Liberaci dal male? (G.Ravasi)

 di Gianfranco Ravasi

in “Il Sole-24 Ore” del 24 maggio 2009

 «People change, and smile: but the agony abides». Certo – come scriveva Eliot nei Quattro quartetti – la gente cambia, riesce a sorridere, ma l’agonia, ossia la lotta della sofferenza e l’incubo della morte permangono. Un altro scrittore, il drammaturgo Georg Büchner, nella sua Morte di Danton (1835), individuava proprio in questo terreno «la roccia dell’ateismo», tant’è vero che in pratica la teologia è nata come teodicea, cioè come tentativo di difendere Dio dall’accusa stringente che già Epicuro formulava così (almeno stando all’autore latino cristiano Lattanzio nel suo De ira Dei che cita le parole del filosofo greco): «Se Dio vuol togliere il male e non può, allora è  impotente. Se può e non vuole, allora è ostile nei nostri confronti. Se vuole e può – come si addice a un Dio – perché allora esiste il male e non viene da lui eliminato?».

 Da sempre la teologia e la filosofia si sono accanite attorno a questi dilemmi, con gli esiti più disparati. Scegliamo ora solo alcuni testi – certamente non decisivi ma significativi – che ritornano per l’ennesima volta sulla questione e sui suoi corollari. Partirei dal numero monografico di una gloriosa rivista edita dalla Morcelliana di Brescia, «Humanitas», che ha dedicato un recente fascicolo proprio a Dio e il male (€13,00). Interessante è il confronto iniziale, da un lato, tra il teologo Giacomo Canobbio, che risale alla tradizione tomista tentando di coniugarla con quella biblica e che ripropone la domanda che titolava già un suo saggio precedente Dio può soffrire?, e, d’altro lato, il filosofo Claudio Ciancio che si avvia più su un percorso ermeneutico per cui «nella negazione di Dio sono messi in gioco il riconoscimento del male e la resistenza a esso, e nella negazione del male sono messi in gioco il riconoscimento di Dio e la fede nel senso del mondo».

Altre voci s’accostano in coro attorno a queste due ma, a essere sinceri, si rimane alla fine ancora con la bocca piena di domande e con scarse e affaticate risposte. Di più forte impatto è, invece, il libretto del teologo morale francese Xavier Thévenot, che ha il sapore di una testimonianza destinata appunto a rispondere all’eterno interrogativo: Ha senso la sofferenza? (Qiqajon, Bose, pagg. 116, € 7,00). Il testo nasce, infatti, «al cuore della sofferenza», mentre l’autore è travolto da una malattia che lo porterà alla morte a 65 anni (anche se è interessante leggere le pagine, qui raccolte, antecedenti alla prova). Il nodo affrontato è piuttosto originale, ed è quello del rapporto tra parola e sofferenza, un rapporto capitale anche in quell’archetipo di ogni investigazione sul soffrire che è il libro biblico di Giobbe, il quale mena fendenti contro un perverso linguaggio teologico adottato nella stagione del dolore dai suoi amici (i cui profili sono appunto quelli di altrettanti teologi). E Thévenot va oltre: «Solo quello che costruisce e libera l’essere umano redime. Ora, la sofferenza in sé non lo fa, di conseguenza non può redimere. Lo fa, invece, il modo in cui ciascuno cerca di umanizzare la propria vita dentro le sue sofferenze». In questa linea si muove – anche se in maniera sparpagliata e frammentaria – un altro teologo francese Jacques Lacourt, nel suo  Liberaci dal male! (Messaggero, Padova, pagg.144, € 10,00). La prospettiva è ormai più testimoniale che teorica (sebbene ci siano tutte le domande d’uso: «Perché esiste il male? Perché l’uomo può fare del male agli altri? Perché la sofferenza dell’innocente? Dio s’interessa della felicità degli uomini? C’è una vita dopo la vita?» e così via). La luce che irrompe è ormai quella della fede cristiana che vede Dio sperimentare in sé il suo antipodo, ossia il dolore e la morte assunti realmente nel Figlio incarnato. Sofferenza e morte vengono in tal modo attraversate dal divino che lascia la traccia della sua eternità e della sua vita al loro interno, deponendovi un seme o un germe di riscatto. Si passa, così, alla speranza cristiana che è illustrata da un noto teologo tedesco, Gisbert Greshake dell’università di Freiburg:  Vita. Più forte della morte  (Queriniana, Brescia, pagg. 196, € 14,50) è un bel testo, insolita mente semplice e nitido anche nel linguaggio, come di rado accade nella letteratura teologico-filosofica. Qui ci sono molte domande, a partire da quella fondamentale: «La morte – e dopo?», a cui si accostano le risposte cristiane coi loro orizzonti “ultimi”, escatologici, affidati a una terminologia da molti ormai dismessa, come «cielo, paradiso, inferno, purgatorio» e via dicendo. Un confronto che non teme di allegare, accanto alle voci dei teologi, quelle di un Feuerbach, della de Beauvoir, di Sartre, di Ernst Bloch, di Brecht, di Freud e di altri lontani dalla visione cristiana.

In appendice vogliamo solo evocare l’autobiografia di grande serenità che ha steso uno dei maggiori teologi del Novecento, Jürgen Moltmann, in occasione dei suoi 80 anni compiuti nel 2006 (Vasto spazio , Queriniana, pagg. 472, € 39,50). Un libro gustoso e significativo per conoscere, anche da parte del profano, cosa sia realmente il fare teologia. Noi, però, lo citiamo qui perché è a Moltmann che dobbiamo uno dei testi fondamentali per il nostro tema, quella Teologia della speranza, pubblicata nel 1964 e tradotta nel 1970 dalla stessa Queriniana e da allora costantemente riedita e letta.

Liberaci dal male? (G.Ravasi)ultima modifica: 2009-05-24T22:18:00+02:00da borgosotto
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