Karol e Wanda: le lettere di Wanda frenano la beatificazione

di Giacomo Galeazzi

in “La Stampa” del 31 maggio 2009

 

Karol Wojtyla la chiamava «Dusia», «sorellina», e la loro corrispondenza durata 55 anni è così fitta da «riempire una valigia». Una montagna di carte, in parte consegnate alle autorità ecclesiastiche per la beatificazione di Giovanni Paolo II, in parte pubblicate in Polonia in un contrastato libro (che verrà tradotto in italiano a febbraio), ma in massima parte custodite nell’appartamento di Wanda Poltawska affacciato sul Mercato di Cracovia, la più grande piazza medievale d’Europa. Lettere personalissime, arrivate con inflessibile regolarità: per posta o attraverso amici comuni di passaggio a Roma, che ora rischiano di rallentare la macchina burocratica della beatificazione per la prassi vaticana di acquisire tutte le prove documentali prima di proclamare nella Chiesa un nuovo «esempio di santità».

«Noi lavoriamo per la storia e tutta la documentazione su un candidato alla santità ci riguarda», afferma il cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione delle Cause dei Santi. Materiale «sensibilissimo» per la Santa Sede, di cui solo Wanda conosce la totalità dei contenuti. Prima di elevare Wojtyla agli onori degli altari, la Santa Sede vuole la certezza che nessuna prova contrastante possa emergere ad avvenuta proclamazione inficiando un accertamento che Benedetto XVI vuole «rigoroso e rispettoso delle regole» dopo aver già derogato ai canonici cinque anni dalla morte per avviare il processo. Per comprendere l’avvolgente e per taluni imbarazzante tono di confidenza dello sterminato epistolario, spiega il padre mariano Adam Boniecki (dal 1964 stretto collaboratore di Karol Wojtyla a Cracovia e a Roma), occorre conoscere il suo «libero e per nulla clericale cammino di formazione, il seminario frequentato in clandestinità, la compagnia teatrale in piena occupazione nazista, il lavoro di operaio».

Sempre, «in mezzo a laici, ragazzi e ragazze, come l’attrice ebrea che lo chiamava “Lolek” e alla quale si era molto legato, con la costante attitudine a conciliare spiritualità e vita pratica, senza una quotidianità in seminario che ne comprimesse l’affettività e la maturazione sentimentale». Nella sua casa vicino alla chiesa dei domenicani, il cardinale Marian Jaworski, amico di entrambi dal 1951, conferma «il sostegno che si sono sempre dati reciprocamente» ed evidenzia come «Karol Wojtyla si sia sempre rapportato spontaneamente e alla stessa maniera con laici e consacrati, sia da semplice sacerdote sia da vescovo e poi Papa». Come in vita creava imbarazzi e malumori in Curia quella strettissima amica del Papa che, racconta Boniecki, talvolta stupiva per l’anticonformismo e l’informale familiarità con il Pontefice, come quando le capitava di partecipare in pantofole alle messe mattutine nella cappella privata dell’appartamento papale alla terza loggia del Palazzo Apostolico, si lasciava scorgere dalle finestre del Gemelli durante la convalescenza post-attentato e trascorreva le vacanze estive a Castel Gandolfo, adesso in morte del «servo di Dio» Karol Wojtyla la sterminata mole di lettere dai toni affettuosi tra un Papa e una laica costituisce motivo di obiezione, difficoltà, rallentamento all’iter svolto dagli otto periti teologi chiamati ad esaminare in Curia la «positio», cioè le testimonianze e gli atti processuali. Lo stesso cardinale Stanislaw Dziwisz, l’ombra di Karol per quattro decenni, era preoccupato dal grado di esposizione pubblica dell’antico sodalizio tra il futuro beato e Wanda Poltawska. Karol Wojtyla, che divenne Papa restando uomo, sconvolge ancora gli schemi ecclesiastici.

 

“Con Karol ragionavamo sull’amore”

colloquio con Wanda Poltawska a cura di Giacomo Galeazzi

in “La Stampa” del 31 maggio 2009

Per Wanda Poltawska sarà sempre il «geniale» studente di teologia conosciuto dopo la guerra

all’Università Jagellonica e ritrovato assistente dei futuri medici nella parrocchia di San Floriano.

