La Terra Santa di Ratzinger e quella di Wojtyla

di Joaquìn Navarro-Valls, LA REPUBBLICA, 7.5.09

 Domani Benedetto XVI inizierà il suo lungo pellegrinaggio in Terra Santa che durerà un´intera settimana. Si tratta di una tappa storica nei rapporti tra cristiani, ebrei e musulmani, un appuntamento importante che arriva in un momento cruciale del suo Pontificato e della vicenda mediorientale. Sembra passato poco tempo da quando il 26 marzo del 2000, nel pieno dell´anno giubilare, Giovanni Paolo II lasciò la sua lettera di perdono in un anfratto del Muro del Pianto, meravigliando l´opinione pubblica mondiale. Il globo parve fermarsi per un momento davanti alla mano tremante dell´anziano Papa che portava la contrizione cristiana nel cuore d´Israele. Tutti compresero subito che non era un atto formale, ma che tutta l´umanità entrava con la Chiesa nel nuovo millennio, e che le nuove prospettive di pace, i nuovi rischi di guerra e, in breve, le sorti stesse dell´umanità sarebbero state decise dai rapporti esistenti tra le grandi religioni monoteiste del pianeta. In realtà, Papa Wojtyla concluse con quel viaggio a Gerusalemme un lungo percorso di riavvicinamento al mondo ebraico, che ebbe tanti precedenti importanti, a partire dalla visita che il 13 aprile del 1986 compì alla grande Sinagoga di Roma, accompagnato dal rabbino Toaff. Sicuramente, Benedetto XVI, con questo suo ritorno in Terra Santa, si propone in perfetta continuità con il suo predecessore: da un lato, seguendo le tracce del suo insegnamento e, dall´altro, portando una presenza istituzionale in un contesto malagevole, sempre più lacerato dall´incubo di una guerra infinita. Se la presenza del Papa ad Amman, a Gerusalemme, a Betlemme e a Nazareth è possibile che concorra a consolidare l´omogeneità culturale tra i grandi monoteismi, l´evento cade in un momento storico particolarmente ostile e delicato nei rapporti regionali tra arabi e israeliani. La situazione è molto più critica oggi che nove anni fa, per molte ragioni. In primo luogo, perché allora si era creato un clima di pace, che sembrava aprire spiragli nuovi nella direzione di una soluzione diplomatica. A rappresentare i palestinesi, poi, c´era Arafat, un leader popolare e discutibile ma molto ascoltato, e comunque premio Nobel – insieme a Rabin – per la pace. Inoltre, la politica israeliana stessa pareva possedere un maggiore equilibrio rispetto ad oggi, anche con una più forte disponibilità a capire i palestinesi. Lo scenario di due Stati sovrani e indipendenti, voluta con insistenza da Clinton, pur tra mille traversie, non sembrava allora un´utopia, con la recondita possibilità che si portasse al tavolo perfino il nodo gordiano di Gerusalemme.

Oggi, invece, dopo l´esito turbinoso della seconda Intifada e dopo la violenta guerra di Gaza del dicembre scorso, non sembra si possa sperare realisticamente in un risultato così ambizioso. Alla visione di pace è subentrata semmai una speranza di tregua. Le recenti elezioni politiche israeliane hanno visto il moltiplicarsi delle forze di destra, Lieberman e Netanyahu in testa, dopo l´uscita di scena di Sharon. Il moderato Barak – che durante il viaggio di Giovanni Paolo II era Primo Ministro – è ormai all´angolo. Mentre, dall´altra parte, tra i palestinesi vediamo un´enorme spaccatura politica. Al debole governo di Abu Mazen si accompagna l´ombra sempre più forte del radicalismo di Hamas. In questo contesto così complicato, Benedetto XVI giungerà a portare un sereno messaggio di pace: una concordia religiosa nel bel mezzo di una latente guerra tra due popoli divisi dall´odio antico, nel cuore della città santa di Gerusalemme. Anche domenica scorsa, Papa Ratzinger è tornato su questa sfida offerta dall´imminente viaggio, e sulle speranze e sui timori che lo accompagnano. Rispetto al programma di Giovanni Paolo II, si vedono chiaramente molti dei tratti comuni che si è detto, ma anche non poche differenze. Wojtyla, ad esempio, non visitò alcuna moschea in Terra Santa, ma lo fece a Damasco. Benedetto XVI, invece, compirà ben due importanti incontri con il mondo musulmano: il primo ad Amman nella moschea di Al Hussein Bin-Talan, e il secondo al noto santuario islamico di Gerusalemme, la cosiddetta Moschea della Roccia. Una seconda grande novità è il fatto che Benedetto XVI presiederà molte più celebrazioni pubbliche, officiando ben tre messe: a Gerusalemme nel Getsemani, a Betlemme nella Piazza della Mangiatoia e a Nazareth sul Monte del Precipizio. Sono tre luoghi sacri fondamentali del cristianesimo, e tre simboli altamente significativi per tutti. Di sicuro, al di là degli incontri protocollari, resta al centro il desiderio del Papa di dare una nuova testimonianza personale alla Shoah. Benedetto XVI, in questo senso, farà un´importante visita al Memoriale di Yad Vashem, soffermandosi davanti la fiamma del mausoleo. Fuori programma rimane però, così come per Giovanni Paolo II, il museo con la controversa fotografia di Pio XII. Durante la permanenza a Gerusalemme sono previsti, per di più, una serie ravvicinata d´incontri sia con le organizzazioni del dialogo interreligioso, sia con il Gran Muftì di Gerusalemme e sia con i due Gran Rabbini al centro Hechal Shlomo. È difficile calcolare alla vigilia gli effetti che la presenza di Benedetto XVI metterà in atto all´interno dei delicati equilibri esistenti tra arabi, israeliani e cristiani, anche perché ovviamente l´occasione sarà propizia pure per i gruppi più aggressivi che non perderanno l´occasione di mostrare i loro intenti ed esibire le proprie insofferenze. In modo latente, vi sarà certamente l´interesse ufficiale della politica locale di profittare della presenza del Papa e dei riflettori di tutto il mondo per smuovere le acque. Ciò si unirà alla volontà del Papa di garantire una certa visibilità all´eterogenea minoranza cristiana, auspicando una crescita anche dei loro diritti civili, oltre quelli religiosi. Non da ultimo, vi è sul tappeto la grande questione patrimoniale e fiscale tra il governo israeliano e il Vaticano, relativa alle proprietà ecclesiastiche. Anche da questo punto di vista, è interessante chiedersi se ci sarà un´accelerazione nella soluzione dei contrasti, oppure una permanenza dello stallo. Il valore aggiunto sarà, in definitiva, la vastità culturale dei discorsi di Benedetto XVI, dai quali affiorerà il senso autentico del suo impegno razionale nei tre campi che fanno da cornice a questo viaggio: una maggiore intesa tra i cristiani; un più congiunto sodalizio spirituale tra i monoteismi – cristianesimo, ebraismo e Islam –, e l´inizio di una definitiva comprensione reciproca tra i due popoli del Medioriente. Perché, alla fine, il mondo oggi può attendersi un apporto realmente efficace nella direzione della pace solo da questo storico pellegrinaggio del Papa nella terra dei padri.

La Terra Santa di Ratzinger e quella di Wojtylaultima modifica: 2009-05-07T18:11:00+02:00da borgosotto
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento