Il Papa teologo e un dialogo non scontato

di Andrea Riccardi, CORRIERE DELLA SERA, 13.5.09

 

Caro direttore, il Papa è in Israele. L’opinione pubblica del Paese scandaglia le sue parole con la consueta vivacità. Per Israele, il Papa e la Chiesa non sono  quantité négligeable. Certo Benedetto XVI non è venuto solo per gli ebrei, ma per i Luoghi Santi, i cristiani e i palestinesi. La visita a Israele non è però contorno e cortesia. Paolo VI andò in Terra Santa nel 1964 solo per i Luoghi Santi. È stata ricordata la sua riservatezza verso Israele. Non c’erano rapporti diplomatici tra Vaticano e Israele, stabiliti solo nel 1993. Spingevano al riserbo anche il mondo arabo e i vescovi arabo-cristiani, ostili alla cancellazione (voluta da Montini) dell’accusa di deicidio agli ebrei. Un intellettuale ebreo, André Chouraqui, si lamentò con Maritain: «La voce del nostro popolo non è sentita a Roma dove il tumulto di coloro che non amano gli ebrei è spesso così grande». Dopo quarant’anni Chouraqui, morto nel 2007, non lo direbbe più. In questi giorni ho la sensazione che, da Gerusalemme, Benedetto XVI manifesti un grande disegno di dialogo. Forse non tutti se ne sono accorti. Ci sono alcune nubi. Si ricorderà la polemica sul vescovo negazionista Williamson. Qualche nube è di questi giorni: alcuni rimproverano al Papa di non aver toccato la sensibilità ebraica sulla Shoah. Soprattutto è invalsa ormai l’abitudine (in parte dell’opinione pubblica) di guardare sempre a quel che manca al messaggio di Benedetto XVI, per paragonarlo a suo svantaggio con il predecessore. È invece da considerare che Benedetto XVI ha fortemente voluto il viaggio in Terra Santa, pesante per i suoi 82 anni. Avrebbe avuto motivi per restare a Roma. Inoltre ha già annunciato la visita alla sinagoga di Roma. Il Papa tiene agli appuntamenti con l’ebraismo. Benedetto XVI viene a visitare Israele e gli ebrei. Lo fa dopo Giovanni Paolo II che, dal 1986, alla sinagoga di Roma, ha segnato una svolta, dichiarando la fraternità intrinseca tra fede cristiana e ebraismo. Nel 2000 dopo il suo viaggio in Terra Santa, parlando dell’accoglienza degli ebrei, mi disse: «In quei giorni è successo qualcosa! ».

Benedetto XVI si è mosso su questi passi. Forse molti non sanno quanto il teologo Ratzinger abbia approfondito i rapporti ebraico-cristiani. Non è senza conseguenza nel cammino di un Papa teologo. La meditazione a Yad Vashem sui nomi delle vittime s’iscrive nella riflessione di un Papa che non fa discorsetti d’occasione. Benedetto XVI dice quel che crede e sente, radicandolo in una visione teologica. Così differisce da molti leader del nostro tempo che dicono quel che la gente si aspetta e poi lo dimenticano rapidamente. Chi era a Yad Vashem, come chi scrive, ha percepito la commozione del Papa. A un certo punto Benedetto XVI ha parlato dei bambini assassinati nella Shoah mettendosi dalla parte dei loro genitori: «Chi avrebbe potuto immaginare che sarebbero stati condannati a un destino così lacrimevole?». Ieri, al rabbinato d’Israele, ha insistito su un’amicizia fondata sulla fiducia. In una terra di diffidenze cementate tra mondi religiosi, ha insistito sulla fiducia: la «sicurezza», tema caro a Israele, deriva dalla fiducia, creatrice di calma e confidenza – ha ricordato al presidente Peres. Gli ebrei hanno un posto speciale nel dialogo fin dal Concilio. Ma il Papa ha voluto parlare anche con l’islam. Mi sembra che, a Gerusalemme, abbia tracciato per il futuro un disegno ambizioso di dialogo religioso e culturale tra le religioni. Sarebbe un errore sottovalutare questa proposta, perché non espressa da gesti spettacolari. Le parole del Papa vanno lette e non solo ascoltate alla ricerca di una frase a effetto. Benedetto XVI propone una paziente tessitura tra le religioni per «proclamare con chiarezza – dice – ciò che noi abbiamo in comune». Il pluralismo religioso gli sembra inquietare la monocultura piatta della globalizzazione. La visione del Papa è, con il dialogo, «creare spazi, oasi di pace e di riflessione profonda, in cui si possa nuovamente udire la voce di Dio». In un mondo globalizzato e stordito, che cerca rassicurazione nel solito politically correct (per non cambiare niente), non è una proposta originale, fatta con le meditate parole e i passi di un Papa, carico di anni e di storia?