L’amica del cuore di Giovanni Paolo II, psichiatra infantile premiata in tutto il mondo per i suoi studi (a partire da quelli sui bimbi polacchi scampati ai campi di concentramento che giocavano a fucilare gli ebrei), conosce le «resistenze» e le incomprensioni suscitate dallo sterminato epistolario custodito in casa sua e accetta di raccontare un «sodalizio spirituale» durato oltre mezzo secolo «per rendere un servizio alla verità e perché la storia di un santo appartiene alla gente».

Negli occhi intensi e nella postura salda c’è ancora il riflesso della ragazza con i capelli raccolti fotografata in una giornata di sole accanto al biondo Karol in talare nera e occhiali scuri. Era orfano e il fratello medico era morto per la scarlattina contratta dai pazienti che cercava di salvare. «E’ appena rientrata mia figlia dagli Stati Uniti e ho la casa piena di gente», quasi si giustifica con schietta cortesia mentre esce dal portone di via Bracka per raggiungere il Tribeca Coffee messo al riparo dal tendone del Festival cinematografico in corso a Cracovia. Non ama parlare con i giornalisti e ha cercato di tenersi sempre «il più lontano possibile» dai mass media. «Qui di fronte ho conosciuto Karol Wojtyla in un confessionale», accenna passando davanti alla chiesetta di San Wojciech. Una vita accanto a Karol, così intimo da siglare le lettere «fr», ossia «fratello».

Le carte da bruciare

Al segretario Stanislao Dziwisz, oggi popolarissimo cardinale di Cracovia (che avrebbe preferito una maggiore discrezione sull’epistolario privato) ha chiesto nel testamento di bruciare tutte le carte accumulate in quasi tre decenni di pontificato. A Wanda il suo antico direttore spirituale ha lasciato la memoria cartacea di un legame indissolubile. In fluente italiano, davanti ad una cioccolata calda sotto un cielo carico di pioggia, Wanda Poltawska, 88 anni di lucida forza interiore, dipana il filo dei ricordi in un vibrante ritratto intimo della granitica amicizia con Karol da quando, partigiana cattolica arrestata dalla Gestapo e reduce dal campo di concentramento di Ravensbrück (dove fu sottoposta a macabri esperimenti medici) fugge dalla sua Lublino per studiare psichiatria in una facoltà che ha come cappellano un sacerdote filosofo di un anno più grande.

«Ci siamo conosciuti nel 1950, ero tormentata, devastata. Noi cavie eravamo chiamati “coniglietti”.

Nel lager ho capito che l’uomo non è automaticamente immagine di Dio, anzi deve lavorare per essere tale. Volevo studiare la mente per capire come l’umanità può creare un simile orrore, lui divenne il mio confessore e mi aiutò ad uscire dall’atroce dolore del lager, grazie a lui smisi di sentirmi colpevole di essere ancora viva di fronte alle madri che avevano perso i figli – racconta -.

Gli incubi del lager mi impedivano di dormire. Lui mi insegnò a rispondere alle domande che mi

tormentavano dentro. Abbiamo condiviso interessi, momenti importanti, spiritualità e quell’amore per la natura che vivevamo nei campeggi di montagna della Polonia meridionale fino alle villeggiature nella gabbia dorata di Castel Gandolfo dopo l’elezione al soglio di Pietro. A Cracovia abbiamo lavorato insieme per salvare bambini dal regime comunista che favoriva l’aborto».

«Irradiava luce»

Nel lager, assieme ad altre settanta giovani polacche, su ordine diretto di Himmler, venne usata come cavia per gli esperimenti del dottor Karl Gebhardt, poi processato e impiccato a Norimberga.

