La Facebook-mania è fame di relazioni

Tra i social network, Facebook è attualmente il fenomeno più popolare; prima o poi imboccherà la china discendente, ma ciò che è destinato a rimanere intatto è il bisogno di socialità che le applicazioni del Web 2.0 esprimono.

  

L’idea migliore l’ha avuta una giovane scrittrice, che per convenzione chiameremo T. A intervalli regolari pubblica sulla bacheca del suo account Facebook una serie di annunci del tipo: «Tizio, Caio, state per essere eliminati». T fa quello che fanno in molti, e cioè mette ordine fra i suoi “amici” di Facebook (d’ora in poi Fb, ancora per convenzione), sfronda e cancella, ma lo fa in modo esplicito e spettacolare, nello stile del reality show. Il gioco ha regole tassative, tassativamente stabilite da T in persona. Non valgono le autoeliminazioni, per esempio. E se un candidato all’epurazione riesce a produrre un buon motivo che lo conservi fra i contatti, bene: è salvo. Le prime volte che T ha affisso le sue liste di proscrizione ci sono stati mugugni e proteste, dopo di che nessuno ha più avuto da ridire. Quello proposto da T è, semplicemente, il gioco del social network, soltanto rovesciato. Anziché concedere all’altro di stabilire la connessione, si decide di interrompere la connessione medesima. Il meccanismo però è sempre lo stesso, arbitrario e nel contempo fortemente affettivo.

Questo è, tra l’altro, il motivo per cui la scrittrice in questione appare qui con un nome in codice. Ogni social network, specie se popolarissimo come Fb, si regge su una capillare rete di fiducia condivisa. Non importa quanto vertiginoso sia il numero globale di contatti presenti nel sito: il singolo utente condivide ciò che vuole esclusivamente con chi vuole. I suoi “amici” potranno essere migliaia, centinaia o magari poche decine, ma ciascuno di loro è moralmente tenuto allo stesso vincolo di riservatezza che sarebbe educato osservare, facciamo il caso, quando si è invitati a cena in casa d’altri. Ecco perché evocare la variante escogitata da T potrebbe rasentare l’indelicatezza e mettere a rischio di eliminazione.

 

Per gli addetti ai lavori Fb rimane l’utilitaria dei social network. Il che da un lato spiega il suo successo e dall’altro giustifica la ridda di affermazioni apodittiche che ne hanno accompagnato l’ascesa («non si può avere un account su Fb» equivale a «non si può non avere un account su Fb»). Forse non è casuale che, almeno in Italia, il momento di massima espansione del fenomeno sia coinciso con il quarantennale del “formidabile” 1968. «Il pubblico è il privato», assicuravano gli slogan di allora. Non durò molto: già nel corso degli anni Settanta il privato rivendicò i suoi spazi in contesti anche improbabili, come nelle leggendarie lettere al quotidiano Lotta Continua, attraverso le quali i militanti uscivano allo scoperto con i dubbi più intimi, le questioni più personali e segrete. Poi vennero gli anni Ottanta, il “riflusso”, l’allontanamento – che pareva irreversibile – dalla sfera dell’impegno comune. L’edonismo reaganiano, ricordate? E l’ironia, l’insostenibile leggerezza dell’apparire.

 

A distanza di molto tempo, forgiate nel crogiolo dei new media e temprate nel dramma dell’11 settembre, tutte queste istanze coabitano e collassano nel magma affettivo – e quindi arbitrario – di Fb. Una comunità in cui si entra perché permette di condividere in modo intuitivo foto e messaggi, salvo poi trovarsi continuamente sollecitati a sottoscrivere le cause più impensate oppure a iscriversi ai gruppi più fantomatici. Segno che ogni tentativo di rintanarsi nel privato conduce ormai a scontrarsi con il pubblico e che il patto di fiducia, per essere rinsaldato, esige una serie continua di rassicurazioni, non importa quanto lapalissiane. Sei contro la pedofilia, amico mio? Vuoi collaborare a sconfiggere la fame nel mondo? Ti dichiari tu favorevole alla pace in Medioriente?

 

La retorica che una simile dinamica sottintende è quella del “basta poco”: mandare un sms, cliccare un bottone, mettere un lumino alla finestra. È una convinzione a suo modo generosa, anche se terribilmente ingenua. Adolescenziale, sostengono alcuni, ignorando il fatto che il social network non è un Paese per giovani, in rete i teenagers comunicano più che altro attraverso Messenger, strumento volatile e discreto, capace di indurre l’illusione di non lasciare traccia. Sono gli stessi ragazzi che, a torto o a ragione, hanno onorato la ricorrenza del ’68 in modo niente affatto virtuale: scendendo in piazza, recuperando un contatto anche chiassoso con la realtà. A torto o a ragione, ripetiamolo. Però lo hanno fatto, mentre i padri, gli zii e perfino qualche nonno erano indaffarati a manifestare adesioni, apparecchiare gruppi, predisporre cause.

 

Fb ha un timer incorporato, assicurano gli intenditori. Presto o tardi crollerà su se stesso, sotto il peso della propria arroganza mediatica. Se per capirsi una parola è poca, proviamo con due: Second Life. Terra di conquista, si diceva. Magnifico nuovo mondo digitale. Adesso è una landa desolata, in cui gli avatar litigano fra loro, mentre le case di produzione allestiscono filmati a basso costo. Eppure, anche quando Fb sarà un ricordo e un nuovo social network si imporrà come il non-luogo in cui è obbligatorio esserci o non esserci, ciò che è destinato a rimanere intatto è il bisogno che le applicazioni del Web 2.0 esprimono. Un sostrato affettivo e arbitrario, una volta di più. Una sete di relazioni, un rimedio alla solitudine. Magari per concedersi, alla fine, il lusso di fare un bel repulisti e accorgersi che gli amici, quelli veri, non hanno bisogno di essere certificati da un amministratore di sistema.

autore: Alessandro Zaccuri http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=125038

La Facebook-mania è fame di relazioniultima modifica: 2009-05-14T09:24:20+02:00da borgosotto
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