 62 anni, dei Fratelli dell’istruzione cristiana di San Gabriele, è stato assassinato a Katako, in Guinea Conakry, nel collegio che aveva fondato. Mentre era in preghiera alcuni malviventi lo hanno legato e gli hanno messo un sacco in testa, soffocandolo, probabilmente a scopo di rapina. Don John Mark Ikpiki, è stato ucciso a Isiokolo (stato del Delta, Nigeria), a poca distanza dalla stazione di polizia locale, da rapinatori che volevano rubare la sua automobile, poi ritrovata abbandonata. Nella martoriata Repubblica Democratica del Congo ha trovato la morte anche il volontario laico Boduin Ntamenya, originario di Goma (Nord Kivu) ucciso mentre stava svolgendo il suo lavoro in zona di guerra. Lavorava per l’Ong italiana AVSI e faceva parte di una equipe di formatori che appoggia e sostiene gli insegnanti e gli studenti che lavorano e studiano in zone di conflitto. Da anni, con coraggio, generosità e passione, lavorava per dare speranza al suo paese e ai suoi fratelli, accettando di addentrarsi tra le colline e le foreste del Congo in zone dove la guerriglia è all’ordine del giorno.

In Europa sono stati uccisi 2 sacerdoti, in Russia: due sacerdoti, entrambi gesuiti, padre Otto Messmer e padre Victor Betancourt, sono stati uccisi nella loro abitazione, a Mosca. I mezzi di comunicazione russi hanno diffuso la notizia dell’arresto dell’omicida, che ha confessato. Si tratta di uno psicopatico, persona già nota alla polizia perché arrestata precedentemente per altri fatti. A questo elenco si deve aggiungere il numero di tanti altri testimoni di cui non si ha notizia e che per la loro fede in Cristo soffrono per il Vangelo.

I loro nomi nel Libro della Vita

Riportiamo ora più in particolare alcuni cenni biografici e le circostanze della morte di questi nostri fratelli e sorelle.

Il sacerdote Pedro Daniel Orellana Hidalgo, 50 anni, è stato trovato morto nella sua abitazione a Caracas (Venezuela) la mattina del 6 gennaio 2008. Sul suo corpo erano evidenti i segni di strangolamento, le mani erano legate, aveva un bavaglio sulla bocca e diverse escoriazioni. L’appartamento era in disordine ed erano stati rubati oggetti personali. Originario di Caracas, per molti anni il sacerdote aveva svolto il suo lavoro pastorale nell’Arcidiocesi di Cumanà. Al suo rientro a Caracas, aveva ricoperto incarichi amministrativi e come docente. Attualmente non ricopriva alcun incarico ecclesiale e celebrava la santa messa presso la parrocchia “Cuore Immacolato di Maria” nel quartiere El Rosal. Dal momento che domenica 6 non si era presentato per la celebrazione della Messa, nell’anniversario della morte di sua madre, i parenti, con cui aveva parlato il giorno prima, si sono recati nella sua abitazione, nel quartiere Manzanares della capitale venezuelana, trovando la porta semiaperta e il suo corpo privo di vita.

Padre Jesus Reynaldo Roda, OMI (Missionari Oblati di Maria Immacolata) è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco a Tabawan (Filippine), nella serata di martedì 15 gennaio 2008. Il missionario, 55 anni, risiedeva sull’isola da 10 anni, guidando una piccola stazione missionaria, portando avanti l’attività pastorale per una comunità cattolica di una trentina di persone, gestendo programmi di istruzione e di dialogo interreligioso. Era anche direttore dell’Istituto Notre Dame di Tabawan, frequentato da bambini cristiani, musulmani e indigeni. Secondo la ricostruzione dei testimoni e delle forze locali di polizia, un gruppo di almeno 10 persone non identificate è entrato nella cappella della missione, dove p. Jesus stava recitando il rosario. Gli aggressori lo hanno preso, insieme con un insegnante della scuola, con l’intento di rapirli. Sembra che il sacerdote abbia fatto resistenza dicendo che sarebbe rimasto con la sua gente. A quel punto è stato percosso e ucciso con diversi colpi di arma da fuoco. Secondo la Conferenza episcopale delle Filippine, il sacerdote aveva già ricevuto minacce da parte di dissidenti islamici legati al gruppo Abu Sayyaf , ma aveva rifiutato la scorta.