INOLTRE:

Ieri mattina il Papa ha sostato in preghiera dinanzi al Muro del Pianto a Gerusalemme, deponendovi un biglietto. Ecco il testo della preghiera che vi era scritta, tratta dall’Osservatore Romano: “Dio di tutte le epoche, in occasione di questa mia visita a Gerusalemme, la «Città di Pace», casa spirituale per ebrei, cristiani e musulmani, porto al tuo cospetto le gioie, le speranze e le aspirazioni, le prove, il dolore e la pena di tutte le persone del mondo. Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, ascolta il grido degli afflitti, di chi ha paura, dei disperati. Invia la tua pace  su questa Terra Santa, sul Medio Oriente, su tutta la famiglia umana. Muovi il cuore di chi chiama il tuo nome, affinché percorra umilmente il cammino  di giustizia e di compassione. «Buono è il Signore con chi spera in Lui, con colui che lo cerca» (Lam, 3, 25)!”. E nell’omelia della messa, celebrata nella valle di Josafat, ha detto l’altro: “Riuniti sotto le mura di questa città, sacra ai seguaci delle tre grandi religioni, come possiamo non rivolgere i nostri pensieri alla universale vocazione di Gerusalemme? Quanto bisogna ancora fare per renderla veramente una “città della pace” per tutti i popoli, dove tutti possono venire in pellegrinaggio alla ricerca di Dio, e per ascoltarne la voce, “una voce che parla di pace”! Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato, questa Città, se deve vivere la sua vocazione universale, deve essere un luogo che insegna l’universalità, il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà, dall’integrità e dalla ricerca della pace. Non dovrebbe esservi posto tra queste mura per la chiusura, la discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti in un Dio di misericordia – si qualifichino essi Ebrei, Cristiani o Musulmani –, devono essere i primi a promuovere questa cultura della riconciliazione e della pace, per quanto lento possa essere il processo e gravoso il peso dei ricordi passati. Vorrei qui accennare direttamente alla tragica realtà della partenza di così numerosi membri della comunità cristiana negli anni recenti. Benché ragioni comprensibili portino molti, specialmente giovani, ad emigrare, questa decisione reca con sé come conseguenza un grande impoverimento culturale e spirituale della città. Desidero oggi ripetere quanto ho detto in altre occasioni: nella Terra Santa c’è posto per tutti!”. Benedetto XVI ha quindi così concluso: “Cari amici, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, San Pietro e San Giovanni corrono alla tomba vuota, e Giovanni, ci è stato detto, “vide e credette”, Qui in Terra Santa, con gli occhi della fede, voi insieme con i pellegrini di ogni parte del mondo che affollano le chiese e i santuari, siete felici di vedere i luoghi santificati dalla presenza di Cristo, dal suo ministero terreno, dalla sua passione, morte e risurrezione e dal dono del suo Santo Spirito. Qui, come all’apostolo san Tommaso, vi è concessa l’opportunità di “toccare” le realtà storiche che stanno alla base della nostra confessione di fede nel Figlio di Dio. La mia preghiera per voi oggi è che continuiate, giorno dopo giorno, a “vedere e credere” nei segni della provvidenza di Dio e della sua inesauribile misericordia, ad “ascoltare” con rinnovata fede e speranza le consolanti parole della predicazione apostolica e a “toccare” le sorgenti della grazia nei sacramenti ed incarnare per gli altri il loro pegno di nuovi inizi, la libertà nata dal perdono, la luce interiore e la pace che possono portare salvezza e speranza anche nelle più oscure realtà umane. Nella Chiesa del Santo Sepolcro i pellegrini di ogni secolo hanno venerato la pietra che la tradizione ci dice che stava all’ingresso della tomba la mattina della risurrezione di Cristo. Torniamo spesso a questa tomba vuota. Riaffermiamo lì la nostra fede sulla vittoria della vita, e preghiamo affinché ogni “pietra pesante” posta alla porta dei nostri cuori, a bloccare la nostra completa resa alla fede, alla speranza e all’amore per il Signore, possa essere tolta via dalla forza della luce e della vita che da quel primo mattino di Pasqua risplendono da Gerusalemme su tutto il mondo. Cristo è risorto, alleluia! Egli è davvero risorto, alleluia!” (a.p.)

Il Papa teologo e un dialogo non scontatoultima modifica: 2009-05-13T16:36:00+02:00da borgosotto
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