Crisi. Una risposta solidale (D.Tettamanzi)

di Dionigi Tettamanzi, vescovo di Milano, Avvenire 17.5.09

Perché di fronte alla situazione drammatica dell’economia internazionale, che significa nel concreto e per moltissime persone la perdita del posto di lavoro e l’angoscia di fronte al futuro, la comunità cristiana è interpellata in prima persona. Una riflessione dell’Arcivescovo di Milano

Sono tante le domande che come Vescovo mi pongo di fronte a questa grande crisi globale che ogni giorno mostra segni drammaticamente nuovi e che genera nelle famiglie, nelle comunità locali, nell’ambito dell’intera società civile e in particolare negli operatori economici instabilità e insicurezza generalizzate, lasciando intravedere un futuro preoccupante.
  Una crisi che non è solo finanziaria, anche se ha preso le mosse dal sistema finanziario. Una crisi che non è soltanto economica, pur se proprio in quest’ambito sta manifestando i suoi effetti più preoccupanti, a partire dalle sue gravissime ricadute sul piano occupazionale. Una crisi che si rivela sempre più come sociale e culturale, anzi come etica.
  È quest’ultima radice a essere oggi e da più parti sempre più riscoperta e riconosciuta. E se tutti gli aspetti della crisi esigono di essere affrontati, studiati, riformati e avviati a soluzione, qui da parte mia – nella non competenza specifica dei complessi profili economici e finanziari – vorrei tentare qualche considerazione sulle radici etiche della crisi economico-finanziaria.