P. Michael Kamau Ithondeka, vicerettore del Mathias Mulumba Senior Seminary di Tindinyo (Kenya), è stato ucciso il 26 gennaio, a un posto di blocco illegale istituito da una banda di giovani armati sulla strada Nakuru – Eldama, nella Rift Valley, la zona dove sono più violenti gli scontri e le vendette a sfondo etnico. P. Michael si stava recando a Nakuru. Secondo la ricostruzione dell’evento, il sacerdote era partito dal seminario da solo, ma lungo la strada aveva dato un passaggio ad alcune persone. Alcuni giovani a un posto di blocco illegale, lo hanno fermato ed ucciso. Le persone che erano con lui sono state ricoverate in ospedale. Secondo le testimonianze raccolte sul posto, p. Michael è stato ucciso da alcuni giovani che volevano vendicare la morte di un loro amico. P. Kamau era nato a Kiambu, vicino a Nairobi, nel 1966. Entrato nel seminario minore di Molo nel 1986 in seguito aveva studiato al St Augustine Seminary nel 1987 e al St. Mathias Mulumba. Ordinato per la diocesi di Nakuru il 9 gennaio 1993, tra il 1998 e il 2002 aveva studiato Sacra Scrittura al Pontificio Istituto di Studi Biblici di Roma. Nel 2005 era diventato vicerettore del St Mathias Mulumba Seminary.

Fratel Joseph Douet, 62 anni, dei Fratelli dell’istruzione cristiana di San Gabriele, è stato assassinato l’8 aprile a Katako, in Guinea Conakry. Era originario di Pin-en- Mauges, in Francia, e aveva trascorso 37 anni in Africa. Dopo la formazione religiosa a Boitissandeau, in Vandea, e gli studi universitari ad Angers, aveva insegnato a Cholet. Nel 1971 iniziò la missione di Senegal, come insegnante, direttore scolastico e responsabile della formazione. Rientrato in Francia per gravi motivi di salute, appena ristabilitosi volle subito tornare in Africa. Nel 1989 venne nominato superiore della giovane provincia del Senegal, incarico che gli venne riconfermato per un secondo mandato. Quindi si trasferì in Guinea, dove la provincia del Senegal aveva fondato due missioni, ad Ourous e a Katako, con un centro di alfabetizzazione e una scuola agraria. Fratel Joseph è stato ucciso proprio nel suo collegio, dove al momento era solo: tutti infatti erano fuori, impegnati nei preparativi per l’inaugurazione di una nuova scuola, realizzata soprattutto grazie al lavoro di fratel Douet. Mentre era in preghiera, è stato sorpreso da alcuni malviventi che lo hanno legato e gli hanno messo un sacco in testa, soffocandolo, probabilmente a scopo di rapina. Secondo il suo desiderio, fratel Douet è stato sepolto a Katako.

P. Brian Thorp, dei missionari di Mill Hill, 77 anni, è stato ritrovato senza vita nella canonica della sua parrocchia a Lamu, nell’arcidiocesi di Mombasa (Kenya), apparentemente vittima di una rapina a mano armata avvenuta nella notte tra il 9 e il 10 aprile 2008. P. Thorp era Johnnato il 30 gennaio 1931, a Yorkshire Bridge a Bamford, Derbyshire, in Inghilterra, quarto di cinque figli. Dopo una vita come carpentiere e muratore, nel 1967, in seguito alla morte del fratello più giovane, iniziò a riflettere sul proprio futuro. L’anno seguente abbracciò gli studi tra i Missionari di Mill Hill. Emise i voti temporanei nel giugno 1970 e quelli perpetui il 29 giugno 1972. Svolse la sua prima missione, dal 1973 al 1976, a Basankusu, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, dove si occupò della gestione di diversi progetti di costruzione di edifici per la missione. In seguito svolse missioni in Kenya e in Uganda. Nel 1999 fu nominato parroco a Lamu dove ricostruì gli edifici parrocchiali.