La descrizione del primo incontro ricorda quella di un colpo di fulmine. «Dal primo istante che l’ho visto sapevo che sarebbe diventato santo – spiega -. La sua santità era evidente, irradiava luce interiore, era impossibile da nascondere. Ho una valigia piena di sue lettere, non posso dire quante ne ho date alla causa di beatificazione, io non ne ho distrutta nessuna, ho selezionato alcune e le ho pubblicate in Polonia anche se c’era chi non era d’accordo. Ho riportato pure le sottolineature di suo pugno con cui metteva in evidenza le cose più importanti. Già cinquant’anni fa mia madre era sicura che sarebbe diventato Papa». La questione di quanto dell’immenso epistolario resta fuori dal processo di canonizzazione è «sensibile», si schermisce. «Non si può dire quanto ho dato al postulatore Slawomir Oder, ho giurato di non parlare di questo, non posso dire quanta parte del carteggio ho consegnato», afferma la donna per la cui guarigione da un tumore nel 1962 il vescovo Wojtyla implorò il «venerabile Padre Pio affinché Dio mostri misericordia a lei».

Wanda inspiegabilmente guarì e la lettera di Wojtyla finì tra le carte che hanno reso santo Padre Pio.

Quando nel ’78 partì da Cracovia per il conclave con Dusia si dissero che «se eletto il suo nome sarebbe stato Giovanni Paolo II». Poi appena uscito Papa dalla Cappella Sistina si affretta scriverle una sterminata, accorata lettera di quattro pagine. La loro ininterrotta corrispondenza non ha precedenti nella storia dei pontificati. Lei, il marito Andrzej, anch’egli medico, i figli, diventati la famiglia di Karol. «Ha perso molto presto i genitori e il fratello Edmondo, aveva solo lontani parenti ma ripeteva che trovarsi senza amici era un peccato. La sua giovialità conquistava, era di una generosità d’animo travolgente. E’ entrato in casa mia da giovane prete, baciava la mano a mia madre, anche io ero molto giovane. La sua vocazione come forma di amore. Santo per carattere, geniale come intelletto – prosegue Wanda Poltawska -. La sua filosofia mi ha aiutato nella vita privata e nel lavoro di scavo psicologico nella personalità umana. La sua missione era santificare l’amore. Abbiamo scritto insieme, ragionato insieme su come salvare l’amore umano tra uomo e donna. Lui è già santo prima che avvenga la proclamazione».

Appena si sente domandare cosa le manchi più dell’amico di una vita, quale abitudine quotidiana, quale consuetudine radicata nel loro rapporto, un bagliore attraversa il suo sguardo. Prima lo abbassa come commossa, poi rialza fiera gli occhi puntandoli di fronte a sé. «E’ una domanda troppo personale, è la mia vita privata, chiederlo è poco delicato come un elefante in una cristalleria – dice di un fiato -. Quando gli hanno sparato a piazza San Pietro sono partita dopo poche ore e gli sono stata accanto finché non è tornato in forze. Gli leggevo romanzi e libri di storia polacca.

Dell’ultimo anno di vita, più di metà l’ho trascorso a Roma». E anche il 2 aprile 2005, nella sua stanza in cui è morto Vaticano, Karol aveva accanto la sua «carissima Dusia».

Karol e Wanda: le lettere di Wanda frenano la beatificazioneultima modifica: 2009-06-02T19:25:59+02:00da borgosotto
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2 pensieri su “Karol e Wanda: le lettere di Wanda frenano la beatificazione

  1. Io sono una suora messicana, nel 1978 sono stata nella nomina del carissimo Papa Karol Wojtyla, anche io lo ho amato, ammirato, voluto, io viveva vicino al vaticano sono estata per studiare Teologia, en Psicologia a Roma, Auguri per la signora dottoressa Wanda, anche grazie per la vicinanza con nostro amatissimo Padre Santo, veramente non soltanto era un uomo santo, anche molto humano, molto vicino ala folla, ale persone, proprio un angelo di Dio, io lo voglio tanto, tanto bene, o una fotographia molto bela da lui con me, nel ospedale Regina Apostolorum di Albano, in somma, un gran santo, uomo, angelo, li porto sempre nel mio cuore e chiedo mi aiute a seguire la mia vocazione, lui amaba tanto la vita consagrata, le chiedo con lacrimae mi benedica sempre, e UN GRANDE SANTO!….ciao. suor Lida C. Chavez

  2. Non ho pagina web, laboro en una chiesa con migranti, nel stato di Washington, vicino al Canada per il mare pacifico, soto Alaska, la mia chiessa sono due e abastanza povera, non ce li abiamo. Scusate il mio italiano, ma sono sempre vicina a loro. ciao. suor Lida

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