Il Papa, il Dalai lama e la democrazia

di Joaquìn Navarro-Valls, LA REPUBBLICA, 28.3.09

Il dibattito internazionale delle ultime settimane è stato caratterizzato in modo quasi solenne da una serie di avvenimenti che, se letti e interpretati bene, possono dare il quadro della nostra epoca. Si tratta in particolare di due eventi apparentemente scollegati tra loro, ma che mostrano invece quanto nel mondo globalizzato ormai gli episodi siano tutti legati tra loro. Il primo e più recente atto sconcertante è stata la negazione da parte del governo sudafricano di dare il visto d’ ingresso al Dalai Lama, il quale avrebbe dovuto prendere parte ad una conferenza di premi Nobel per la Pace in vista dei mondiali di calcio del 2010. La motivazione è stata che la presenza del leader religioso tibetano non corrisponde all’interesse del Sudafrica. Il motivo vero, però, è stato piuttosto il divieto imposto dalla Cina, che avrebbe minacciato di rompere l’ accordo per lo sviluppo Cina-Africa, negando il finanziamento promesso. La gravità dell’ atto è testimoniata dalla reazione degli altri premi Nobel, i quali, capeggiati da Nelson Mandela e dall’ arcivescovo Desmond Tutu, hanno minacciato di boicottare la partecipazione alla conferenza. Il secondo evento, altrettanto emblematico, anche se ovviamente dissimile, riguarda la visita di Benedetto XVI in Camerun e in Angola. In quest’ultima circostanza, ovviamente, le resistenze sono state meno efficaci.

Anche se, tuttavia, guardando il modo con cui alcuni media occidentali hanno reagito alle dichiarazioni fatte dal Papa sull’ uso dei preservativi, si può notare un atteggiamento di ostruzionismo analogo, per non dire identico. Se volessimo essere un po’ maliziosi, potremmo affermare che zittire il Dalai Lama è stato più semplice che tappare la bocca al Papa. Infatti, in quest’ultimo caso si è dovuti ricorrere alla mistificazione e all’ alterazione del messaggio, in modo da renderlo inefficace o addirittura ridicolo. All’interno di queste reazioni molto dure di resistenza o d’intolleranza, sia pure diverse per entità e significato, conviene porsi non tanto la domanda sulla validità o meno delle idee dei protagonisti, come di quelle di qualsiasi altra figura religiosa o morale, ma sulla ragione che motiva nel mondo un intervento così drastico sulla loro libera espressione. In questi casi in gioco non c’ è, infatti, la positività, l’adeguatezza e l’opportunità di un’opinione e basta, ma il significato profondo che le autorità religiose detengono nella società, insieme alla loro libertà espressiva. Un esempio molto chiaro è il ruolo totalmente asservito alla politica che molti Muftì musulmani hanno in alcuni paesi integralisti, o l’ intolleranza che in altri contesti personaggi politici, come Mahmoud Ahmadinejad, hanno manifestato verso le libertà religiose. È chiaro, infatti, che in un contesto in cui il potere è esercitato e legittimato dalla volontà popolare, il concetto stesso di autorità politica deve sottostare a limiti e a controlli molto rigorosi. Per evitare che le democrazie divengano delle dittature cesaristiche, è logico che la legge prescriva controlli specifici molto efficaci alla politica, affinché il potere politico non si trasformi in una forza dirompente e dannosa per la stessa democrazia. Ricordando Maritain, possiamo dire che la nozione stessa di sovranità politica non può sopravvivere in un contesto democratico, perché la volontà popolare sopprime l’assoluta trascendenza del potere politico dalle leggi. Lo stesso discorso, però, non può valere anche per le grandi autorità spirituali. Anzi, conviene ammettere che, in quest’ ultimo caso, vale esattamente il contrario. Una vera democrazia si alimenta dalla libertà con cui i leader spirituali possono esprimere le loro visioni del mondo, sulla vita e sulla morte, senza dover richiedere particolari autorizzazioni né politiche né opportunistiche. Soltanto, infatti, laddove i rabbini, i muftì, il Papa o il Dalai Lama possono esprimere liberamente alle coscienze i loro messaggi, viviamo in un contesto veramente democratico. In caso contrario, ci troviamo in una situazione in cui i media o gli interessi politici ed economici sono tornati ad essere sovrani, ossia antidemocratici e totalitari. Come il non avere la febbre è la prova della salute di una persona, così la libertà di parola delle autorità spirituali lo è della solidità democratica. Certamente ci sono molti modi di impedire l’espressione pubblica delle opinioni religiose. Una prima può essere semplicemente quella di impedire di parlare ai loro rappresentanti, come avvenuto in Sudafrica. Ma un modo più subdolo e non meno grave è quello di manipolare il messaggio trasformandolo in qualcosa di banale o quasi ridicolo. Si tratta dello stesso meccanismo con cui si lede la credibilità di un testimone durante un processo per impedire che convinca la corte. Tanto più forte è la potenza sovrana degli interessi politici, quanto più i trasmissori di idee crescono nella loro onnipotenza, fino ad impedire ai cittadini di poter ascoltare e, eventualmente far valere, l’ascolto di quelle parole o di quelle indicazioni nella propria coscienza. La Cina ci ha abituato ormai da tempo a questa inibizione della libertà religiosa, a cui tutti reagiamo scandalizzati. Stiamo attenti, però, a non applicare anche nelle nostre eccelse democrazie pluraliste e liberali lo stesso principio, sia pure in modo diverso. Vi è un’ etica in quello che si fa, e questa etica si chiama, appunto, professionale, perché ha un legame con la deontologia da seguire anche e soprattutto quando si ascolta e si deve far ascoltare ai cittadini i grandi messaggi di speranza o i grandi moniti spirituali che queste figure carismatiche così importanti rivolgono al mondo. In fondo, la coscienza individuale è per il pensiero e per la capacità di agire individuale, quello che in ottica sociale o globale sono le grandi autorità spirituali. Alterareo inibire, dissacrareo svilire la loro libertà significa impoverire la democrazia dei suoi anticorpi più efficaci contro il totalitarismo tecnocratico. L’autorità spirituale delle grandi religioni non è, in ultima istanza, importante soltanto per i fedeli, ma anche per la salute della democrazia. La quale potrebbe rischiare alle volte di essere segregata in nuove catacombe mediatiche.

Il Papa, il Dalai lama e la democraziaultima modifica: 2009-03-31T12:12:46+02:00da borgosotto
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