Mons. Paulos Faraj Rahho, Arcivescovo Caldeo di Mosul (Iraq), 65 anni, è stato rapito il 29 febbraio a Mosul, dopo aver celebrato la Via Crucis, all’uscita della chiesa dello Spirito Santo. Al momento del rapimento sono state uccise tre persone: le guardie del corpo e l’autista. Il corpo dell’arcivescovo è stato ritrovato in seguito a un’indicazione dei rapitori, il 13 marzo: era stato seppellito nei dintorni di Mosul. Il nunzio apostolico in Giordania e Iraq, Mons. Francis Assisi Chullikat ha ricordato che «Mons. Rahho era un uomo di pace e di dialogo, collante tra cristiani e musulmani». «Mons. Rahho ha preso la sua croce e ha seguito il Signore Gesù, e così ha contribuito a portare il diritto nel suo martoriato paese e nel mondo intero, rendendo testimonianza alla verità. È stato un uomo di pace e di dialogo», ha detto il papa durante la santa messa di suffragio, da lui presieduta nella cappella “Redemptoris Mater” il 17 marzo. «So, ha proseguito Benedetto XVI, che aveva una predilezione particolare per i poveri e i portatori di handicap, per la cui assistenza fisica e psichica aveva dato vita a una speciale associazione, denominata Gioia e Carità (“Farah wa Mahabba”), alla quale aveva affidato il compito di valorizzare tali persone e di sostenerne le famiglie, molte delle quali avevano imparato da lui a non nascondere tali congiunti e a vedere Cristo in essi. Possa il suo esempio sostenere tutti gli iracheni di buona volontà, cristiani e musulmani, a costruire una convivenza pacifica, fondata sulla fratellanza umana e sul rispetto reciproco».

Il sacerdote Mariampillai Xavier Karunaratnam, parroco della chiesa di Vannivi’laangku’lam, attivista per i diritti umani, fautore del dialogo e della riconciliazione, è stato ucciso il 20 aprile ad Ambalkulam (diocesi di Jaffna) nello Sri Lanka. Il sacerdote è stato colpito mentre era nella sua autovettura, in un territorio che è terreno di scontri fra l’esercito e i ribelli tamil. Secondo informazioni diffuse dalla guerriglia, sarebbe stato colpito da una raffica di mitra dei soldati dell’esercito regolare. Altre ricostruzioni parlano dell’esplosione di una mina che avrebbe distrutto l’automobile. Il sacerdote era fondatore e presidente dell’organizzazione “North East Secretariat on Human Rights”, che aveva denunciato le violazioni e gli abusi della guerra e fornito assistenza psicologica alle popolazioni rimaste vittima del conflitto. I fedeli della sua parrocchia lo ricordano come Pastore che si preoccupava della vita del suo gregge in ogni circostanza, venendo incontro ai bisogni spirituali e materiali delle persone, specialmente degli sfollati che avevano perso casa e mezzi di sostentamento a causa del conflitto.

Don Julio Cesar Mendoza Acuma, messicano, 33 anni, è morto il 2 maggio 2008 in ospedale, a Città del Messico, in seguito all’aggressione subita nella sua casa parrocchiale la notte precedente. Era parroco della chiesa di Nostra Signora del Rosario, in un quartiere della zona meridionale della capitale messicana. È stato trovato nel bagno della sua abitazione, ancora in vita, bocconi, con le mani legate, la testa e il volto insanguinati. Trasportato all’ospedale, è morto per le ferite riportate.