Su queste radici si è soffermato papa Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata della Pace 2009. Trattando, ad esempio, della crisi alimentare, il Papa la dice derivata non tanto dalle strutture economiche quanto dai comportamenti umani e in particolare quelli animati da intenti che mettono in secondo piano o che dimenticano il bene comune e che, conseguentemente, contribuiscono «ad allargare la forbice delle disuguaglianze, ad aumentare il divario tra ricchi e poveri» (n. 7). Sulle radici etiche della crisi si era ampiamente soffermato il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace con la Nota della Santa Sede su finanza e sviluppo alla vigilia della Conferenza promossa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite a Doha (Qatar) (23 novembre 2008).
  Già – anzitutto – per questa radice etica dovremmo sentirci tutti sollecitati a un rinnovamento generale degli stili di vita in quest’ambito: da quelli personali a quelli di chi tiene tra mano le «leve» del sistema economico complessivo, per impegnarci verso un nuovo «patto di solidarietà» capace di superare i vecchi meccanismi del sistema economico finanziario tradizionale, per poter investire nuove energie in un’economia che sia realmente al servizio dell’uomo, di ogni uomo, e non solo dei protagonisti della vita economica e finanziaria, dei grandi investitori di borsa, dei cosiddetti «capitani d’azienda», di chi già dispone di grandi capitali.
  Sono in molti oggi a chiedere di avviare una nuova stagione di riforme della finanza e della
governance internazionale.
  In molti a chiedere nuove regole, relazioni commerciali più eque e solidali a livello mondiale, una finanza che faccia della trasparenza e dell’etica la sua ragion d’essere, nuovi criteri di giustizia che consentano di ridistribuire in modo equo reddito e ricchezza, modelli di consumo che siano realmente sostenibili. Una nuova stagione che certamente non può prescindere da un’idea nuova di governo partecipato che faccia della solidarietà il suo motore, che scelga l’equità come sua linfa vitale, che assuma la responsabilità sociale come suo principale obiettivo, sua
mission fondamentale. Per questo occorrono molteplici e diversi «saperi», primo fra tutti quello che tradizionalmente e con linguaggio spirituale è chiamato sapienza. […]
L
a crisi che stiamo vivendo, o per meglio dire subendo, ha al suo fondamento i tratti e le caratteristiche dell’avidità, dell’arricchimento facile basato sulla scommessa e rivestito della patina dorata di quella finanza «derivata» e strutturata che negli ultimi anni ha avuto rapido e grande successo.
  Un arricchimento di pochi, basato su una creazione di ricchezza immediata. E centrato su quella logica speculativa che porta al guadagno sfruttando la Borsa e i titoli che vi sono negoziati come una grande scommessa: si investono somme di denaro (spesso virtuali, di cui ancora non si dispone) e si confida che si avverino
delle previsioni su eventi positivi o negativi legati al valore degli indici azionari, dei singoli titoli, di indicatori economici… […] Riconoscere che questo difficile momento di crisi è stato generato e alimentato dalla volontà di rapido arricchimento basato su speculazione e scommessa finanziaria è già un buon punto di partenza. Perché soltanto riconoscendo questo dato di fatto, riusciremo a pensare a strumenti che ci permettano di uscire da una crisi lacerante.
  Come, dunque, trovare strumenti che sappiano generare il benessere e il bene­stare delle persone e delle famiglie?
  Strumenti non ancorati alla «scommessa facile» ma che siano in grado di fornire solidità al sistema economico e finanziario, che garantiscano crescita e affidabilità, allo stesso tempo?
  Mi permetto di suggerire qualche pista di riflessione e qualche indicazione concreta. E lasciare qualche domanda, alla quale certamente gli economisti potranno rispondere. Certamente servono nuove regole per la finanza, che limitino gli eccessi della cupidigia speculativa, della facile ricchezza. Occorre che le strutture finanziarie assumano come obiettivo una serie di valori, anche non direttamente economici, ma che nell’assieme influenzino la realtà in cui tali strutture operano e, pertanto, influiscano sulla possibilità di vita e di successo delle stesse strutture. Si pensi, oltre ai valori morali che costituiscono l’argomento che mi è proprio, anche a quelli culturali, ambientali, sociali, in una proiezione che si imperni sulla centralità dell’uomo.
  questa attenzione non come mera affermazione di principio, ma in modo concreto.
  Mi pare che i meccanismi che governano oggi la finanza escludano o limitino
pesantemente la crescita delle piccole imprese, delle cooperative sociali, spesso ritenute dal sistema del credito come soggetti ad alto rischio, senza considerare però il «valore sociale» di cui tali imprese sono portatrici. Sarà possibile allora pensare a un sistema che sostenga il credito per tali iniziative e ne incoraggi la ripresa e l’estendersi del modello?
  Per l’impresa finanziaria, ciò potrebbe specificarsi, ad esempio, nel servire – senza parzialità e con condizioni il più possibile vantaggiose nei costi, nei tempi, nelle modalità – tutti i soggetti con cui il mercato finanziario interagisce. Sarà possibile pensare a un sistema del credito e del risparmio in cui il cliente conosce a fondo come sono impiegati i suoi depositi, i suoi soldi, i suoi risparmi, i suoi investimenti?
  Dico questo anche alla luce del fatto che, di recente, al rischio della crisi finanziaria sono stati esposti anche molti fondi pensione, risparmi ordinari di cittadini comuni, soldi della pubblica
amministrazione.
  C’è un altro dato preoccupante: in Italia il 16 per cento della popolazione «non è bancabile», cioè per diversi motivi non ha i requisiti necessari per ricevere un prestito, godere di un mutuo. E ai «non bancabili» (che, non dimentichiamolo, sono persone, madri e padri di famiglia, responsabili del sostentamento di altre persone) che risposte possono essere date? Perché non strutturare un sistema di microcredito che consenta a tali persone di poter riavviare la loro vita, di renderla solida sul piano economico, affinché si possa guardare con serenità al futuro? In questo senso l’esperienza messa in campo da alcuni soggetti e dalle Caritas mi pare significativa. Piccoli prestiti per partire o ripartire, anche con garanzie limitate.
  Certo, è compito dei tecnici, degli economisti, delle persone impegnate nella finanza elaborare nuovi modelli. Ma ci sono due «virtù» che, se vissute e praticate da tanti, ci aiuteranno a uscire dalla crisi, a contenerne gli effetti, ad alleviare le sofferenze che sta causando: sono la sobrietà e la solidarietà.
 

