L’Amore e il Priore (Enzo Bianchi)

L’ESPRESSO di giovedì 28 maggio 2009 (colloquio di Enzo Bianchi con Wlodek Goldkorn)

La ricchezza che ci donano gli altri. Le tante forme della spiritualità. La fede e la laicità. Dialogo sull’uomo con il fondatore della comunità di Bose

 Enzo Bianchi è uno strano cristiano. Priore e fondatore della comunità monastica di Bose, è un uomo di una fede incrollabile. Eppure, a leggere i suoi libri e a sentirlo parlare, si ha la certezza che Bianchi sia nemico di ogni idea di una Chiesa trionfante, una Chiesa che si faccia Stato o legge, e che lui auspichi invece una fede che è prima di tutto esperienza spiritUale, condivisa con altri, anche con chi in Dio non crede. Bianchi è, insomma, un cristiano in cammino, per il quale è fondamentale un’idea che lui chiama “la riserva escatologica”, la convinzione cioè che tUtti noi umani (atei compresi) sappiamo che esiste la necessità di un riscatto e di una redenzione. E quella “riserva” deve indurci al dialogo incessante, senza pregiudizi e senza difese, con l’altro, con “lo straniero che abita dentro di noi”. Perché, certo, l’uomo è stato creato a somiglianza divina, ma è prima di tutto «linguaggio», perché nella comunicazione si esprime la nostra essenza. Enzo Bianchi sarà protagonista a Bologna, il 28 maggio, di un dialogo con Guido Rossi, su “La vera ricchezza”, nell’ambito della rassegna Regina Pecunia, del Centro studi La permanenza del classico della locale università. Da questo tema parte la conversazione.

Padre Bianchi, che cos’è la vera ricchezza?

“Vera ricchezza è l’amore: amare e ricevere amore, avere delle persone che sento più vicine, altre con cui la mia vita è coinvolta fino a poter dire “noi viviamo insieme”. L’amore è una vicenda straordinaria che si vive nella fraternità, nell’amicizia, nell’avventura della coppia. Pochi sanno cos’è l’amore, pochi lo sanno vivere, anche perché costa: basti pensare che non ci può essere amore reciproco senza fatica, sacrificio e anche sofferenza. Ma solo l’amore può dar sapore, gusto, senso alla vita… E quando si è anziani come me e si guarda indietro, cosa conta davvero? Solo l’aver amato e l’essere stato amato”. Però non di solo amore si vive. C’è la ricchezza materiale. Siamo tutti consumatori.

“In questi tempi ascoltiamo inviti del tipo: “Consumate, consumate: così aiuterete la ripresa…”. A me paiono parole di follia: noi non siamo misurati dalla quantità delle cose consumate. Anzi, più consumiamo e più la nostra attenzione va al di fuori di noi stessi. La ricchezza materiale sembra assicurarci il futuro, ma in realtà non è capace di saziare la nostra fame più vera che è quella del senso della vita. Ciò che rende la vita degna di essere vissuta è la relazione, la comunione, gli afferri, il fare della propria esistenza un’opera d’arte,..

Sta parlando della spiritualità. Esiste una spiritualità anche in chi non ha fede in Dio?

“Certo: ogni essere umano ha in sé la capacità della vita interiore. Quando nel cuore di un uomo sorgono le domande: “Chi sono? Dove vado? Cosa devo fare? Cosa posso sperare?”, allora inizia la vita interiore, spirituale. Credo ci sia posto per una spiritualità degli agnostici e dei non credenti, di coloro che sono in cerca della verità perché non soddisfatti da risposte prefabbricate, da verità definite una volta per tutte: una spiritualità che si nutre della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l’esperienza del limite; una spiritualità che conosce anche l’importanza della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare e si alimenta dell’alterità, impegnandosi in un cammino di piena umanizzazione. Pensatori come Luc Ferry o André Comte-Sponville in Francia o Eugenio Scalfari in Italia, non cristiani e non credenti, propongono nella lotta contro la barbarie incipiente una spiritualità umana degnissima. Pensare che questa non sia possibile significa, per un cristiano, smentire quanto afferma la Bibbia fin dal suo primo racconto: “Dio creò l’essere umano a sua immagine e somiglianza”, dunque capace di distinguere il bene dal male, in grado di vivere una dimensione che lo trascende, segnata dall’interiorità e la qualità dell’essere. Cercare Dio per i cristiani è sempre anche un cercare l’essere umano autentico».

I non credenti sono quindi capaci di una vera spiritualità. Ma allora, qual è la differenza tra fede e spiritualità?

“La fede è un’adesione a Dio; è un dono “non di tutti è la fede”, scrive san Paolo ai cristiani di Tessalonica – che viene da Dio, ma spetta all’uomo predisporre tutto per riceverlo, nella libertà e per amore. Il senso ebraico del credere, ereditato dal cristianesimo, è aderire, mettere la fiducia, credere a, in colui che è altro, “santo”, il Signore. La spiritualità è vita dipendente dallo spirito dell’uomo e dallo Spirito santo: dove finisce l’uno e inizia l’altro?”.