Il salesiano p. Johnson Moyalan, sessantenne missionario indiano, è stato ucciso il 1° luglio a Sirsia, in Nepal, da un gruppo di uomini armati. L’episodio è avvenuto nella missione salesiana di Sirsia, a circa 15 km dai confini tra l’India e il Nepal. Nel cuore della notte un gruppo di uomini armati è penetrato nella missione, costringendo il guardiano notturno a condurli nella casa dei salesiani. Il viceparroco ha cercato soccorsi ma è stato neutralizzato. Gli aggressori si sono poi recati nella stanza di p. Johnson Moyalan e lo hanno ucciso, dileguandosi dopo circa 15 minuti. Gli abitanti della zona sono intervenuti e hanno trovato il corpo del missionario, ferito a morte da due colpi di arma da fuoco. Tra le ragioni dell’omicidio, oltre al furto o a un tentativo di estorsione, si considera anche la possibilità che sia opera di un gruppo di estremisti indù che opera nella zona, che in passato ha minacciato le comunità cristiane e musulmane. P. Johnson Moyalan era nato a Ollur, in Kerala, nel 1948. Salesiano dal 1967, era stato per diversi anni vice parroco in molte zone dell’Andhra Pradesh. Giunto a Dharan nel 1996, si era trasferito nel 2000 nella nuova presenza missionaria di Sirsia, dove i Salesiani operano tra i più poveri, gestendo una scuola elementare e una parrocchia. Giunto in Nepal aveva preso il nome di p. John Prakash. «P. Johnson era un sacerdote molto impegnato pastoralmente, un eccellente missionario, una persona capace di grande compassione verso i poveri e gli emarginati. In passato, nella sua missione in Nepal aveva aiutato la allora ‘Missio sui iuis’ nella formazione dei seminaristi. Poi si era molto impegnato per l’istruzione e la promozione sociale di popolazioni povere, costituite soprattutto da non cristiani, fra i quali i tribali e i cosiddetti ‘intoccabili’. La sua dedizione nella scuola Don Bosco di Sirsia era apprezzata da tutti»: con queste parole lo ha ricordato mons. Anthony Sharma, Vicario Apostolico del Nepal.

Don Jaime Ossa Toro, colombiano, dell’Istituto per le Missioni estere di Yarumal, è stato accoltellato il 13 agosto a Medellin, nel nord-est della Colombia. Il corpo è stato trovato nella sua abitazione, accanto alla chiesa di Emaús, dove da tre anni prestava servizio come parroco. Nato a Medellin (Colombia) il 28 novembre 1937, era stato ordinato sacerdote nell’ottobre 1962 ed era stato missionario in Angola per 14 anni. Dal 1995 era tornato a Medellin. Secondo le testimonianze dei fedeli, il sacerdote si distingueva per il suo spirito di carità verso i più bisognosi, per la sua sincerità, intelligenza e cultura. Molto amato dai suoi fedeli e dai confratelli, si era dedicato in particolare a promuovere la partecipazione dei laici e dei giovani alle attività missionarie.

P. Thomas Pandippallyil, 38 anni, sacerdote carmelitano indiano è stato rinvenuto senza vita a Mosalikunta, sulla strada che collega Lingampet a Yellareddy, nello stato indiano dell’Andra Pradesh, la notte del 16 agosto scorso. Era stato assassinato mentre si recava in un villaggio per celebrare la santa messa. A un chilometro circa di distanza era stato ritrovato il motorino che usava per i suoi spostamenti.Mons. Marampudi Joji, arcivescovo di Hyderabad, ha negato con forza che egli svolgesse attività di “proselitismo e conversioni forzate”, visto che vi sono solo “cinque famiglie di fede cattolica” nella parrocchia in cui è avvenuto l’omicidio. Secondo l’arcivescovo il crimine è stato il risultato del clima di «gelosia verso la Chiesa cattolica», colpevole solo di lavorare per lo sviluppo delle zone più povere e abbandonate del paese e impegnata a sostenere e aiutare quanti sono vittime di violenze e oppressioni. Nativo del Kerala, diocesi di Palai, p. Pandippallyil era entrato nella missione dei Carmelitani di Maria Immacolata a Chanda il 24 giugno 1987, ed aveva emesso i voti nel 2002. È stato per diverso tempo rettore dell’istituto provinciale e ha lavorato come amministratore nell’ospedale, nella scuola e nel centro missionario locale.

Nilson José, sacerdote, brasiliano, 44 anni, è stato ucciso a coltellate e ritrovato il 24 agosto nella località rurale di Tieté (stato del Paraná, Brasile), in una scarpata lungo la strada, a circa 10 km dall’abitato di Araucaria, nascosto tra la paglia e il fogliame. La polizia ha arrestato quattro uomini, suoi conoscenti, che secondo una ricostruzione dei fatti, lo avrebbero sequestrato allo scopo di costringerlo a prelevare i suoi risparmi in banca per poi derubarlo e ucciderlo.