D
evo qui aggiungere che la mia analisi sull’etica, e in termini più vasti l’intera proposta del magistero della Chiesa nell’ambito economico e finanziario, potrà sembrare a molti un discorso condivisibile sì, ma solo a livello teorico, e dunque inapplicabile negli affari, senza possibilità di effetti concreti. Sono invece convinto che non è così. E a dirlo sono i fatti.
  Leggendo le pagine economiche dei giornali ho notato che alcuni prodotti finanziari – in questo periodo di pesante e generalizzato crollo delle Borse – hanno retto meglio di altri. Mi ha incuriosito, in
particolare, il termine «portafogli etici».
  ho scoperto che si tratta, ad esempio, di Fondi comuni di investimento, di strumenti finanziari che negoziano titoli di aziende sensibili ai temi propriamente etici. In questi «portafogli» sono ammessi solo i titoli che fanno riferimento a governi e ad aziende virtuosi, attenti alle tematiche ambientali, al sociale. E trovo molto interessante che questa attenzione si riveli anche redditizia, oltre che doverosa. È un segno della bontà della proposta etica il fatto che addirittura sia più remunerativo curarsene anziché trascurarla. Mi chiedo: da dove viene questo guadagno? Dal fatto che i dirigenti delle aziende che operano secondo i principi etici riducono il rischio di scandali, di sanzioni per reati ambientali o spese legali per dirimere conflitti con i dipendenti, i fornitori o i collaboratori. in tempo di crisi questi comportamenti, mentre permettono di contenere le perdite nell’immediato, possono tradursi nel medio termine addirittura in buoni profitti.
  Sono alcuni degli stessi operatori del settore finanziario a riconoscere che l’investimento «etico» avrà nel futuro sempre migliori opportunità di rendimento, aumentando così la sua quota di mercato.
  Interessanti sono i criteri etici secondo cui questi operatori fanno la valutazione nel comporre i loro «portafogli» mirati: in un fondo etico non trovano spazio le società coinvolte in affari controversi, come la fabbricazione e la commercializzazione di tabacco, alcolici, armi, prodotti lesivi alla salute, materiale pornografico. Sono poi escluse anche le imprese che sfruttano il lavoro minorile, violano i diritti umani, seviziano gli animali, non rispettano l’ambiente con emissioni inquinanti, praticano il disboscamento selvaggio, traggono profitti
con il gioco d’azzardo.
  E la «via etica» è promettente e redditizia non solo per gli investimenti azionari nelle aziende private: alcune società finanziarie investono con questo stile anche nei Titoli di Stato, attenti a evitare tutti quei Paesi dove – ad esempio – è ancora in vigore la pena di morte, sono in corso conflitti bellici, l’amministrazione pubblica è corrotta, non c’è sufficiente libertà di stampa, è alto il tasso di illegalità.

 E’

 da rilevarsi ancora la particolare attenzione che viene prestata anche ai
parametri di verifica del grado di tutela e di rispetto del patrimonio ambientale: le emissioni inquinanti, la produzione di energia da fonti rinnovabili, la gestione dei rifiuti. Certo, rispetto alla totalità dei titoli finanziari trattati ogni giorno nel mondo, questi criteri etici sono applicati in una percentuale fortemente minoritaria. Ma il binomio dell’investimento «sostenibile» e «responsabile» può veramente rappresentare un volano per il rilancio dell’economia, per il ritorno al guadagno da parte degli investitori e per poter contare su un’economia fondata su basi più solide, in grado di portare benefici duraturi a tutti.
  Sono convinto che l’uscire dall’attuale crisi è questione non solo di nuove regole per l’economia in vista di modelli e sistemi realmente rinnovati, ma anche e innanzitutto di «stili di vita»: di una vita plasmata dalla sobrietà e dalla solidarietà.
  Non nel senso che sobrietà e solidarietà debbano essere pensate come semplici «rimedi», magari efficaci ma transitori, in attesa di potervi prossimamente rinunciare! Esse, viceversa, sono le colonne portanti per una vita che già qui, nel tempo e su questa nostra terra, può trovare il proprio equilibrio e la propria felicità, in armonica relazione con sé, con gli altri, con il mondo, con il suo Creatore! Sono proposte in ordine a una vita, personale, familiare e sociale, qualitativamente migliore, non in qualche modo «attenuata» sminuita!
  Con «stili di vita» ispirati a sobrietà e solidarietà in vista di un’economia più giusta ed equa intendo, in breve, una serie di atteggiamenti profondi, da acquisire specialmente mediante i processi educativi, in grado di originare «modelli di vita» rinnovati, con le loro inevitabili ricadute sui «sistemi di vita», quelli che poi strutturano l’intera vita economico­sociale.
 
Stili e scelte di vita che, per un cristiano, rappresentano forme di autentica carità e altrettante occasioni di testimonianza evangelica.
  Coniugare sobrietà e solidarietà significa anzitutto un rinnovato rispetto della legalità. Occorre una mentalità, una cultura che veda nella legge, cioè in questa prima e insostituibile «misura» delle azioni comuni, non un ostacolo o un limite da oltrepassare a proprio piacimento, ma la guida per un agire sociale ordinato al bene di tutti. Non si tratta di educare a un’osservanza soltanto esteriore, formale della norma giuridica, ma a una responsabilità che faccia comprendere che il primo modo per dare il proprio contributo al bene comune, per dare rilievo all’altro considerato nell’ambito dell’intera società è proprio osservare le leggi che, fino a che non entrino in contrasto con l’ordine morale, vanno osservate. Anche quelle in materia economica e fiscale. Senza un’appropriata cultura della legalità, infatti, nessun sistema economico né società democratica possono sussistere.
  Questi «stili di vita» improntati a sobrietà e solidarietà riguardano realtà che vanno dalla famiglia al lavoro, dalla salvaguardia del creato alle scelte improntate a minor spreco di risorse, dalla ricerca di modalità di consumo e di sviluppo compatibili con l’attuale situazione economica e sociale a una rinnovata proposta educativa che susciti vera attenzione alla società e ai suoi obiettivi più autentici. Una società che si muove a grandi passi verso una globalizzazione che, osiamo sperarlo, si orienti sempre più decisamente verso un mondo più solidale. Già, fra le tante modalità fin qui assunte dalla globalizzazione, perché non deciderci a globalizzare con più convinzione e costanza proprio la sobrietà e la solidarietà?

