La sana religione

di Vittorio Emanuele Parsi
Tratto da La Stampa del 12 maggio 2009

La prima parte del pellegrinaggio di Benedetto XVI in Terrasanta, quella più specificamente incentrata sui rapporti con l’islam, si è conclusa come meglio non sarebbe stato possibile.

Accolto da un re, Abdallah di Giordania, che ha legato il destino politico suo personale, quello della dinastia e quello del Paese alla scommessa che sia possibile sconfiggere dall’interno le derive radicali così insistenti nel mondo arabo, il Papa si è mosso con prudenza e sagacia, smentendo sia quelli che lo avrebbero voluto protagonista di un viaggio più politico (si veda l’intervista concessa dal solito ambiguo Tarik Ramadan alla Stampa domenica), sia chi lo aveva dipinto come una sorta di «augusto gaffeur», interrogandosi su quante «nuove Ratisbona» avrebbero potuto sorgere dai 32 discorsi previsti per il Papa (così l’Herald Tribune di venerdì scorso, in un articolo forse un po’ troppo disincantato). Tutto bene, quindi, almeno per ora.

Al di là dei suoi inevitabili significati anche politici, nel senso nobile del termine, quello del pontefice romano è innanzitutto il viaggio di un illustre pellegrino nei luoghi che, secondo la tradizione cristiana, furono testimoni di gran parte dell’avventura terrena di Gesù. Non bisognerebbe mai dimenticarlo.

E Benedetto XVI, lo ha voluto ribadire, ancora sull’aereo che lo conduceva ad Amman, ricordando che si muoveva nella sua veste di «leader spirituale di una grande religione e non in quella di capo politico». Il concetto è a dir poco cristallino e, condivisibile non solo dai fedeli cattolici o dai credenti in generale, ma anche da chi, laicamente, rispetta il ruolo che le religioni possono liberamente svolgere proprio grazie alla netta separazione tra religione e politica che ha forgiato la modernità.

Ciò che immediatamente salta all’occhio, tanto più sullo sfondo del tormentato Levante, è il destino peculiare (e positivo) che il cristianesimo, anche nella sua versione cattolica, ha avuto in Occidente. È grazie al secolare processo di laicizzazione e secolarizzazione che la società occidentale ha prodotto e conosciuto, e che ha consentito anche la trasformazione dei credo religiosi storicamente più diffusi in Occidente, che, oggi, la massima autorità spirituale del cattolicesimo può essere accolta come amica in un Levante dove l’Islam è di gran lunga dominante. Inutile sottolineare come l’incandescente situazione del Medio Oriente veda uno scenario nel quale, invece, le speranze che laicizzazione e secolarizzazione progrediscano sono ormai pie illusioni. Dal Libano all’Iran, dall’Iraq all’Egitto e, sia pure in forme molto diverse, allo stesso Israele e alla Turchia, la politicizzazione della religione e la deriva religiosa del discorso politico sembrano semmai essere la nuova tendenza. Al punto che suonano tutt’altro che convenzionali le parole pronunciate sabato da Ratzinger di fronte alle autorità religiose e culturali del regno ascemita: è «la manipolazione ideologica della religione per scopi politici il catalizzatore reale delle tensioni e delle divisioni e anche delle violenze nella società».

Il corollario di queste affermazioni è che quando la religione è impropriamente utilizzata come strumento di lotta politica essa si trasforma: il suo messaggio intimamente pacifico viene sostituito da un simulacro dal valore spirituale molto più basso, ma dal potenziale devastante. La potremmo definire la «legge di Gresham applicata alla religione»: così come, dove circolano due mezzi di pagamento di valore intrinseco diverso (oro e argento), la moneta cattiva (cioè quella di bassa lega) scaccia quella buona, altrettanto si potrebbe dire accada dove circolano due proposte religiose dal valore intrinseco differente (una capace di non prestarsi a un uso improprio e l’altra politicizzata). Alla fine, il rischio è che la religione piegata ad uso politico prevalga su quella autenticamente intesa. Ovvero che il cattivo uso scacci il buon uso poiché, detto più semplicemente, quando «la si butta in politica», la «cattiva» religione scaccia quella «buona».

Nel Levante ciò appare particolarmente evidente. E non riguarda questa o quella fede, per i propri contenuti specifici. Ma piuttosto investe tutte le religioni in quelle società dove i processi di laicizzazione e di secolarizzazione sono falliti, si sono interrotti o non hanno mai davvero preso piede. Anche in Occidente del resto, in secoli bui, il cristianesimo rischiò di «snaturarsi» e «corrompersi», perché alcuni tentarono di porlo al «servizio della politica». Ma quel rischio venne progressivamente rintuzzato e tanto la religione quanto la società furono poste al sicuro da ciò che altrimenti avrebbe minacciato la libertà di entrambe.

Un’ultima notazione. In un mondo in cui è diffuso l’impiego della religione come strumento di mobilitazione politica, i moderati e illuminati come re Abdallah rischiano di avere vita difficile. Per dirla con Schumpeter, i radicali e gli estremisti sembrano infatti essere imprenditori politici più «appropriati», una volta che si consenta un uso politico della religione.

Segnalato da: http://www.mascellaro.it/web/index.php?page=articolo&CodAmb=1&CodArt=33303

La sana religioneultima modifica: 2009-05-12T09:09:00+02:00da borgosotto
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