Don John Mark Ikpiki, nigeriano, 43 anni, è stato ucciso il 1° settembre ad Isiokolo (stato del Delta, Nigeria), a poca distanza dalla stazione di polizia locale, da rapinatori che volevano rubare la sua automobile, poi ritrovata abbandonata. Il sacerdote era molto conosciuto in quanto autore di diversi testi catechistici e di formazione, impegnato nell’animazione di ritiri spirituali e incontri per i giovani. Nella diocesi di Warri era parroco di St Ambrose, cappellano diocesano della Catholic Dramatic Society e direttore diocesano dell’ufficio delle comunicazioni sociali, che pubblica il periodico diocesano “The Messenger of Peace”. Secondo le testimonianze di chi lo ha conosciuto, era un sacerdote carismatico e molto impegnato nel suo ministero.

Gerardo Manuel Miranda Avalos, sacerdote messicano, 45 anni, è stato ucciso da un colpo di pistola al petto esploso nel pomeriggio del 2 settembre, mentre stava entrando nell’Istituto “Fray Juan de San Miguel” di cui era direttore. Il crimine è avvenuto nel portico dell’istituto educativo che sorge al centro dell’abitato di Los Reyes, nello stato del Michoacan (Messico). Il colpo è partito da una vettura in movimento. Soccorso dal personale del centro educativo e da alcuni genitori degli studenti, è morto in ospedale durante le prime cure mediche. Era originario di Yurecuaro (stato del Michoacan, Messico) dove era nato il 22 dicembre 1961. Era stato ordinato sacerdote nel 1987, ed era molto amato e rispettato nell’intera regione per il suo impegno educativo.

I corpi senza vita di un sacerdote cattolico di 60 anni, p. Samuel Francis, e di una volontaria laica, Mercy Bahadur, sono stati trovati il 22 settembre nel villaggio di Chota Rampur, nei pressi di Dehradun, nella diocesi di Meerut, nello stato di Uttarakhand (India settentrionale). Secondo gli inquirenti il duplice omicidio risalirebbe a circa due giorni prima. P. Samuel Francis era chiamato anche “Swami Astheya”, dato che aveva scelto una vita eremitica in un ashram, tipico monastero indù, adattato alla tradizione cristiana. La volontaria laica da oltre un anno collaborava con il sacerdote per accogliere quanti si recavano all’ashram. Secondo un comunicato della Conferenza episcopale dell’India, l’omicidio non sembra far parte della campagna di odio anticristiano lanciata da gruppi radicali indù, ma essere piuttosto conseguenza di un tentativo di rapina nel luogo dove il sacerdote viveva, che è stato infatti saccheggiato. L’ashram cristiano era un luogo in cui sacerdoti, religiosi, gruppi ecclesiali, giovani si recavano per trascorrere giornate di ritiro e meditazione. Era un centro di preghiera ma anche un luogo in cui spesso poveri e bisognosi vi trovavano un po’ di conforto e aiuto. Era divenuto, inoltre, un punto di riferimento per l’organizzazione di incontri e convegni interreligiosi, promuovendo in particolare il dialogo fra indù e cristiani.

Don Bernard Digal, dell’Arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneshwar, in Orissa (India), aggredito e malmenato il 25 agosto nell’ondata di violenze scatenate dai radicali indù, è deceduto il 28 ottobre in ospedale, in seguito alle gravi lesioni riportate alla testa. Il sacerdote, 45 anni, era stato trasportato all’ospedale di Chennai, in Tamil Nadu, per essere sottoposto a un delicato intervento chirurgico al capo, ma il suo fisico, malridotto a causa di numerosi traumi, ferite e lesioni in tutto il corpo, ha ceduto. «Durante la sua vita p. Bernard ha mostrato determinazione e coraggio nel testimoniare e morire per Cristo. È morto da vero cristiano, e subito dopo l’aggressione subita ha perdonato i suoi nemici e persecutori», ha detto p. Mrutyunjay Digal, sacerdote della stessa arcidiocesi e segretario dell’arcivescovo locale, mons. Raphael Cheenath. P. Bernard è il primo sacerdote cattolico rimasto ucciso nella campagna di violenza anticristiana.