In Italia il 16 per cento della popolazione «non è bancabile», cioè per diversi motivi non ha i requisiti necessari per ricevere un prestito, godere di un mutuo.
  E ai «non bancabili» che risposte possono essere date? Perché non strutturare un sistema di microcredito che consenta a tali persone di poter riavviare la loro vita, di renderla solida sul piano economico, affinché si possa guardare con serenità al futuro?

IL LIBRO E IL «FONDO»


 Si intitola
Non c’è futuro senza solidarietà. La crisi economica e l’aiuto della Chiesa (San Paolo, pagine 144, euro 14) l’ultimo libro del cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, a giorni in libreria, da cui è tratto il brano che pubblichiamo in questa pagina. Si tratta di un saggio sulla crisi economica, sulle sue radici e le sue ricadute, sia dal punto di vista materiale che etico.
  Tema principale è il rilancio di un atteggiamento «solidale» – cercando di apprezzare la portata e la pregnanza di un aggettivo inflazionato e quindi spesso sminuito – sia nel mondo dell’alta finanza che in quello aziendale, della famiglia e del rapporto con le fasce più deboli della popolazione, tra cui gli
immigrati. Nel libro, l’arcivescovo di Milano ricorda anche il senso e la caratteristiche dell’iniziativa varata lo scorso Natale, quel «Fondo Famiglia­Lavoro» costituito per sostenere «chi nei prossimi mesi perderà il lavoro e non sarà più in grado di mantenere dignitosamente sé e la propria famiglia». Una fondo costituito con una disposizione iniziale di un milione di euro, provenienti dall’otto per mille destinato alle opere di carità, oltre che dalle offerte raccolte nel periodo natalizio «per la carità dell’Arcivescovo», e che potrà essere incrementato dalla liberalità di quanti vorranno condividere con la Chiesa ambrosiana questa esperienza di solidarietà.

RENZO E LA PROVVIDENZA


 «C’è chi per comprendere, spiegare e trovare soluzioni alla crisi economica in atto cerca analogie nella situazione del secondo dopoguerra, oppure si spinge fino ad analizzare gli scenari mondiali originati dal crack borsistico americano del 1929. Io vorrei risalire ancora di più e giungere alla testimonianza offerta da un romanzo che parla di povertà a Milano a seguito di una crisi economica: spiccano tanti gesti di solidarietà e il loro fondamento, viene tratteggiata la dedizione ai sofferenti di un arcivescovo di e di tanta buona gente. Siamo attorno al 1630 e i fallimenti delle manifatture, la carestia e la peste hanno ridotto in miseria la città, impoverendo ancor più chi già viveva ai limiti della sussistenza. Una crisi che aveva portata ‘globale’: buona parte dell’Europa ne era colpita e provata. E dentro questi sconvolgimenti c’è la storia di un uomo costretto a farsi emigrante, di una coppia di giovani che sogna e vuole realizzare il proprio futuro ma non ne ha i mezzi concreti…». Con queste parole il cardinale Tettamanzi apre il suo saggio, ripescando alcuni passi dei
Promessi Sposi che rivelano una sorprendente attualità, sia nella descrizione della sofferenza della società lombarda, sia in alcuni esempi di fiducia e solidarietà di fronte a quella situazione di indigenza. Come quello di Renzo, che non esita a donare i pochi spiccioli che ha in tasca, e che gli servirebbero per il viaggio, a chi ne ha più bisogno di lui, certo di ottenere il favore della Provvidenza facendo questo. O come il cardinale Federigo Borromeo, di cui il Manzoni scriveva: «Federigo teneva l’elemosina propriamente detta per un dovere principalissimo; […] La sua vita fu un continuo profondere ai poveri; e a proposito di questa stessa carestia di cui ha già parlato la nostra storia, avremo tra poco occasione di riferire alcuni tratti, dai quali si vedrà che sapienza e che gentilezza abbia saputo mettere anche in questa liberalità».

Crisi. Una risposta solidale (D.Tettamanzi)ultima modifica: 2009-05-18T09:55:21+02:00da borgosotto
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