Sempre in materia dì fede: qual è il suo ruolo nella vita pubblica? Ultimamente ci sono state molte polemiche sul rapporto Stato-Chiesa. “Ruolo della fede è ispirare il pensiero, le scelte, la cultura dei cristiani che stanno nella polis e nella storia senza esenzioni e senza fughe. Sono cittadini come gli altri, capaci di edificare la città e rispettare Cesare, lo Stato. È chiaro che la fede non può essere relegata nel privato, ma che deve potersi esprimere pubblicamente nel confronto, entrare con i suoi valori nell’agorà della polis. Una vera laicità permette ai cristiani – come agli uomini e alle donne di qualsiasi o di nessuna confessione – di essere se stessi e di far sentire le proprie ragioni e scelte. Proprio per questo è importante anche che i cristiani sappiano motivare antropologicamente quanto sostengono, così da essere compresi dai propri interlocutori non cristiani. Oggi ci sono troppi equivoci e non si vogliono leggere con semplicità le parole di Gesù: “Date a Cesare ciò che è di Cesare”, sicché clericalismo e anticlericalismo sono cresciuti alimentandosi reciprocamente e generando non-ascolto, disprezzo, impossibilità di dialogo».

Lei parla spesso dell’anomalia della cristianità e dello scandalo della croce (uno strumento di morte che diventa simbolo di fede). Vuoi dire non aver paura? Essere capaci di perdonare? Dice David Grossman: il perdono è la più grande forza della natura.

“La concezione cristiana della politica è potenzialmente eversiva, anomala, in quanto il messaggio evangelico pretende di avere principi irrinunciabili come il perdono, l’amore del nemico, la difesa della vita e degli ultimi, la politica della pace, principi che si oppongono a ogni necessitas di potere umano. Questa autocoscienza evangelica, tuttavia, non può pretendere di imporre alla società il proprio punto di vista etico e nemmeno evadere dai principi democratici condivisi. Questo significa che il rapporto tra politica e cristianesimo non può mai essere risolto una volta per tutte. Un ambito emblematico è proprio quello del perdono richiesto da Gesù ai suoi discepoli “fino a settanta volte sette”: può non solo arricchire interiormente colui che lo pratica e innescare dinamiche di rinascita in chi viene perdonato, ma anche divenire strumento di giustizia e di pace tra gli Stati, come ha audacemente ricordato Giovanni Paolo II in un memorabile messaggio: “Non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono” ».

La parola perdono si associa alla parola pentimento. Dice Adin Steinsaltz, esperto del Talmud: il pentimento precede la Creazione.

«Il pentimento è decisivo. È attraverso il pentimento che noi partecipiamo alla redenzione, al riscatto delle nostre vite rispetto al male commesso. Ma in realtà da soli non saremmo capaci di pentimento, perché amiamo i nostri peccati. No, è la misericordia di Dio che precede la creazione e il nostro agire, è la misericordia di Dio che genera il pentimento dell’uomo».

E per chi non crede? Tutti noi siamo degli ex, e tutti sogniamo un nuovo inizio.

“È vero. C’è sempre un bisogno di cominciare, di ripartire, di novità. È un sentimento comune a tutti, credenti e no. Quando veniamo da un fallimento nella vita, pensiamo a una vita nuova. C’è una bella espressione di Gregorio di Nissa: “La vita è un ricominciare sempre di inizio in inizio”».

Valori che uniscono chi crede e chi no. Per Dostoevskij senza Dio non c’è etica.

“L’etica senza Dio è invece possibile. Negarlo significa attentare alla grandezza di ogni essere umano. Si pensi al buddhismo, che propriamente non è una religione né richiede fede in un Dio, e che tUttavia è portatore da millenni di un’etica raffinatissima. E come potrei dimenticare i miei maestri laici come Alessandro Galante Garrone, Ettore Passerin d’Entreves, Norberto Bobbio, per restare in ambito italiano? Non credenti testimoni di un’etica non solo esemplare a livello personale, ma anche capace di offrire contributi di grande spessore nella vita pubblica».

L’etica, l’altruismo, l’amore sono innati?

«Si imparano. Anche se c’è dentro di noi è innato il desiderio e il bisogno di amare». Essere stranieri è ricchezza?

«Essere stranieri significa sovente non avere casa, diritti, strumenti per capire ed essere capiti. Assieme alla vedova e all’orfano, lo straniero è sempre stato considèrato come povero perché indifeso. Eppure questa condizione ha in sé una ricchezza inestimabile, quella di un’alterità vissuta: la conoscenza di orizzonti diversi, la familiarità con la speranza di un futuro migliore, la capacità di vivere dell’essenziale, la sintonia con il patrimonio comune dell’umanità che va al di là di qualsiasi etnia, lingua, nazione, religione. Lo straniero rappresenta la domanda su chi siamo noi…

Lei parla spesso della “riserva escatologica”.

«Nutrire la speranza di un aldilà, di un evento che sancisce il giudizio e ristabilisce la giustizia è fondamentale per tutti, ma in particolare per chi ha vissuto nell’oppressione, nella sofferenza, nella schiavitù… Anche un filosofo ateo come Adorno ha osato pensare una liberazione per tutti e l’ha connessa con un giudizio finale, una resurrezione dei morti che possa introdurre le vittime della storia in una condizione di salvezza e di restituzione all’integrità. La “riserva escatologica” – cioè il tener presente che le realtà che si stanno vivendo non sono le ultime, definitive – ci fa balenare il senso ultimo della vita umana e della storia del mondo. Non solo il caso o la necessità determinano le nostre esistenze: dietro ad essi c’è la libertà e l’amore, di Dio innanzi tutto e dell’essere umano, suo partner nella custodia della creazione e nell’evolversi della storia del mondo».

Un’ultima domanda. A cosa serve il linguaggio?

«A comunicare. Ovvio. Ma non lo facciamo solo con la parola. Comunichiamo pure con il silenzio, con il corpo. Con tutti i sensi. L’uomo è linguaggio»:.

L’Amore e il Priore (Enzo Bianchi)ultima modifica: 2009-05-22T16:17:12+02:00da borgosotto
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