I corpi senza vita e con segni di violenza di due sacerdoti gesuiti, padre Otto Messmer e padre Victor Betancourt, sono stati ritrovati la sera del 28 ottobre nella loro abitazione, a Mosca, da un altro confratello preoccupato per il loro silenzio. È stato appurato che il duplice assassinio è avvenuto il 27 ottobre, in tempi diversi, con uno scarto di 15/17 ore tra la morte del primo gesuita e quella del secondo. I mezzi di comunicazione russi hanno diffuso la notizia dell’arresto dell’omicida, che ha confessato. Si tratta di uno psicopatico, persona già nota alla polizia perché arrestata precedentemente per altri fatti. Padre Otto Messmer, cittadino russo, era nato il 14 luglio 1961 a Karaganda (Kazakhstan), in seno a una famiglia di origini tedesche, profondamente cattolica. Dal 13 ottobre 2002 era il superiore della Regione indipendente russa della Compagnia di Gesù. Padre Victor Betancourt era nato il 7 luglio 1966 a Guayaquil, in Ecuador. Aveva compiuto i suoi studi in Argentina, Ecuador, Germania e Italia. Dal 2001 faceva parte della Regione russa. Aveva lavorato nella pastorale delle vocazioni ed attualmente era professore di Teologia nell’Istituto di filosofia, teologia e storia “San Tommaso” di Mosca.

Boduin Ntamenya, 52 anni, originario di Goma (Nord Kivu, Repubblica Democratica del Congo) è stato ucciso il 15 dicembre 2008, mentre stava svolgendo il suo lavoro in zona di guerra, nel territorio di Rutshuru. Boduin lavorava per l’Ong italiana AVSI da quasi due anni e si occupava di educazione in emergenza. Faceva parte di una équipe di formatori che appoggia e sostiene gli insegnanti e gli studenti che lavorano e studiano in zone di conflitto. La mattina del 15 dicembre era partito alla volta di Rutshuru con Ciza Deo Gratias, 57 anni, autista di AVSI fin dal 2003. Entrambi conoscevano bene il territorio perché da anni, con coraggio, generosità e passione, lavoravano per dare speranza al loro paese e ai loro fratelli, accettando di addentrarsi tra le colline e le foreste del Congo in zone dove la guerriglia è all’ordine del giorno. Lo scopo della missione era di censire esattamente le scuole che avevano aperto i battenti dopo gli ultimi scontri tra le truppe governative e i ribelli. Secondo una ricostruzione dei fatti, a pochi chilometri dalla meta l’automobile è stata attaccata da quattro banditi armati che hanno aperto il fuoco sulla cabina del fuoristrada. Ciza Deo Gratias è stato colpito a una mano e al ventre ma, nonostante le ferite, ha continuato a guidare per oltre un chilometro fino a che la jeep, danneggiata al motore, si è spenta. Boduin, colpito in pieno dalla raffica, è morto prima di raggiungere l’ospedale del villaggio: lascia 6 figli e la moglie.

Possiamo concludere questa rassegna, senza dubbio ampiamente incompleta, ma significativa, con le parole pronunciate da Benedetto XVI, il 28 giugno scorso, nell’omelia per l’apertura dell’anno paolino: «L’amore di Cristo ci spinge… (2 Cor 5,14-15); spinge ancora oggi uomini e donne, a tutte le latitudini, ad andare incontro ai fratelli nel nome di Cristo, salvatore e redentore dell’uomo. …Da ciò possiamo trarre una lezione quanto mai importante per ogni cristiano. L’azione della Chiesa è credibile ed efficace solo nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono disposti a pagare di persona la loro fedeltà a Cristo, in ogni situazione. Dove manca tale disponibilità, viene meno l’argomento decisivo della verità da cui la Chiesa stessa dipende».

I martiri del 2008 a causa di Cristo e del Vangeloultima modifica: 2009-01-31T13:05:17+01:00da borgosotto
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